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"Stupido Sexy Futuro" è il nuovo geniale sexy disco de Lo Stato Sociale - Intervista

A cura di Michela Ginestri e Iris Chindamo


"Ogni concerto dello Stato Sociale ha determinato qualcosa nella nostra vita, un cambiamento al momento giusto, un giro di boa, possiamo mai non andarci?". A parte discorsi su karma, universo e tempismi quasi mai perfetti, è stato con messaggio ineccepibile in ogni sua parte ricevuto da un'amica giusta al momento giusto che ho deciso di prendere il primo biglietto disponibile per un tour di un disco ancora non uscito. Dopo averli visti in tante forme live, dal Rock in Roma su un palco enorme ad un concerto sotto la pioggia nel ferragosto 2019 a Pescara, è stato il momento di tornare a vederli suonare nei live club, come ai vecchi tempi ma con qualcosa di totalmente nuovo in tasca.


Lo Stato Sociale è quella band del cuore a cui affidare le proprie chiavi di casa (metaforicamente, credo): i propri momenti no per rialzarsi ma anche i momenti felici per continuare a sorridere, la giusta colonna sonora per ogni viaggio personale. "Stupido Sexy Futuro" (Garrincha Dischi) è il disco che hanno presentato in tour ancor prima di essere pubblicato, ed è stato bello vedere il piacevole effetto che ha regalato già al primo ascolto a chi era sotto palco ad emozionarsi con loro. "Una band che ha un popolo, non un target di pubblico” e mai come ad un loro concerto ci si rende conto di quanto sia reale questa cosa qui: persone unite a cantare con loro tutte le canzoni dalle più passate in radio alle più dimenticate, pochi telefoni e un grande senso di comunità che non è facile da trovare.


Un bel mix di critica sociale, sguardo al futuro, amore e odio per un disco che si fa portavoce ancora una volta di diversi problemi generazionali spesso troppo strumentalizzati o ignorati. Un secondo tempo, come loro stessi raccontano, per la loro vita artistica e non solo, "quella fase in cui si passa da giovani promesse a soliti stronzi", sancito da un album che non ha paura di raccontare la propria idea di futuro. Non è una gara essere felici, ce lo ricordano più volte i cinque amici di Bologna e non si fa a gara per il proprio futuro, al più, lo si costruisce e se si è fortunati lo si fa insieme. Dopo averli visti consegnare le proprie canzoni come rider in giro per la città, li abbiamo intervistati, perchè di parlare di futuro e paure con loro ci piacerà sempre.


"Quindi disco, che diventerai pacchetto, poi spedito oltre ogni confine

che arriverai in fondo ad un pensiero

in un'orbita di cuore, abbi cura di te, di me e di chi vuole ascoltare."



Come avete deciso il titolo dell’album e quale tipo di concetto abbraccia in particolare?

Il titolo viene dalla citazione dei Simpson in cui Homer dice “Stupido sexy Flanders” e successivamente cade dagli sci. Abbiamo pensato che il futuro potrebbe essere un Ned Flanders vestito molto attillato, è qualcosa di molto sexy che ti attrae ma allo stesso tempo è anche una cosa che ti deluderà profondamente. Il disco non è prettamente ancorato al passato, c’è sicuramente un po’ della nostra storia e di quello che ci è successo, ma riguarda più un cercare di avere consapevolezza verso il futuro che sarà però deludente.


Per il lancio del disco vi siete improvvisati rider a Milano, questa decisione oltre che essere una cosa carina per i fan è stata fatta anche per cercare di lanciare un messaggio riguardo il precariato di questa specifica classe di lavoratori?

Sarebbe bello se fosse stata solamente una cosa carina per i fan, ma purtroppo non è così. C’era un concetto dietro che è quello di mettere insieme l’idea di piattaforma delle consegne e delle piattaforme di streaming e trovare un minimo comune denominatore tra queste. Il messaggio principale è infatti che tutti i lavoratori vivono uno sfruttamento perché il nostro valore viene sfruttato da qualcuno che ci guadagna. Dietro ad un click dello streaming così come a quello di una consegna a domicilio esiste molto lavoro e molto sfruttamento. Molto lavoro spesso viene nascosto dietro “un click” e noi abbiamo voluto rendere il tutto più evidente anche grazie a questo gesto.

Noi non possiamo ritenerci fondamentali ma dobbiamo renderci fondamentali. Forse noi in questo momento mettiamo canzoni sulle piattaforme per avere qualcuno che ci ascolti e quindi per esistere, se non abbiamo qualcuno che ci viene a sentire dal vivo forse non esistiamo veramente. Non si può pretendere di entrare nella logica del mercato più spregiudicato, come ad esempio quello delle piattaforme, ma di essere tutelato come un lavoratore pubblico. Noi guadagniamo dal mercato quando ci serve e chiediamo delle garanzie economiche quando ci fa comodo.


Nel disco c’è tanta critica politica sociale ma anche molta critica all’attivismo social, come mai sembrate “contro” a chi fa attivismo sui social? Non credete che possa essere una forma di attivismo parallelo se portato anche in campo?

Crediamo che si debba parlare di due temi: il primo tema è trasformare quello che c’è sui social nella realtà e il secondo tema è quello di rendere vendibili delle battaglie che non necessitano di marketing. A volte la vendibilità di queste cause andrebbe a delegittimare il senso di quello che si sta facendo. Ultimamente ci sono delle tematiche sui social che raramente agiscono in trasformazione sulla realtà; dunque, la cosa fondamentale è riportare quello che succede nel virtuale laddove i problemi esistono davvero.

(Lodo) Se uno dice qualcosa che ha una buona incidenza sulla realtà e sulle discriminazioni di cui è composta e nel frattempo ci guadagna sopra non c’è nessun problema. Il problema principale è che questo tipo di attivismo si muove in uno scenario liberale, nel senso che si concentra sulla narrazione e non sul mutamento dei rapporti di forza, che sono i rapporti economici che regolano la società. Tutto questo alla fine aumenta le discriminazioni nei suoi risultati; per quanto si possa credere alla buona fede del singolo attivista che si sente maggiormente dalla parte degli oppressi, il fatto è che alla fine che si tende a raccontare solamente le discriminazioni all’interno degli scenari più ricchi della società e non si educa la fascia più povera della popolazione.


Ci sono tre collaborazioni in quest’album di cui una con Naska. Come è nata questa collaborazione?

(Lodo) Ho conosciuto Naska in una situazione di concerti vari e ci siamo anche scritti qualche volta. Io mi emoziono con questi sbarbi che suonano le chitarre e ho una certa empatia per quella generazione lì che non si concentra troppo sullo streaming ma che cerca di portare la gente ai concerti. Trovo che sia molto vitale quell’ambiente, mi piace l’energia che hanno, quello che non capisco non lo capisco perché sono un vecchio di merda e quello che capisco mi piace. Abbiamo riconosciuto noi stessi dieci anni fa in quella situazione e a lavorarci assieme si sente la vicinanza e l’empatia di non capire un cazzo a quell’età e di non capire un cazzo neanche adesso.


Il progetto vanta la collaborazione con Timidessen, come vi siete conosciuti e come avete realizzato le varie grafiche con loro?

I Timidessen sono un duo di ragazzi che avevamo visto operare su Instagram con delle grafiche molto interessanti. Stavamo ideando il progetto, l’artwork e l’immaginario del disco attraverso un’operazione relativa alla mercificazione della musica, perché anche le canzoni alla fine sono merci; quindi, abbiamo volto rendere una rappresentazione grafica di prodotti che avessero i titoli delle canzoni. All’interno del disco c’è una specie di volantino con dentro tutte le offerte speciali con un prodotto per ogni canzone; la copertina invece è una passata di pomodoro spaccata per terra. Ci siamo trovati molto bene perché hanno subito capito l’intento comunicativo e artistico del packaging e dell’artwork del disco ed è uscita una cosa di cui siamo molto orgogliosi, soprattutto perché hanno fatto quasi tutto loro seguendo delle nostre indicazioni di massima e aggiungendo delle idee che sono venute a loro ascoltando i pezzi. Va a ricalcare tutto l’idea di musica come merce in modo un po’ sarcastico e ironico e la passata di pomodoro schiacciata per terra e rotta è il futuro che ci aspetta, che è sia stupido che sexy.


Da quanto state lavorando al disco visto che, anche se ci sono stati degli EP di mezzo, è passato un po’ di tempo dall’ultimo?

L’album è un insieme di canzoni non vecchie ma nemmeno recentissime, alcune che appartengono agli ultimi 3/4/5 anni; mentre altri 4/5 pezzi sono stati scritti nell’ultimo anno. È stato un po’ un mettere insieme le cose, ad un certo punto ci siamo trovati ad avere materiale per fare due dischi quindi 20/25 canzoni e poi abbiamo fatto una selezione per andare a raccontare precisamente il nostro stato dell’arte attuale e abbiamo scelto le canzoni che raccontavano maggiormente tutto questo concetto. Non ci sono delle canzoni particolarmente ambiziose e mainstream ma ci sono canzoni che vogliono dire delle cose e che ci rappresentano in questo momento ma che ricordano anche i nostri precedenti lavori, dicendo le cose dritte in faccia e senza guardare troppo alla forma e al mercato mainstream o radiofonico. Tutti i pezzi più pop li abbiamo tolti dal disco perché non erano molto attinenti al concetto che volevamo trasmettere.


Con questo album pensate di rivolgervi un po’ ai fan nostalgici o anche alle nuove generazioni?

La risposta giusta è il vecchio pubblico delle nuove generazioni. Il vecchio pubblico non è abbastanza grande per avere già dei figli, quindi comunque non è così vecchio. Nell’ultimo tour abbiamo visto molti ventenni. Quelli che dieci anni fa erano in prima fila ora sono in fondo con il cappotto, la birra e non il gin tonic e la babysitter a casa e di fronte ci sono una serie di ventenni che urlano canzoni che sono uscite quando loro avevano dieci anni e che nemmeno noi sappiamo come siano arrivate a loro. I nostri concerti ora sono come delle feste di gente di vent’anni; quindi, c’è questa sensazione strana di essere al centro di una festa nella quale non siamo invitati. Quindi l’album è per nostalgici in ultima fila e per futuri nostalgici delle prime file.


Com’è nata “Tutti i miei amici”? Qual è la storia del pezzo?

(Albi): La storia è abbastanza elaborata, nel gergo dell’hiphop si chiama name-dropping. Quel pezzo inizialmente lo avevo scritto io e le strofe sono state riscritte 4/5 volte finché una mattina di dicembre Lodo si è svegliato e ha detto “CE L’HO!”, ha riscritto alcune parti e così il pezzo ha raggiunto il livello giusto per essere inserito in questo disco. La gestazione è stata molto simile a quella degli altri pezzi de Lo Stato Sociale perché spesso un brano inizia da uno e viene completato da un altro di noi, queste dinamiche sono ricorrenti.

Il brano parla delle persone con cui abbiamo condiviso un certo tipo di percorso e disperazione nello scrivere le canzoni e nel fare quel tipo di lavoro in cui metti in gioco quello che pensi sperando che abbiano un effetto sulle persone che le ascoltano. Racconta anche del rumore che questa aspettativa crea dentro di te e l’angoscia del non sapere se quello che fai funzionerà o meno. Quindi è un pezzo che in realtà parla di solitudine.

(Lodo): Io stavo girando il film "La quattordicesima domenica del tempo ordinario" di Pupi Avati – che è nelle sale adesso – e stavo interpretando uno che prova a suonare per tutta la vita e non ce la fa mai e si rovina e pensavo tutti i giorni a tutti i miei amici, a quelli che ce l’hanno fatta, a quelli a cui non è andato bene niente, a quelli che sono andati a lavorare, a quelli che si sono drogati o sono rimasti sotto con l’alcool, a quelli che avevano cambiato infinite volte arte di riferimento per vedere se succedeva qualcosa etc.

Pensavo a tutti loro e mi sembrava molto chiaro che quel personaggio fosse una lettera d’amore per tutti i miei amici, quindi c’era questo pezzo di Albi che era molto più generazionale nella sua scrittura ed era più aperto come idea e nella mia idea invece c’erano più concetti che concordavano già con il disco e quindi abbiamo unito le due cose. Alla fine è uscita proprio una lettera d’amore per i miei amici che hanno provato a ostinarsi di vivere di musica e ad inseguire questo sogno.


Com’è stato far uscire “Stupido Sexy Futuro” tutti insieme dopo che vi siete divisi in “Attentato alla musica italiana”? Com’è stato far convergere nuovamente le vostre 5 personalità ed eventuali visioni artistiche discordanti?

In realtà per arrivare a questo disco è stato funzionale l’esperienza della raccolta dei cinque “EP”. Arrivavamo da un momento in cui le cose che facevamo tra cinema, libri e radio ci avevano portato tutti in direzioni diverse, il riunirci poi in un disco ci ha portato alla consapevolezza che gli altri ci servono e ci siamo riconosciuti tutti in questa cosa. Ritornando in studio insieme abbiamo fatto convergere quello che è una parte di ognuno di noi e siamo riusciti a rimescolare tutto con grande piacevolezza. Siamo tornati insieme dopo aver fatto l'amore in tanti modi diversi (ridono, ndr)


Avete in mente qualcosa per dare qualche aiuto alla Romagna?

Abbiamo pensato che la cosa migliore da fare fosse innanzitutto diffondere i vari canali di beneficienza che sono stati attivati e poi abbiamo sentito le persone che conosciamo nelle zone e i vari sindaci delle città dove potevamo arrivare in modo abbastanza rapido. Abbiamo sentito Lepore (Sindaco di Bologna), poi il Sindaco di Cesena e quello di Imola per capire come renderci utili. In questo momento c’è bisogno di tanta solidarietà e noi ci siamo messi a disposizione per qualsiasi richiesta ci arrivi.


“Filastrocca per un disco” chiude l’album e lascia l’ascoltatore con un po’ di commozione. Quanto questo brano fotografa la vostra attuale situazione come gruppo? Si parla di molte cose tra cui della difficoltà di comunicare qual è il messaggio principale del brano.

Quando Bebo ci ha mandato il testo e un provino sulla base di pianoforte ci è piaciuta molto e ci siamo tutti commossi. Il pezzo risale all’EP di Bebo e abbiamo pensato che dovesse per forza chiudere un disco dello Stato Sociale e così è stato. È un brano commovente ma allo stesso tempo c’è un’apertura di speranza dentro quelle parole che costano fatica alle canzoni però lo fai perché non potresti fare a meno di farlo ed è una parte della tua ragione di vita.




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