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SI!BOOM!VOILÀ!: il loro omonimo album è un manifesto libero e personale - Intervista

I SI! BOOM! VOILA’! mostrano il loro manifesto con l’album omonimo, rivelando attraverso la musica  un’urgenza comunicativa  che racconta una visione del mondo libera e personale.

La band è composta da Roberta Sammarelli (basso),  Davide Lasala (chitarra), Giulio Ragno Favero (chitarra), Giulia Formica (batteria) e Michelangelo Mercuri – N.A.I.P (voce), cinque artisti che vengono da esperienze e da linguaggi sonori differenti, ma che hanno trovato un giusto “disequilibrio” capace di rendere questo progetto autentico e sorprendente.


Il loro obiettivo è quello di esprimersi in totale libertà, senza seguire schemi predefiniti. L’umorismo, la verità e la schiettezza fanno di questo album un qualcosa di nuovo e necessario, lontano da qualsiasi tentazione di compiacere il pubblico.

In questi brani  l’Italia, la politica e la musica vengono raccontati con uno sguardo spavaldo e imperfetto, ma profondamente reale.


Abbiamo fatto qualche domanda alla band per saperne di più su questo nuovo progetto musicale!

 

Si! Boom! Voilà!

Ciao ragazzi, benvenuti su Indievision. Come nasce il progetto Si! Boom! Voilà! e da quale esigenza artistica è venuta l’idea di creare questa band?

Roberta: Durante il lockdown del 2020, dalle call che io, Davide e Giulio facevamo quasi ogni giorno. A un certo punto a uno di noi è venuta l’idea di scambiarci delle tracce, ed è così che è nata Da zero, la canzone che canto io. È un vero pezzo di vita: il primo brano che abbia mai cantato e scritto da sola. Poi Davide mi ha aiutata a completare il testo e Giulio ci ha messo degli archi pazzeschi. Abbiamo deciso di tenerlo perché per noi rappresenta l’inizio di tutto, l’inizio del progetto. A quel punto ci siamo detti: ok, abbiamo un brano, proviamo a costruire qualcosa. Prima di arrivare a Michelangelo e Giulia, però, ci sono state un paio di formazioni di passaggio.


Venite da esperienze e suoni molto diversi: l’unione è stata immediata o avete dovuto trovare un equilibrio con il passare del tempo?

Giulio: è stato tutto molto naturale, un incastro quasi ottimale. Ovviamente gli equilibri in una band sono mutevoli ma più suoniamo insieme e più si perfezionano.


Avete scelto di intitolare l’album come la band. Lo vivete come un manifesto identitario o come un punto di partenza?

Giulio: direi entrambe le cose. Sicuramente è un nome che spiazza e che ha al suo interno già tutto quel che serve. Come primo passo discografico ci sembrava perfetto usare il nome del gruppo.


“Vivere così così (non si può più)” sembra fotografare l’Italia di oggi. In un periodo dominato da views, news e mode, pensate che il contesto italiano stia diventando stretto per chi fa musica?

Michelangelo: più che stretto, pare piatto. Anche vasto, vastissimo, infinito, ma sembra piatto. Un po’ come ciò che vedeva Tim Roth alla discesa dalla nave nel bellissimo film di Tornatore, un’infinità di cose tutte molto perfette e simili. Ma ci sono le eccezioni eh.


“Santi numeri” mette in discussione un sistema in cui i numeri sembrano contare più del talento. Secondo voi è possibile spostare di nuovo l’attenzione su musica e testi, o la corsa agli stream è ormai inevitabile?

Giulio: Io credo che tutto questo abbia vita breve. Le AI daranno il colpo di grazia a questo sistema marcio, che ha distrutto una filiera produttiva, facendo credere alle persone che la musica sia un bene superfluo e di bassa lega, dando la possibilità di ascoltare qualsiasi cosa con pochi euro al mese, svalutando tutti gli elementi che compongono un'opera musicale. Penso in ogni caso che il media che permette la riproducibilità di un brano o un video alla fine sia completamente sopravvalutato: poco più di 100 anni fa tutto questo non esisteva, e sono abbastanza sicuro che non esisterà tra 100. Siamo in un periodo di transizione, che mi piace chiamare “preistoria digitale” che rappresenta l’inizio di qualcosa, di certo non la sua fase definitiva. 


In “Pinocchio” citate Paul Klee: “Solo ridendo mi sto elevando al di là della bestia”. Quanto sono importanti ironia e umorismo oggi per affrontare temi o critiche nella musica?

Michelangelo: in un bellissimo libro Carlo Cipolla distingue ironia e umorismo, in buona sostanza dice che l’ironia è ridere degli altri, l’umorismo è ridere con gli altri. Nella mia indole ci sono entrambe le cose, ma ciò che cerco di fare ultimamente è andare verso l’umorismo, lo trovo più corretto: ridere con gli altri senza sentirmi esterno alla narrazione. E ridere, sì, come reazione a ciò che dispera, alla bestia. Penso sia l’unica via di fuga percorribile.


"Voilà” racconta un mondo in cui certi conflitti sembravano scomparsi, ma in realtà erano solo nascosti. Se poteste far sparire qualcosa “per magia” nel mondo della musica, cosa scegliereste?

Giulio: ce ne sarebbero molte cose che dovrebbero sparire, lo sappiamo tutti, ma in primis mi concentrerei sui sistemi di trasmissione dell’informazione: farei sparire l’immondizia mediatica da tutti i canali di trasmissione noti, lasciando solo divulgazione e informazioni verificate e verificabili; il 90% se non di più di ciò che vediamo ed ascoltiamo è un rumore di fondo velenoso, e sedativo, per cui pericoloso.


“Lavori in corsi” è uno dei brani più intimi del disco. Nel verso “non mi interessa più chiudere la rima, mi interessa che qualcosa parta”: cosa sperate che parta in chi ascolta questo album?

Giulio: il senso di libertà di esprimersi al di fuori di schemi preconcetti, reazionari e obsoleti: ognuno ha il diritto, e forse il dovere, di  essere slegato dall’idea che la gente si è fatta di lui. Esprimersi attraverso un’arte non implica un obbligo nei confronti di chi ne usufruirà. E credo che questo disco ne sia la piena dimostrazione: abbiamo fatto esattamente quello che ci passava per la testa nel momento in cui lo abbiamo composto, fregandocene delle aspettative che si potevano creare gli eventuali ascoltatori, e questo è l’unico modo di rimanere sinceri. Il regalo più grande che potevamo fare a ognuno di loro.


In “Gogna ragazzo Gogna” dite: “Se ti becchi i complimenti, ti becchi il vaffanculo”. Quanto è facile oggi, con la velocità dell’industria musicale, passare rapidamente dall’esaltazione alla critica?

Giulio: credo che il fenomeno di estremizzazione della critica, oltre ad essersi calcificato nei media di settore, sia diventato anche un orpello quasi inutile: la critica di settore è diventata simile ai commenti sui social, e viceversa. Il livore o l’entusiasmo sono spesso ingiustificati, figli di necessità emotive e vuoti difficili da riempire. La gente si annoia un sacco, ma non sa apprezzare il valore della noia, e soprattutto, ha la necessità di essere protagonista di qualcosa, e questo è appunto figlio del momento storico che viviamo, in cui apparire sembra coincidere con esistere. Penso che la critica professionale sia alla fine del suo percorso, non ha praticamente più senso. E quella dei fruitori è sostanzialmente inutile, serve solo a far arricchire aziende d’oltreoceano. L’unica vera critica, sono i biglietti ai concerti. Quelli comprati ovviamente, non quelli regalati… ;)


In “Saldi di fine tutto” parlate di ciò che si è disposti a sacrificare per il successo, fino al bisogno finale di aiuto. Secondo voi, cosa non sta funzionando nel sistema discografico da portare molti artisti a questo punto di rottura?

Giulio: sarebbe fondamentale che le nuove generazioni si rendessero conto che l’alternativa non busserà a casa loro, ma che va creata. Negli 80 e 90 quando certe etichette indipendenti vennero create, non si ponevano il problema di affrontare i dinosauri delle major: stampavano ciò che volevano e lo distribuivano come meglio potevano, arrivando a fare anche numeri importanti. Credere che la distribuzione digitale delle piattaforme sia l’unica possibilità che abbiamo, è la morte dell’indipendenza. Sono certo che nei prossimi anni vedremo dei cambiamenti importanti e anche risolutivi.


Cosa dobbiamo aspettarci in futuro dai Si!Boom!Voilà!?

Giulio: qualsiasi cosa ci passi per la testa.

 

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