Il track-by-track di "Mono": viaggio nella post-ironia dei Vintage Violence

Non andrò a mentire, se amo così tanto la musica italiana, soprattutto una determinata musica italiana, lo devo ad una ristretta cerchia di artisti tra i quali figura la band di cui sto per parlare; per questo motivo non sarà facile cercare di essere oggettivo, giurando che sto facendo del mio meglio.


Era il 2014, stavo vivendo un periodo molto particolare della mia vita sentimentale e non, ironia della sorte molto simile ad ora, e un disco è entrato nella mia vita forte come probabilmente non mi era mai successo, tredici canzoni figlie di un’accoppiata di musica e testi che qualcuno avrebbe di lì a poco definito, genialmente, “Una via di mezzo tra De André e i NOFX”. Intitolato “Senza Paura Delle Rovine”, il terzo lavoro dei Vintage Violence è stato (ed è tuttora, a dir la verità) una delle prime risposte che mi ronzano in testa alla richiesta “Consigliami qualcosa da ascoltare”, è stato acclamatissimo dalla critica ed è valso un discreto (meritatissimo) successo anche dal vivo.

Sette anni (ed un album acustico) dopo è “Mono” a segnare il ritorno del quintetto lombardo che ormai può vantare una carriera ventennale nell'underground italiano. Dieci pezzi graffianti introdotti dal primo singolo “Piccolo Tramonto Interiore” e chiusi da “La Chiave”, chiave, appunto, di lettura di tutto il concept dell’album. Nel mezzo qualche canzone in pieno stile Vintage Violence e qualche altra, se possibile, ancora più “frastornante”, colonna portante sono e restano le chitarre che dialogano tra melodie più o meno acide (una delle vette la citazione a “Pierino e il Lupo” in “Capiscimi II”). “Zoloft”, secondo singolo, è il rifacimento di un brano intitolato “Van Gogh” tratto da un disco del cantautore emiliano Enrico Sighinolfi, perla lo-fi che ho avuto la fortuna di scovare su Bandcamp diversi anni fa grazie proprio ad una citazione in un altro pezzo della rockband lariana. Merita una grandissima menzione d’onore anche “Astronauta”, nella quale la linea vocale e l’atmosfera più lineari permettono di immergersi a pieno nelle parole scandite da Nico, in quello che, complessivamente, è forse il testo migliore.


È chiaro che dar seguito ad un album come "Senza Paura Delle Rovine" non sia affatto facile, i Vintage Violence, che per questo si meritano un applauso davvero grande, si sono spinti ancora più avanti e ci hanno regalato un lavoro frenetico, sanguinoso e allo stesso tempo riflessivo.

In esclusiva e in anteprima per noi, è un piacere ospitare un track-by-track di “Mono”, un viaggio nella post-ironia dell'album direttamente dalla penna di Rocco Arienti, chitarrista ed autore dei testi e della musica.


Piccolo tramonto interiore

Piccolo tramonto interiore è il risultato di una sorta di monologo individuale mai veramente espresso maturato durante il secondo lockdown, circa l’abitudine come adattamento involontario alla deformazione dei rapporti interpersonali. Nasce tutto da un riff “classic rock” declinato, direi “distorto” in minore per aderire meglio al tono melanconico e ossessivo di una mente intrappolata nel “giorno dopo uguale a quello prima”. Il finale non era previsto ma si è rivelato necessario, come catarsi conclusiva ed uscita finale da un loop mentale: “lasciami guidare lontano dal mondo reale”. Dopo aver ascoltato il master non abbiamo avuto dubbi su quale sarebbe stato il primo singolo estratto dal disco, e il primo titolo della tracklist.

"Ma non sottovalutiamo la virtù dei vizi Chi si droga smetta, chi non lo fa inizi"


Have a Nietzsche day

È da tempo che volevo mettere pienamente in musica l’amore per la prima filosofia di Nietzsche che nell’ultimo periodo ho “frequentato” abbastanza ossessivamente. Credo sia il filosofo che abbia intravisto più da vicino la cosiddetta natura umana (come filologo tra l’altro, quindi con ancora maggiore portata di scoperta, quasi “scientifica”) ed era giusto non tenerlo più sullo sfondo della nostra produzione testuale: in questo pezzo viene citato ed “ec-citato” nel senso di calato, in modo anche piuttosto violento, nel nostro mondo.

"L'avete considerato Che Cristo la scienza l'avrebbe rianimato?"


Dio è un batterista

Questo è forse il pezzo più vicino al nostro stile “classico” con botta e risposta di chitarre, metafore metafisiche e tonnellate di ironia: siamo nel “nostro”. Il testo è nato quasi tutto in una notte e gira tutto intorno alle modalità relazionali che abbiamo ereditato da due millenni di cristianesimo, cercando di metterne in luce l’ipocrisia e l’anacronismo. Mi rendo conto che per l’ennesima volta (ma non mi fermerò mai) sparo mitragliate sulla cultura occidentale, ma questa volta proponendo una piccola e allegorica via d’uscita dal senso di colpa: “Pensate all’occidente come a un bar per camionisti / sì, siamo tutti sbronzi, ma è empatizzare con le cameriere a distinguere i buoni dagli stronzi”.

"Se ci ricordiamo i sogni non è grazie agli analisti Ma agli amori immaginati con passanti mai rivisti Al dolore del risveglio e non trovare tra i tuoi dischi Una featuring tra gli Interpol e Cesare Battisti"


Zoloft

Zoloft è una sorta di “remake” di un pezzo del nostro amico e fratello Enrico Sighinolfi, cantautore modenese e forse voce più sottovalutata del pluriverso. Da anni ci scambiamo pezzi e ci facciamo reciproche cover dal vivo, e Zoloft è costruita sulla sua “Van Gogh”, ispiratagli a sua volta da un nostro concerto in un virtuosissimo circolo. È uscito come secondo singolo e già solo il titolo non ha mancato di infastidire qualcuno, abituato alle canzoni che citano a cazzo gli psicofarmaci per cavalcare l’onda del disagio senza una conoscenza specifica ed una riflessione a monte che devi avere per affrontare certe tematiche. La verità è che non scriviamo mai niente che non sia espressione diretta del nostro percepito personale, non tanto per onestà intellettuale quanto perché non riusciremmo fisicamente a fare altrimenti.

"Vado via lontano da lavoro e famiglia Anche i morti hanno un piano, anche l'arte è guerriglia"


Paura dell’Islam

Questo è uno dei primi pezzi scritti per questo disco e forse il più faticoso per noi da suonare essendo strumentalmente molto scandito e articolato. È però un brano “doveroso”, che avevamo l’obbligo di scrivere ed oggi l’urgenza di portarlo in giro ai concerti. Anche qui affronto una realtà che professionalmente ho avuto la possibilità di conoscere da molto vicino, quella dell’intolleranza e della xenofobia, in una delle sue peggiori espressioni, quella del manicheismo religioso che dai pregiudizi culturali fa nascere i mostri che sono sotto gli occhi di tutti, e rendono la vita impossibile a centinaia di migliaia di altri esseri umani.

"E a chi vuole indietro i soldi spesi per l'immigrazione Chiederemo indietro i soldi spesi per la sua istruzione"

Prato fiorito

È uno dei miei pezzi preferiti del disco perché davvero riuscito rispetto all’idea che mi ero creato in testa: il ritornello è letteralmente “ascoltato in un sogno” e portato in sala prove tale e quale con l’aiuto di Lorenzo Murru alla batteria. Anche qui volevamo alleggerire con l’ironia un tema peso come la cancel culture (“la più infelice religione al mondo”, come l’ha definita Nick Cave), trovando un parallelismo nel cambio nome di un giochino di Windows, che negli anni 2000 è passato da “Campo minato” a “Prato fiorito”.

"Se è veramente cosa buona e giusta Lascia il volante che tutto si aggiusta"


Capiscimi II

Per chi conosce “Capiscimi”, uscita come traccia n.5 del disco “Senza paura delle rovine” (2014), questo è un secondo capitolo annunciato, ispirato dai nuovi incontri e ad essi dedicato. Contiene una citazione più o meno nascosta, e come nella versione acustica di “Capiscimi” -uscita nel 2018 in “Senza Barrè”- abbiamo ri-ri-arrangiato il tutto, cambiato testo e accordi, tenendo solo la melodia vocale come l’originale. Questo pezzo è un po’ la nostra palla di creta da rimpastare e riformare ogni volta a seconda dei cambiamenti di vita, quindi non escludo possa esserci un futuro un ulteriore capitolo…

"Quando uccide chi si innamora Cancella le impronte dalla pistola L'eroina dalla stagnola Le cicatrici dalla gola"


Astronauta

Senza dubbio il mio brano preferito del disco per tiro e resa ma soprattutto perché incarna la necessità espressiva che abbiamo simbolicamente rappresentato nel videoclip omonimo che uscirà il 27 novembre: lanciare un messaggio nello spazio perché si sente l’urgenza di farlo (in senso auto-curativo?) fottendosene di chi lo ascolterà, anzi sapendo che probabilmente vagherà all’infinito nel nulla cosmico. Sono tutte parole raccolte in anni di silenzio che per quanto mi riguarda mantengono un potenziale magicamente liberatorio anche nell’ascolto.

"Tutti gli anni guadagnati quando smetti di fumare Te li aggiungono alla fine così puoi dimenticare Com’è avere a sedici anni un pedale Danelectro Una giacca come ombrello e una scheda come plettro"


Dicono di noi

Qui, diciamoci la verità, ci siamo voluti togliere un botto di sassolini dalla scarpa elencando i vari epiteti che nel corso della nostra carriera ventennale ci siamo sentiti affibbiare, più o meno direttamente. Questo per sdrammatizzare il tutto facendo però emergere la “guerra tra poveri” che abita il mondo cosiddetto alternativo e che spesso si declina in semplicissima invidia e frustrazione verso chiunque abbia un follower in più.

È anche vero che in un mondo di merda non ricevere critiche significa esserne concausa.

"Quindi se non offendi mai nessuno, una domanda fattela L'arte deve scolpire la realtà, non solo raccontarla"


La chiave

È la canzone più importante di “Mono”, quella che racchiude tutto il concept, come direbbero i giornalisti. Dopo aver letto buona parte della bibliografia nietzschiana un giorno chiesi al mio professore di filosofia teoretica “Come si esce vivi da Nietzsche?” e come se mi stesse dando delle indicazioni stradali mi rispose “Passando da Schopenhauer”. Per chi non ha familiarità con il pensiero di Schopenhauer sulla musica, questo pezzo cerca di riportarlo, con parole nostre.

"Ogni canzone è un pianto nel cuscino che non fai"