Willie Peyote non era meglio prima, è meglio adesso: Pornostalgia - Recensione

Il 6 maggio è uscito "Pornostalgia" (Virigin Records / Universal Music Italy), sesto album in studio del torinese Willie Peyote, adolescente arrabbiato ribelle depresso e poi rapper (da "Etichette"), prodotto in collaborazione con Daniel Bestonzo, Luca Romeo, Kavah e Stefano Genta.


"Fare schifo è un imperativo morale", gridava Aimone Romizi citando Freak Antoni (Skiantos) dal palco del Primo Maggio nel 2018, e dalla pubblicazione del primo singolo il 7 aprile scorso, "Fare schifo" feat. Michela Giraud, Peyote ne fa il proprio manifesto poetico.


Dal rap old school fino al grime britannico e la novità reggae, Willie Peyote è tutto fuorché una marchetta delle logiche industriali tanto criticate (da lui e da noi). La pornostalgia è racchiusa in ognuna delle 13 tracce, nell'amore per la musica, nelle metafore calcistiche che racchiudono tanto altro, nelle paure di ogni giorno e nei sensi di colpa, nei fantasmi che ci portiamo dietro e nella convivenza forzata con i propri vuoti. C'è dell’intrinseco piacere anche nello stare male, forse perché, prima o poi, è possibile uscirne. E "Pornostalgia" è proprio questo. Ma andiamo con ordine.


L'album si apre con "UFO", una critica del mercato musicale e dei classici ascoltatori fan del "eri meglio prima"; è forte la dicotomia tra quel che un cantautore deve essere, con le logiche di mercato e profitto a cui è sottoposto (volontariamente o meno), e quel che vuole fare, con l'arte maestra di un mondo in cui è difficile esprimere i propri valori, ideali e pensieri senza l'ansia di vedersi chiudere tutte le porte.


La musica è un prodotto, ne sono consapevole Ma, vecchio, qui il livello è vomitevole e io non voglio cedere, che se lo fai una volta sei colpevole. (da "UFO")

A seguire il già menzionato brano "Fare schifo" (feat. Michela Giraud), una vera e propria spinta emotiva ad accettare quel che si è senza troppe pretese, senza obbligarsi a piacersi a tutti i costi o apprezzare ed esaltare i propri difetti. Si può anche far schifo, senza troppa retorica od entusiasmo a rendere più dolce la pillola. Non manca lo spunto politico, così come in "UFO", nel finale a cura di Michela Giraud, che inquadra il voler "fare schifo" come un diritto da rivendicare con orgoglio ed esultando, salvo poi aggiungere che “per quanto siamo in Italia, qua si esulta solo quando un diritto viene negato”.


Io certi giorni vorrei solo essere triste e incazzato, e non sentirmi anche sbagliato. (da "Fare schifo")

Il secondo singolo arriva e chiude il cerchio iniziato con "La tua futura ex moglie" (da "Iodegradabile", 2019) a quel famoso quinto piano tra Trento e Trieste. "La colpa del vento", brano scritto nel 2018 con Godblesscomputers, è sicuramente il più autobiografico dell'album: i classici postumi da fine relazione si disintrecciano in una narrazione veloce, in cui i ricordi di quel che è stato detto, quel che poteva essere e quel che ormai è, si rincorrono cercando un modo per superarli. E quando la colpa non è di nessuno, a chi darla se non al vento?



Siam passati da telepatia a non sentirci come in galleria. L'utopia che quel biglietto fosse vincente, resteremo col dubbio per sempre. (da "La colpa del vento")

Con "All you can hit" torna il tema del mercato musicale e la logica dei brani basati sul "tanto conta se vende". Ritmico e caratterizzato da breakbeat rapidi, incontriamo uno stile musicale inedito per Willie e che prende molto dall’ambiente urban britannico, riferibile al genere grime (Wiley, Stormzy, Skepta). Dal punto di vista stilistico, è una delle novità più interessanti nell'album.


Quinto brano e si torna a prendere fiato: in "Prima" torna il mood chill alla Tom Misch, con quel tocco jazz rap che non delude mai. Scrivo queste righe in una giornata piovosa e grigia, ma credetemi, con questo in cuffia è subito presa a bene con sole, un prato e due birre. Un brano sospeso e rilassante prima di tornare al ritmo serrato del resto dell'album. Piccola chicca: registrato completamente in presa diretta nel luglio 2020, la traccia presenta persino un assolo di talk box. Touché Gu.



Se siete abitudinari fruitori dell'Internet dei gruppi facebook, community e meme in generale, non potrete non esservi mai imbattuti nell'abuso di "amo io" e "amo noi" di cui il web è intriso ormai da qualche anno per i motivi più disparati. Ecco, con "Il furto della passione" mi sono ritrovata a scriverlo in almeno 6 chat diverse mandando estratti del brano ad amici e colleghi: metafore calcistiche, amore e senso di colpa nell'essere felici persino quando le cose vanno bene e saremmo legittimati ad esserlo. Vi dice nulla di nuovo?


Di voglia ne avrei molta, almeno per sta volta, ballare senza scarpe come Uma e John Travolta Ma con tutta questa sofferenza al mondo mi sentirei in colpa e no, non me l'accollo. (da "Il furto della passione")

Segue l'attesissimo skit di Emanuela Fanelli in "Risarcimento skit", unico e in perfetta sintonia con la base sottostante. Sorpresa sul finale con la rivisitazione di alcuni versi presi in prestito dal racconto "Inviti superflui" di Dino Buzzati: "Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti". In perfetto stile pornostalgia canaglia.


Ricordare porta inevitabilmente a confrontarsi con il presente, e "Diventare grandi" (feat. Samuel) è l'introspettivo bilancio di vita e degli anni che passano imperterriti, pronti a dileguare rapporti e a veder crescere e cambiare chi si ha intorno, il mondo e sé stessi. Tornano i beat rilassanti ed old school, con un Samuel nel ritornello che si lega perfettamente alla narrazione. Che poi, a conti fatti, crescere significa trovare risposte o accettare di non smettere mai di farsi domande?


Fino a qui risposte non ne ho e si muovono con me nell'orizzonte e più le guardo e più capisco che non è così importante, le domande sono tutto ciò che ho. (da "Diventare grandi")

Ora, invece, prendete parte della discografia rap new gen / trap italiana degli ultimi anni: quante tracce inneggiano a ricchezza, oro ed un insano amore per il denaro e la materialità a cui è legato? Con "I soldi non esistono" (feat. Speranza & Jake La Furia) Peyote si pone in direzione contraria con una critica delle sue che, a mio parere, rende esplicito quel pensiero di contestazione alle logiche di ostentazione della ricchezza, esplicitato con il verso “quando li metti in mostra, che prezzo ti dai?”.


Altro cambio tematico e di genere, arriviamo a "La casa dei fantasmi": un pezzo reggae. No, non è una battuta, lo è davvero. E funziona! Chitarra e basso, tastiera e fiato e già da un primo ascolto indubbiamente potrebbe essere il brano più bello da ascoltare durante un live. La narrazione segue il leitmotiv della solitudine e del superamento di quel qualcosa che c'è stato, una storia d'amore ben esplicitata anche negli ultimi due album passati, e con cui fare i conti quando, alla chiusura, lascia un vuoto a cui non si è più abituati. Nel sentire barre che ripercorrono momenti di tira e molla, il provarci sempre anche quando sai che non porterà a nulla, la mancanza di forze, la quotidianità di quello star male che diventa tanto tossico quanto naturale, rende la storia di Guglielmo estremamente attuale, reale e assimilabile a tutti.


Senza te nel letto non so più da che lato dormire [...] Spiegami perché ci provo sempre, anche se so già prima dove va a finire. (da "La casa dei fantasmi")

Terzultimo brano "Hikikomori", apertura con una linea di basso da sogno e una strumentale che nel complesso non stonerebbe accanto alle composizioni di Mac Quayle presenti nella serie tv Mr. Robot. Effettivamente, anche i temi narrati non sono lontani dalla condizione del giovane informatico, divorato dalla sua condizione depressiva (ma, spoiler alert, non solo) e la bolla di ideali creatosi attorno.


Ci hanno convinto che tutti possiamo, che siamo padroni, che tutti scegliamo. Siamo nel centro del mondo che abbiamo ed è fatto a immagine e somiglianza. Questo aumenta la nostra arroganza. C'è un muro al confine, 'sto mondo è una stanza. (da "Hikikomori")

A seguire l'ultimo feat. dell'album a cura dei Fast Animals and Slow Kids in "Robespierre"; è il brano più rude dell’album, una critica a chi si erge portavoce o king, del rap così come di qualsiasi altro genere. O come accade in politica, con i finti paladini della giustizia che purtroppo inondano gli schermi e lasciano vuote le aule in Parlamento. Willie prende così le distanze da quell'aspetto dell'industria musicale in cui primeggiare viene visto come un obbligo e un obiettivo a cui le etichette ambiscono e spingono quasi allo sfinimento.


Potrei dire che va tutto bene, ma non fa per me Dire ciò che vuoi sentirti dire, ma non fa per me Non sono il portavoce di nessuno tranne me Fino a che toccherà anche a me, come Robespierre. (da "Robespierre")


Stesso copione, stesse debolezze, stesso disagio nell'essere al centro dell'attenzione, dei giudizi, dei complimenti. "Sempre lo stesso film" è il brano con cui Guglielmo chiude una conversazione iniziata con sé stesso già dalla prima traccia, attraversata dalle riflessioni in "Iodegradabile" e le trasformazioni passate da "Non è il mio genere, il genere umano" fino ad oggi. Torna a mettersi a nudo, con le sue debolezze, le sue paure, e l'eterna speranza espressa nel finale, della sua lei e del voler essere libero. Dei synth che esplodono poi, al minuto 1.49, neanche a parlarne. Momento revival in stile M83 nella scena conclusiva di "Suburra" il film. Ma forse mi lascio trascinare troppo io.


In ogni caso, siamo arrivati alla conclusione dell’album, con un Willie Peyote a cui quel "eri meglio prima" stavolta proprio non si può imputare. La narrazione, le strumentali, la scelta dei vecchi amici presenti nei featuring che lo hanno accompagnato lungo questo percorso, ci mostrano un naturale cambiamento di un uomo che, rimasto solo e in balia delle trasformazioni esterne ed interne a lui, ha scelto di ricomporsi, mettere assieme i propri pezzi e fare ciò che lo fa stare bene: esprimersi mettendo tutto su musica.


Anche se sembro più sereno Anche se faccio 'ste canzoni paracule e urlo di meno "Non è ancora il mio genere", scrivilo sulla lapide. (da "UFO")


Fotografie di Chiara Mirelli