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Il promemoria lucido e meravigliosamente fuori tempo di Nico Arezzo: ecco l'album "Non c'è fretta" - Recensione

Ho ascoltato per la prima volta "Non c’è fretta" (Take Away Studios / Artist First) il giorno della sua uscita, in una mattina nebbiosa e grigissima di corsa verso il lavoro, schivando i passanti e i semafori rossi nel solito tragitto casa-ufficio. Movimenti meccanici, quasi automatici, incastrati in una routine ordinaria e perfettamente paurosamente collaudata. Intanto, nelle orecchie, gli incastri fitti di "Intro", il lucidissimo flusso di coscienza off-beat che apre il nuovo album del cantautore siciliano Nico Arezzo:


"Ci provo Lontano dal posto in cui non ero uomo Adesso sono io, l’isola dentro un mondo nuovo Ci penso e muovo passo dopo passo Seguendo geometrie di linee che calpesto sempre E non mi perdono Costantemente insoddisfatto innaffio Dubbi che fioriranno, spero domani E non ti accorgi di cosa hai già tra le mani Tutto quello che speravi." (da "Intro")

Poi, ad un tratto, l'imprevisto: metro bloccate.

Stacca la musica.

Ricalcola percorso.


Nessun mezzo sostitutivo, nessun modo alternativo di avvicinarmi al lavoro. Decido di farmela a piedi fino al centro, che da lì troverò come arrivare a destinazione, e inizio a camminare per strade che forse per la prima volta percorro a quest'ora della mattina, mentre decine di persone capitombolano giù dai letti per affollarle. Nel frattempo faccio ripartire l'ascolto, riprendendo da dove l’avevo interrotto. E così – assurdo il tempismo che le canzoni trovano per arrivare, certe volte –, mentre mi concedo di rallentare il passo e di accogliere i cambi di direzione imprevisti, nelle cuffie parte la title-track in cui Nico invita, accompagnato dal timbro elegante e vellutato di Lauryyn, proprio a questo: allentare il ritmo, sbrigliarsi dalla routine che imprigiona, fermarsi per qualche istante e darsi tempo per osservare le proprie fragilità e chiedersi cosa si stia cercando davvero.


"Come ci siamo arrivati? Non ti accorgi che se corri Perché vedi correre tutti Poi non ti aspetta nessuno? Ma tu aspetti qualcuno? […] Ma tu cosa ti aspetti da te? Se non butti le cose fuori poi si fanno grandi, sono isole Fatte di polvere e tu sulla polvere Ci devi soffiare sopra E mettere in conto, per ogni soffio, Un pizzico alla gola E tu hai paura che Tutto diventi un’abitudine Ma non ti accorgi che Che non c’è fretta." (da "Non c'è fretta")

Così, il brano che dà il titolo all’album mette subito in campo il macro-tema che sostiene l’intero lavoro: il tempo. Il progetto di "Non c'è fretta" nasce – l’ha raccontato Nico più volte – con l’intento di esortare (ed esortarsi) a smettere di andare di corsa e ricominciare a respirare, a godersi il presente, a dare valore ai momenti apparentemente insignificanti; e ad uscire dalle gabbie che imprigionano e che costringono a correre solo perché intorno tutti gli altri vanno veloci, al punto da non capire più nemmeno perché lo stiamo facendo.


In questo senso, la copertina dell’album è profondamente significativa: in quella che sembra essere una prosecuzione naturale dell’immagine che campeggiava sul disco d’esordio "Non c’è mare" (2024) – lì, Nico galleggiava circondato dal blu delle onde –, il cantautore è qui ritratto mentre si trova disteso nel mezzo di un prato verdissimo; se nel lavoro precedente l’idea imperante era quella della precarietà e della sospensione di chi attraversa una molteplicità di luoghi diversi ma con lo sguardo sempre rivolto verso casa, stavolta le sensazioni trasmesse sono la quiete e la placida distensione di chi riesce a scovare un angolo di pace e riprende fiato dopo una corsa lunghissima.


Ironico, considerando che – in pieno contrasto con il suo titolo – il disco è nato in un clima di assoluta scarsità di tempo, con la scrittura e la registrazione dei brani condensate nel giro di qualche settimana: a poco più di un anno e mezzo dall’album d’esordio e dopo oltre cinquanta concerti su e giù per l’Italia, Nico si è trovato a realizzare un album con scadenze strette e pochissimo tempo a disposizione. Per farlo si è rifugiato in una baita in Sila, circondato dalla natura calabrese, e lì ha scritto praticamente tutti i pezzi dell'album, in una situazione di totale isolamento e fuga dal mondo esterno; e, con un atto di pura resistenza, ha impiegato quei dieci giorni di solitudine creativa per ricordare, soprattutto a se stesso, l’importanza di riprendersi il proprio tempo e dare valore a ogni momento.


cover "non c'è fretta"

Così, nei testi è pervasiva l’azione del correre e del rincorrere, declinata in sfumature di significato diverse: c’è il costante inseguire un mondo che sembra andare troppo più veloce di noi ("Non c’è fretta"), in una corsa che diventa talmente forsennata da intossicare, come in "Sempri ‘a stissa" ("Poi mi trovi cambiato, cresciuto, sciupato / È che a rincorrere il mondo mi sono ammalato"); ma c’è anche l’impulso sfrenato del desiderio, che porta a sfuggirsi e cercarsi in continuazione ("Manifestami") e a lasciarsi andare alla tensione dell’istinto e della carne di cui è impregnata "Sancu" ("Fossimo animali / Ci stancheremmo di correre / Valuteremmo se scappare o mordere / Tu non mi mordi mai").


D’altra parte, a ritornare costantemente è il richiamo alla calma e al bisogno di rallentare: "Senza paura", dove il cantato leggero di Nico e Ainé si delinea dallo sfondo fumoso come tenue fascio di luce, è il tentativo di difendersi da un mondo guidato dall’agitazione e dal caos ("Ogni passo, ogni respiro / Cerco un modo per restare calmo / Più vi guardo, più mi agito / Il silenzio può fermare il tempo"), mentre l'atmosfera rarefatta di "Vorrei mi offrissi la colazione" rivela una piena riappropriazione della quiete tanto ricercata ("Si muove lento il tempo nella testa"). Questa oscillazione continua, altalenante tra un ritmo spedito e un altro più rilassato, si riflette del tutto a livello musicale, grazie ad un'andatura che continuamente si distende e contrae e al succedersi di svariati cambi di tempo, tra ritmiche laid-back e episodi più incalzanti.


In effetti, è proprio a livello musicale che si nota la maggior evoluzione del progetto: se già ascoltando "Non c’è mare" era impossibile non muovere la testa sul groove delle melodie trascinanti e dalle influenze funky, qui si apprezzano ancor di più la ricercatezza delle soluzioni e la fluidità del suono. Sonoramente, l’album guarda in moltissime direzioni diverse: espedienti armonici e percussivi presi in prestito dalla tradizione musicale siciliana sono qui utilizzati in più momenti, affiorando come protagonisti in qualche episodio particolare (per trasmettere la carnalità rituale della sensualità, in "Sancu", e reinterpretare con freschezza e vitalità l’anima antica delle radici, in "'U pisci spada") e restando sullo sfondo a dare colore e spirito altrove.


Al loro fianco, emergono nei brani ispirazioni e influenze variegate, utili per comporre qua e là paesaggi sonori fortemente espressivi: in "Vorrei mi offrissi la colazione", sonorità alla Blood Orange di "Mind Loaded" accompagnano le voci di Nico e Laurino, che si muovono delicatamente all’unisono sopra un manto levigato e che gradualmente si gonfia, tessendo un'atmosfera rarefatta e crepuscolare; in "Come sai fare tu", il sovrapporsi di cori gospel apre ad un assolo di pianoforte dall'anima deliziosamente jazz. Così – passando per il basso funk e il flow di Ugo Crepa in "Manifestami", le batterie ipnotiche e la freschezza trascinante di una "Da Dio" che sembra tirata fuori da un disco di Tom Misch, la coda strumentale che guarda a Pino Daniele in "Anche Eugenio piange", l'utilizzo della voce come strumento in "Sancu" e "'U pisci spada" – la varietà dei brani dà corpo ad un lavoro che suona compatto, complici il periodo ravvicinato in cui sono nati i brani e la possibilità di realizzare un album pensandolo come progetto organico, più che come raccolta di brani disgiunti.



Guardando ai testi, rispetto al disco del 2024 (di cui avevamo scritto qui) si avverte una forte coerenza nel modo in cui Nico maneggia il linguaggio e il tono della narrazione: anche qui, il cantautore siciliano continua a soffermarsi sui piccoli frammenti quotidiani e sulle sensazioni comuni, come la difficoltà del non riuscire a salutarsi definitivamente ("Da Dio") o la delicatezza di chi si scopre fragile riuscendo ad abbandonarsi, finalmente, alle lacrime ("Anche Eugenio piange"). Qualsiasi sia il tema del racconto, a renderlo interessante è soprattutto lo sguardo mediante cui è osservato, caratterizzato da un linguaggio quotidiano e punteggiato qua e là da immagini lievemente poetiche ("Mani di farina e odore di gelsomino / Faccio scarpetta nei tuoi ricordi / E t'incazzi se ci metto 'u itu" sono i versi che aprono "Sempri 'a stissa") e da soluzioni brillanti, come nel caso della sottile autocitazione metrica e linguistica di "Manifestami" che intesse un dialogo con il disco d'esordio: se nel brano del 2024 "Casa nuova" lo spazio domestico era metafora di progettualità delicata e condivisa ("Riempimi i muri come vuoi / Compriamo pure i tappeti"), ora lo stesso spazio diventa, in modo perfettamente speculare, il luogo fisico di un’attrazione impulsiva e che non chiede il permesso per entrare e fare ciò che vuole ("Imbrattami i muri come vuoi / macchiami pure i tappeti").


Qui, ancor più di quanto accadeva nel precedente lavoro, a punteggiare il linguaggio di Nico sono due elementi, utilizzati come strumenti strutturali e narrativi. Da una parte è forte il ricorso all’ironia, mediante il cui filtro è articolato il racconto: la leggerezza è l’espediente perfetto per smorzare il tono nei momenti più intensi e attenuare la complessità di certe riflessioni, come accade in "Non c’è fretta" ("In questo mondo donna gigante / Non siamo neanche il culo / ma qualora lo fossimo / spero somigli al tuo"); così, proprio come nei discorsi di tutti i giorni, l’ironia diventa un riparo efficace dietro a cui nascondersi non appena i discorsi si fanno un po’ troppo seri e le cose da affrontare diventano eccessivamente "da adulti". Dall’altro lato, Nico continua anche in questo disco a cantare in siciliano, ricorrendovi in modo ancor più pervasivo e scivolando con estrema naturalezza tra l'italiano e il dialetto: non è un caso che il ruolo di apripista per il nuovo album sia stato affidato alla cover di "'U pisci spada", brano scritto completamente in dialetto, inciso nel 1954 da Domenico Modugno e incentrato su una storia di mare e di Sicilia.


Soprattutto, la lingua dell’isola emerge in momenti particolarmente intimi e commoventi, come in "Sempre 'a stissa", dove il rapporto con la terra d’origine e il tema del ritorno sono sviscerati mediante l'efficace espediente della personificazione: la Sicilia cantata da Nico Arezzo e Anna Castiglia è una madre (forse, una nonna) che aspetta il ritorno del figlio ora lontano per ascoltarne i racconti e dedicargli ogni premura, rinsaldando la solidità di un legame che resiste al tempo e alla distanza ("Sei il muretto a secco che tiene tutta la vita mia"). Ma la radicatezza e la spontaneità del dialetto affiorano anche nei momenti più arguti e provocatori, come nel caso di "Terapia d’urlo", dove – accompagnato dal caotico rumoreggiare di Bologna Bridge Band e Bonzo&Belmonte – Nico propone una critica pungente ad un sistema che svaluta il valore culturale della musica curandosi unicamente del profitto (come dimostra la fastidiosissima domanda che più o meno ogni emergente si è sentito rivolgere almeno una volta: "ma voi quanta gente portate, ragazzi?").



E se l'intero disco ruota intorno al tema del tempo, il suo finale sembra quanto di più adatto per concluderlo: come già con "Nicareddu" in "Non c'è mare", anche qui Nico sceglie di affidare ad un chitarra e voce registrato dal vivo il compito di chiudere il discorso articolato nel corso delle tredici tracce. "Corpo legno – Live nella baita di Moccone" è una canzone piccola, sussurrata sopra un giro di chitarra morbido, composta da pochi versi che più che raccontare preferiscono riecheggiare lo spirito di un luogo: ascoltandola, la sensazione è quella di sentirsi accolti tra le pareti in legno in cui ha preso vita – lei, insieme alle altre canzoni di "Non c'è fretta" –, grazie alla romantica imperfezione di un suono sporco e ai respiri che entrano nel microfono confondendosi con i suoni dell'ambiente naturale. Così, la scelta di chiudere un disco con quella take registrata in piena solitudine, senza la volontà di performare e senza scadenze e aspettative a cui rendere conto, riesce a condensare quanto Nico si prefiggeva sin dall'inizio: vivere nel momento presente, per una volta senza rincorrere un tempo che sembra sfuggire dalle mani, e sublimare un istante che è unico, inafferrabile, irripetibile; e per questo prezioso.




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