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"Un segno di vita" è il nuovo disco di Vasco Brondi: le ragazze stanno, almeno un po', meglio? - Recensione

Finalmente scrivo un articolo su Vasco Brondi. Dieci anni fa giocavo a fare il metallaro, suonavo in una band quasi glam rock e snobbavo Le Luci, fiero del mio pregiudizio da diciassettenne. Oggi suono in una band quasi metal e da qualche anno reputo il cantautore ferrarese una delle stelle più luminose nel nostro firmamento di parolieri: che strana questa cosa di smettere di ascoltare basandosi sui preconcetti.


Siamo ad un quarto del 2024 e mi sto emozionando per un disco pop, che succede? Perché, in fondo, il problema non è generalmente la musica pop, il problema è la musica pop a cui siamo sottoposti ogni giorno. Ma per quale motivo quella rappresenta il 99% di quello che sentiamo in radio e questa no? Ecco, io a questo non ho una risposta.


Fotografia di Vasco Brondi

Vasco Brondi inizia la carriera con il progetto “Le Luci della Centrale Elettrica”, quattro album, un ep e una raccolta. Dal 2020 un album live e altri due in studio, questa volta con il suo nome di battesimo. Non è un caso, riallacciandomi al paragrafo precedente, che la copia fisica del disco di cui sto per buttare qualche riga esca in coppia con il relativo diario di lavorazione, dal nome “Piccolo manuale di pop impopolare”, d’altronde ricordo bene un’intervista di qualche anno fa nella quale il nostro raccontava proprio come secondo lui, trovandomi peraltro parecchio in accordo, l’unico modo di dare un senso alle copie fisiche in questi anni sia mettere sul piatto qualcosa in più del semplice disco.


“Un segno di vita” (Carosello Records) arriva così, forse come prima vera uscita che aspettavo con ansia in questo 2024, frutto del sodalizio artistico ormai più che decennale con Federico Dragogna (alla chitarra nei Ministri) che funziona splendidamente, coi risultati che sono qui da vedere, o forse sarebbe meglio dire “da ascoltare”: i due da “Costellazioni” (2014) in poi, l’uno sviscerando la potenza espressiva delle parole dell’altro, non hanno sbagliato un disco. Intorno a loro un paio di mostri sacri della produzione in Italia, quali Taketo Gohara e Matteo Cantaluppi, una manciata di grandi musicisti e una regina della pop music del nostro paese come Nada. Il risultato sono dieci canzoni estremamente omogenee, un album di ritornelli da cantare a squarciagola e di strofe da lasciarsi scorrere addosso assaporandone ogni verso. Il cantautore ferrarese dieci anni fa scriveva “Le Ragazze stanno bene”, ecco, le tante ragazze a cui si parla in quest’album, quasi una per canzone, sono sicuro che staranno almeno un pochino meglio.


Fotografia di Vasco Brondi

“Illumina tutto”, una delle mie preferite, apre le danze. Al di là del titolo splendido, un brano anche un pochino sanremese (chissà se il nostro ha tentato il Festivàl magari proprio con questo brano, e chissà come sarebbe andato, ogni tanto mi diverto anche a pensare a queste cose) dal sapore, malgrado tutto, ottimista.

"Poi corre tra le cose che non sa decifrare Indecisa se aprire o chiudere il cuore Crede in quegli occhi che non la fanno dormire E che ora che è sola si dovrà arrangiare Crede in chi grida nei dischi Che c’è vita al di là degli schermi"

La seconda traccia è “Un segno di vita”. Ambientata in uno scenario post-apocalittico, tra città disastrate e germogli di Hiroshima, gira benissimo: i suoni non appartengono, o meglio, inizialmente danno l’idea di non appartenere a Brondi, ma è solo un’illusione errata. All’uscita non mi aveva convinto neanche un po’, nel contesto dell’album è infinitamente più apprezzabile. 

"Ho ancora tanti errori da commettere Ti prego lasciameli fare"

L’atmosfera folkeggiante, già dai primi secondi, potrebbe ingannare, ma “Meccanismi”, nel suo strizzare l’occhio a lavori passati, è intensissima e ti arriva in faccia, quasi a far paura, con un ritornello lì da cantare e urlare per quanto è bello.

"E tu azioni i meccanismi del cuore Le leve che tutto fanno sopportare Mentre cantando sali per le scale Spaventerai sempre tutti Con la tua voglia di vivere"

“Fuoco dentro” sarebbe potuto anche essere il titolo dell’intero lavoro, poiché, come da ammissione dell’autore, “Questo disco è pieno di fuochi, fuochi di segnalazione di una vita di passaggio, incendi nei boschi e nei cuori, fuochi da custodire che bruciano e illuminano. Il fuoco che ci ha cambiati quando i nostri lontani antenati umani hanno in qualche modo imparato a gestirlo”. Ogni parola su Nada, tra queste righe, sarebbe ridondante, così come parlare della splendida sinergia creatasi tra lei e Vasco su queste note. Preferisco soffermarmi su come la cantautrice toscana abbia saputo negli anni rapportarsi ad una scena decisamente distante dai “concerti con le sedie” che l’hanno portata agli onori, meritatissimi, della cronaca mainstream, destreggiandosi perfettamente e regalandoci bellissime collaborazioni, come questa.

"Dicono che accanto a te è il posto migliore Per vedere se il mondo Sta davvero per finire"

Siamo tutti macchine che esitano, chi più, chi meno, chi se lo ammette e chi non lo fa. “Incendio” alza i bpm e si colloca perfettamente, sia come scossone che come tematiche, tra i due brani adiacenti.

"Se davvero siamo al mondo solo per osservare il cielo Cercare la pace dentro a un uragano Vedrai ci rivedremo nei giorni del disgelo"

Con “Fuori città” è stato amore a primo ascolto, anzi, a primo post, dal momento che ricordo di aver letto uno stralcio del testo nel feed di Instagram ancora prima di aver ascoltato. Un ritornello così, con la voce stonata e le seconde voci intonate, è ancora più bello, con buona pace di chi si concentra sul dito e non sulla luna. Il ponte è qualcosa che mi avrebbe aperto il cuore anche se non fossi stato un figlio storto della spoken italiana, che bello.

"Accecati dalla realtà Dalle necessità Da questa breve vita Fatta di grandi viali Piccole strade in salita Tu prendi tutte le direzioni"

“Vista Mare” anche perché chiudi gli occhi e il mare lo percepisci con tutti i sensi mentre ascolti. Brondi è così, come i più grandi, disegna e ti fa arrivare dove si trova lui mentre scrive, anche se, ironicamente come buona parte di “Un segno di vita”, questa canzone è stata registrata in uno studio mobile a 2500 metri d’altezza in Val d’Aosta.

"Vorrei morire qui tranquillo come un animale Sprecare la mia vita Smettere di cercare"

Se la precedente disegnava il mare, “Notti Luminose”, con la sua cassa -quasi- dritta, tingerebbe di notte quello che ho intorno anche se ora mentre ne sto scrivendo non fosse effettivamente buio. La città su un pattern semplice quanto efficace, tagliato in due da una bella linea di chitarra acustica.

"Dei capelli cambiavi i colori Io cambiavo mille appartamenti"

Il primo singolo, uscito ormai quasi due anni fa (mi chiedo sinceramente che senso abbia lasciare trascorrere tutto questo tempo prima del disco, ma forse sono strano io), arriva forte e chiaro a chi, come il sottoscritto, “tifiamo rivolta” lo grida ancora in una sala prove, anche se l’aria è meno distorta e quegli anni ‘90 in cui è ambientata “Va’ dove ti esplode il cuore” sono ormai finiti più di vent’anni fa.

"Lì a Modena anche le persone normali Per te impazzivano E i ragazzi tutti insieme ti scrivevano Rumorosissime preghiere Per quando stavi male Per farti stare bene"

Il viaggio si chiude con una cover: anche se non l’ha scritto quasi nessuno, “La stagione buona” è una canzone dei “Non voglio che Clara”, contenuta in un album di una quindicina di anni fa, un gioiellino di nome “Dei Cani”. Così come nello splendido ultimo “Pericolo Giallo” di Canali, la cover in chiusura sembra scritta apposta ("Dammi il coraggio di sorridere di un sogno / Se non si può esaudire") ed è la ciliegina sulla torta del disco, che lo conclude perfettamente.

"E che c’è un tempo buono Anche per ambire ad un tempo migliore È quando la stagione buona ti accarezza E si lascia intuire"

Nell’introduzione di questo articolo mi chiedevo per quale motivo il pop che ascoltiamo in radio non è questo: non credo possa essere una risposta, ma sicuramente concedersi una quarantina di minuti in cui mettersi in cuffia questa manciata di brani non può che farci stare, almeno un pochino, meglio. Bravo Vasco!





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