"Risveglio" di Vieri Cervelli Montel e il coraggio di scavare nei propri ricordi - Intervista

Lo scorso 16 marzo è uscito "Risveglio", primo singolo inedito di Vieri Cervelli Montel, nonché brano che anticipa I (primo), album d'esordio del cantautore fiorentino, in uscita il 6 maggio 2022. Oltre a segnare l'inedito debutto discografico del classe '95, quest'album sarà il primo numero di catalogo, la prima pubblicazione della neonata Tanca Records, sub-label di Trovarobato diretta da Iosonouncane, uno degli artisti più importanti del panorama musicale italiano dell'ultimo decennio.



In occasione dell'uscita di "Risveglio", brano che mi ha colpito nel profondo fin dal primo ascolto, ho avuto l'occasione di fare una piacevolissima chiacchierata telefonica con Vieri Cervelli Montel, durante la quale abbiamo parlato delle sue influenze musicali che variano dai Radiohead, a De André, fino alla musica tradizionale; della sua formazione musicale, durante la quale ha giocato un ruolo importante il suo studiare alla Siena Jazz; del suo rapporto con Iosonouncane, di Tanca Records e, ovviamente, dei due pezzi pubblicati fino ad ora, ossia una sua originale e suggestiva versione di "Almeno Tu Nell'Universo", celebre canzone di Mia Martini e "Risveglio", brano, così come l'intero album, nato da una ricerca su suo padre, morto quando l'artista era ancora bambino, che lo ha portato a scavare dentro i ricordi suoi, di sua madre e degli amici del suo babbo e nel dolore derivante da una così tragica e significativa perdita.


L'intervista è lunga, però i minuti che trascorrerete leggendola, vi prometto, che non saranno persi perché, attraverso queste righe, scoprirete un artista che fa della musica meravigliosa e profonda, un artista che al panorama musicale italiano di questi anni serve come una pioggia durante un periodo di siccità.


Ciao Vieri, benvenuto su Indievision! come stai?

Bene, bene grazie, è un momento intenso.

Per prima cosa volevo chiederti: Quale percorso ti ha portato ad intraprendere la carriera di musicista? Qual è il tuo primo ricordo legato al mondo della musica?

Ho sempre cantato fin da piccolissimo e ho iniziato a suonare la chitarra quando ero alle medie perché è nata questa amicizia fortissima con un mio compagno di scuola che suonava tutto benissimo ed io ero musicalmente innamorato di questa persona. Siamo cresciuti insieme, abbiamo fondato ognuno una sua band e c’era un confronto molto emozionante, fatto di scoperte musicali e umane. Eravamo molto piccoli e siamo cresciuti insieme musicalmente ed umanamente e quindi, questa cosa, sicuramente mi ha lasciato molto e poi al liceo ho iniziato a studiare musica e poi finito il liceo sono andato al conservatorio, al Siena Jazz e piano piano la musica si è ritagliata uno spazio sempre più preponderante nella mia vita. A liceo finito, ho capito che non volevo fare nient’altro ecco, quantomeno avevo bisogno di darle uno spazio (alla musica) molto ampio ecco.


Quindi hai cercato di seguire la tua passione?

Sì, l’ho fatto, ho avuto la fortuna di essere incoraggiato in questo e ho fatto una scelta e al momento sono molto contento di averla fatto. Non riuscirei a valutare, veramente, un ruolo diverso rispetto a quello che ha, in questo momento, la musica nella mia vita. Sono contento, non riuscirei ad immaginare la mia vita senza la musica com’è ora, perché è diventata, proprio per l’essere umano che sono, una cosa preziosa. Non è che sono arrivato, nemmeno tu (rivolto all’intervistatore che è intervenuto parlando, brevemente, della sua passione per la musica, la sua totale incapacità a maneggiare qualsiasi strumento e il come è arrivato a collaborare con Indievision), nel senso che non sai quali sono necessariamente le tue tappe, ma sai che c’è qualcosa che ti spinge e vari un po’. Io ho iniziato studiando chitarra, poi ho studiato canto tantissimi anni, poi sono finito a Siena Jazz dove ho conosciuto delle persone, sia lato compagni, sia lato insegnanti, che mi hanno cambiato la vita, mi hanno plasmato il modo di pensare in maniera multiforme, non so come dire. In ognuno di questi passaggi, non sapevo a cosa mi avrebbe portato però, sin ora, mi ha portato a questa cosa e non cambierei niente.


Quindi, il tuo primo ricordo legato al mondo della musica è quello del compagno delle medie che sapeva suonare tutto o c’è un altro ricordo?

Probabilmente, forse, il mio primo ricordo legato al mondo della musica è quando in macchina, andando al mare, una volta mia mamma a me e a mia sorella più piccola, eravamo tutti e due molto piccoli, mise un cd e ci disse: “ragazzi, questa canzone la dovete imparare a memoria” e quello era, non so se Battisti o De André. Quella era la prima volta che ci faceva sentire una canzone, cioè non era la prima volta che sentivamo musica da grandi voglio dire, l’abbiamo sempre ascoltata fin da piccoli, non abbiamo mai sentito musica da “piccoli”, però quella è la prima volta in cui, esplicitamente, la mamma ci ha detto “ecco, questa è una cosa importante, imparatela, cioè è una cosa che vi serve nella vita”, non so come dire. La musica in macchina con mia mamma, soprattutto quella dei cantautori italiani, ci sono legatissimo emotivamente e culturalmente, non so come dire, è una parte di me. (l’intervistatore interviene dicendo che anche i suoi primi ricordi musicali sono legati alla musica che faceva da colonna sonora agli interminabili viaggi in macchina con suo padre e sua fratello).


Visto che abbiamo parlato del tuo studiare Jazz a Siena, volevo chiederti secondo te, quanto la tua formazione in quest'ambito ha influenzato e sta influenzando la tua musica?

Credo tantissimo, profondamente, nel senso che la fortuna di aver studiato a Siena Jazz è stata quella di incontrare sia come insegnati, che come compagni, in realtà, o anche come, sinceramente, conoscenze collaterali, magari gente che aveva studiato lì ma era qualche anno davanti a me, etc… e che incontravo ai concerti o alle feste. Ho conosciuto delle persone che hanno, realmente, cambiato il mio, oltre ad aver influito sulle mie conoscenze e i miei parametri, etc… hanno cambiato il mio approccio alla musica. Io mi sono reso conto che andando lì, sentendo persone suonare, che mi insegnavano cose, involontariamente e volontariamente, mi sono reso conto che c’erano un sacco di cose nella musica di cui io, non è che conoscessi, non ne avevo mai concepito l’esistenza, tra cui un certo approccio, è una parola, lo so, un po’ pretenziosa, alla destrutturazione del linguaggio, nel senso di prendere un movimento musicale per gli elementi che fisicamente lo compongono, senza dover passare necessariamente dalle meta strutture del linguaggio, del genere e del ruolo che lo strumento dovrebbe… insomma, tutte queste cose hanno molto influenzato ciò che io ho poi fatto nei brani. Quindi, sostanzialmente, tutte queste cose, tramite la pratica dell’improvvisazione radicale, sono dei meccanismi tramite i quali ho preso delle canzoni con i miei compagni e le ho smontate e rimontate in maniera, anche per me stesso, imprevedibile, quindi mi ha proprio aperto la testo studiare lì (Siena Jazz).

(Intervento dell’intervistatore rimasto affascinato da questa risposta, che gli ha fatto capire meglio la potenza della cover di "Almeno Tu Nell’Universo" e del singolo "Risveglio", e che è riuscito a cogliere il senso e a collegare, grazie alla sua triennale in beni culturali, all’arte contemporanea questo procedimento musicale di destrutturazione, rimontaggio e improvvisazione radicale). “Almeno tu nell’universo” (celebre brano di Mia Martini), secondo me è un esempio abbastanza calzante di quell’approccio là, perché è stato preso un brano, che è del materiale meraviglioso, secondo me, dal punto di vista di ciò che succede melodicamente ed armonicamente. Questo materiale è stato, però, spogliato dell’estetica che era dettata anche dal momento storico in cui è uscito, il piano con quegli effetti e tutte queste cose qua, che fa parte di un’epoca che non mi appartiene più, ammesso che mi sia mai appartenuta visto che sono del ’95 e quel brano è del ’91, forse ’90 (l’intervistatore, incerto, attribuisce la canzone all'annata 1989), e, appunto, si porta dietro tutto quel sound là. Questo brano è stato smontato, sono stati presi gli elementi strutturali, che sono la melodia e l’armonia; alcuni singoli passaggi armonici, in realtà, soprattutto dell’introduzione sono degli “Uomini non cambiano”, un altro brano di Mia Martini che dice delle cose opposte, dal punto di vista lirico, rispetto a quelle che aveva espresso in “Almeno tu nell’universo”. Quindi, ci sono vari elementi che sono smontati e poi rimontati insieme, in una maniera che mi sembrava suggestiva. (Concordiamo, anche ad alcuni membri della redazione, questa suggestiva versione è piaciuta molto).



Come mai hai scelto di rileggere, in chiave contemporanea, questo classico della musica italiana?

È una domanda ottima perché ancora a volte me lo chiedo. È stato quasi un gioco, nel senso che una volta Iosonouncane mi sentì suonarla così, nel senso che non la stavo suonando per farla andare da chissà quale parte, era un po' uno scherzo, stavo godendo nel suonare un pezzo bello. Ha covato (Iosonouncane) questo cosa, per un sacco di tempo e quando, mesi dopo, facemmo una riunione mi disse: <<pubblichiamo "Almeno Tu Nell’Universo”>>, cioè in che senso pubblichiamo "Almeno Tu Nell’Universo?". In realtà era serio, mi disse: “ti ho sentito farla”, era veramente convinto di questa cosa qua, io no, cioè veramente pensavo di non conoscere per niente la persona che avevo davanti dopo due anni, e invece poi ho iniziato forse ad intuire quello che intendeva, perché eravamo già stati insieme in studio per il disco I (primo) che era già finito, sì, il disco è finito da un sacco. Io avrei dovuto aprire le sue date dell’estate scorsa e lui mi disse: <<facciamo uscire qualcosa, ma niente del disco, fai “Almeno Tu Nell’Universo”>> e io gli ho detto: “sei scemo?” però poi, alla fine, tornando a casa mi sono ascoltato tutte le versioni che esistevano di “Almeno Tu Nell’Universo”, fra l'altro, la maggior parte sono dei karaoke orrendi, mentre alcune sono interessanti. Ho iniziato a pensarci, sono tornato a casa perché la riunione era a Bologna ed io sono di Firenze, e mi sono seduto al piano e ho iniziato a scrivere quella che poi è stata la parte di organo e da lì, poi, in uno o due mesi abbiamo fatto quel brano. È stata una sfida incredibile sia perché l’abbiamo fatto di fretta, mentre il disco c’ho messo anni a farlo, e quindi ero abituato ad un altro approccio e sia perché, effettivamente, era un’idea da parte di Jacopo (Iosonouncane) a suo modo geniale, cioè non so come dire, quella di prende un brano sacro e provare a mantenerlo sacro ma tramite, paradossalmente, la distruzione del brano stesso, appunto la destrutturazione, e quindi è stata un’idea di Jacopo abbastanza folle.

(L'intervistatore prende parola dicendo che quest’idea di Iosonouncane si muove sulla stessa linea di quando lui aveva pubblicato prima del disco "IRA", il 45 giri “Vedrai, Vedrai / Novembre”, dove aveva riproposto “Vedrai Vedrai” di Tenco. Quindi questa idea su “Almeno tu nell’universo”, si muove sulla stessa linea, ossia la proposta di, prima del disco, non pubblicare singoli, o meglio non pubblicare pezzi estratti dal disco, ma pubblicare altri brani, tra cui una cover di un pezzo classico della canzone italiana riproposto alla mia maniera). “Assolutamente e nel caso di Jacopo questo gesto è ancor più eclatante perché lui veniva da “DIE”, che è un album denso e articolato ma al cui interno c’è anche “Stormi”, e invece arriva a “IRA”, ossia un disco in cui non c’è più quella canzone candida e, soprattutto, non c’è più l’italiano, ma c’è questo misto di lingue, questa sorta di meta-lingua. Quindi il fatto che lui pubblichi due canzoni, una completamente in italiano e l’altra un classico della canzone italiana a suo modo, è un gesto che ha un significato ancora più forte dato da dove viene, da dove sta andando e che aggiunge altre chiavi di lettura al tutto. (l’artista si scusa per essersi fatto prendere la mano, ma questo intervento, secondo me, ha aggiunto ancor più fascino ed interesse al meraviglioso disco di Iosonouncane, recensito da Eccenico qualche mese fa).


Nonostante la tue anticipazione già presenti nelle domande precedenti volevo chiederti, dopo aver citato i tuoi studi di Jazz e la tua affascinante e personale versione di Mia Martini, quali artisti italiani e non consideri figure fondamentali di riferimento per la tua musica?

Sicuramente dico delle cose che poi, rileggendole, mi sarò dimenticato delle cose importantissime. Di artisti italiani del momento, i primi due che mi vengono in mente, che secondo me sono imprescindibili sono Iosonouncane e Alessandro Fiori, che sono entrambe due penne che mi hanno ispirato profondamente e continuano a farlo. Trovo che, andando indietro, a livello di uso della parole De André sia il capo, non riesco ad immaginare il mio approccio alla parola senza infiniti ascolti dei dischi di De André da quando ero piccolo fino ad ora, in realtà. Oggi Iosonouncane e Alessandro Fiori sono due artisti in cui mi rivedo molto, scusa questo lapsus orrendo, che ammiro molto. Sai in realtà il mio approccio alla musica è passato anche da cose anche radicalmente distanti, cioè dai Radiohead alla musica contemporanea dell’900, a certo Jazz europeo, alla canzone in realtà nuda e cruda, come può essere quella di De André o, addirittura, certa musica tradizionale; io sono estremamente legato alla Sardegna, la mia famiglia viene da là e questo è anche uno dei punti di contatto tra me ed Iosonouncane. Sono moltissimo legato anche al materiale estremamente semplice, anche tramandato oralmente, al canto, quindi ci sono tante cose che fanno di me la persona che sono, con i pro e i contro di ciò. In Italia, le due persone probabilmente sono quelle (Iosonouncane e Alessandro Fiori), poi però potrei dirti infiniti nomi, però sicuramente nella mia crescita De André e i Radiohead sono imprescindibili. (l'intervistatore interviene dicendo che non è un problema se non ha citato tutte le sue influenze, perché lo scopo della domanda non era quello di ripercorrere l’albero genealogico delle influenze musicali, ma era quello di avere una risposta immediata, su due piedi, poiché alla fine i primi nomi che vengono in mente sono quelli che hanno segnato di più l’artista).


Il 6 maggio uscirà I (Primo) disco che segna sia il tuo album d'esordio, il tuo disco di debutto, sia la prima pubblicazione ufficiale di Tanca Records, sub-label di Trovarobato, volevo chiederti cosa si prova ad essere la prima pubblicazione di un'etichetta che ha l’obiettivo di pubblicare artisti che hanno il comune scopo di portare altrove la canzone e metterla in discussione? Quale sarebbe l'ideale altrove per le tue canzoni?

È motivo d’orgoglio, sicuramente, è una cosa preziosa e sono grato che Jacopo abbia scelto questo disco come primo disco, primo passo nel mondo di Tanca, quindi sì, è sicuramente motivo d’orgoglio, gioia e gratitudine. Dov’è l’altrove? L’altrove è dove succede qualcosa che mi emoziona ecco. Come ti dicevo prima, sono profondamente legato musicalmente ma anche culturalmente, umanamente in qualche modo, anche a materiale musicale estremamente semplice, magari tramandato oralmente, alla canzone popolare. Mi piace moltissimo, però, anche questo aspetto dell’improvvisazione radicale, della destrutturazione, del prendere le cose e del rimontarle, magari, in maniera paradossalmente opposta, ma creando piani di lettura altri e nuovi alla stessa cosa. Quindi credo che questo sposi un po' quello che vorrebbe essere uno degli scopi di Tanca, ovvero quello di appoggiare, promuovere e produrre, sostanzialmente, chi prende la canzone e la fa diventare qualcosa di nuovo, perché è ciò che personalmente cerco di fare, non tanto perché mi interessi in sé, cioè non è il mio obiettivo farlo, ma è il modo in cui mi sento di esprimermi in questo momento. Ovvero partire da un materiale intrinsecamente semplice come quello della canzone, ovvero dell’accompagnamento, della chitarra, del pianoforte di quello che è e di una melodia e di parole, che sono importantissime per me, e poi invece far sì che in mezzo, a questa canzone, non sussista la forma canzone, ma succedano cose altre, imprevedibili, aperte agli scenari possibili, quindi che possa succedere qualsiasi cosa senza nessun tipo di limite di forma, genere e di estetica, non so se ti ho risposto. (Intervistatore riassume dicendo che gli obiettivi del cantautore sono perfetti per gli scopi di Tanca). Certo, l’unico scopo è quello di esprimermi e in questo preciso momento, almeno per il disco, mi sono sentito che una buona strada per esprimermi era proprio questa, prendere materiale semplice e smontarlo, prendere la canzone e portarla altrove.


Tanca Records sarà diretta da Iosonouncane, uno degli artisti italiani più importanti dell'ultimo decennio nonché co-produttore del disco; volevo chiederti come hai conosciuto Iosonouncane? Quant'è stata importante la sua presenza durante le fasi di registrazione dell'album?

Iosonouncane l’ho conosciuto ad un concerto per caso, anni fa, un sacco di tempo fa, però conosciuto è una parola un po' generosa in quel caso, nel senso che ci siamo dati la mano, giusto per dire l’ho incontrato. Ero un fan della prima ora, del suo primissimo disco a cui sono estremamente legato ancora che è “La Macarena su Roma”, che è un disco in cui ascoltandolo sentivo un sacco di cose veramente in profondità e soprattutto sulla dimensione del paese. Io ho dei ricordi d’infanzia molti intensi e anche portanti legati ad un paese della Sardegna in cui ho passato, insomma, un sacco di tempo, e quindi c’erano tante cose che mi emozionavano ed io sentivo questa grande attrazione nei suoi confronti, sentivo di avere tanto da imparare e che desideravo condividere con lui. Ho avuto questo lungo scambio di mail che è durato anni (risata), non lo so, nel senso sì, sicuramente tanti mesi, finché ci siamo incontrati completamente per caso a Milano, prima di un concerto e da lì è cambiato un po' tutto. Sostanzialmente abbiamo avuto un lunghissimo scambio di mail spalmato su un sacco di tempo, in cui ci siamo confrontati soprattutto su musica e parole, finché ad un certo punto non siamo rimasti d’accordo che avrebbe prodotto il mio disco. Quindi poi siamo stati un paio di settimane in studio insieme, oltre ad esserci confrontati per lunghi mesi, un sacco di tempo a distanza, e lì è successo tutto, è successo che il materiale a cui avevo lavorato da solo, io ho lavorato credo due anni completamente da solo al disco, all’inizio producendolo tutto in maniera elettronica e poi buttandolo in pasto ai miei compagni di studi, sostanzialmente, dicendo “Hey raga, apriamo questa roba e smontiamola”. Invece con lui (Iosonouncane), c’è stato questo terzo passaggio che è stato, a volte semplicemente far fiorire il lavoro di due anni da solo e con i miei compagni, altre volte stravolgerlo e lì ho scoperto che lui ha una visione di insieme della musica, delle parole, dell’esegesi, in generale, abbastanza miracolosa, quindi alcune volte abbiamo, semplicemente, messo a fuoco ciò che era già stato fatto in anni, mentre altre volte è stato veramente stravolto. Il disco, appunto, aveva un lavoro alle spalle estremamente solido, mi permetto di dire, già prima di incontrare Iosonouncane in studio, ma poi sono successe delle cose estremamente preziose dal punto di vista sia dei testi, sia dei dettagli, sia di alcune scelte strutturali, ma forse soprattutto di alcune scelte nell’economia della narrazione, ossia di creare certi piani di lettura con certe scelte timbriche, per esempio, e quindi pensare che prendere una scelta diversa, una strada diversa magari aggiungeva profondità al brano, al disco, perché, aggiungeva qualcosa, un piano di lettura o magari ne celava un altro. (Il cantautore si scusa per la risposta lunga, ma l’intervistatore lo rassicura che non ci sono problemi, poiché più gli artisti parlano dei loro lavori, più interesse e curiosità possono suscitare nel pubblico).


Il 16 marzo è uscito "Risveglio”, brano che fin dal primo ascolto mi ha colpito per le sue atmosfere sonore e per il suo testo; volevo chiederti com'è nata questa canzone? Perché hai deciso di pubblicarlo come primo singolo anticipatore dell’album?

È nata per il contesto di una mia ricerca iniziata qualche anno fa, una ricerca su mio padre sostanzialmente. Mio padre è morto prima che compissi sette anni e ho avuto un’infanzia normale, non mi è stato fatto mancar niente, però poi quando sono diventato grande ho iniziato a sentire che mi mancavano delle cose, ecco. Quindi ho iniziato una ricerca, ho iniziato a incontrare dei suoi amici che mi raccontassero delle cose di lui che non sapevo, ho iniziato a conoscerlo un po', a conoscerlo un po' meglio da grande, intorno ai 18, 20 anni. Ho scavato un po' indietro sia nei ricordi dei suoi amici, sia nei ricordi e racconti di mia mamma, sia nei ricordi miei anche e, in particolare, quello di “Risveglio” è il ricordo della mattina in cui, la mia mamma, ci ha detto che lui era morto. Quindi questo è il contesto nel quale si inserisce il brano ed il come nato, è uno dei brani del disco, il quale è un percorso attraverso questa opera di memoria, quest’esercizio di accettazione, e sì, è un disco su questo, sulla perdita di mio padre, del mio diventare uomo a mia volta senza di lui, è un disco sulla morte ma anche sulla vita che resta e testa. Perché è stato scelto quello? Ti dico la verità, quasi mi dispiace un po' che sia stato scelto un brano piuttosto che un altro perché il disco è diviso in tracce in maniera tale che ogni traccia sia ascoltabile singolarmente, abbia una sua vita propria, però il disco è realmente una storia che è stata pensata tutta insieme sia dal punto di vista narrativo, che musicale, è un movimento, come un vecchio lp che si ascolta dall’inizio alla fine. In realtà quasi un po' mi dispiace che sia stato estratto un pezzo solo però, effettivamente, è uno dei brani che già da solo racconta in qualche modo una storia compiuta, perché parla di un momento intenso e che non deve spiegare niente più di quello che già c’è in quel brano, come ti dicevo prima. (Momento molto toccante, perché anche l’intervistatore quando aveva 6, 7 anni ha perso sua mamma e perciò questo retroscena l’ha colpito nel profondo e, inoltre, si è permesso di condividere la propria esperienza con il cantautore). Vedi il punto è proprio questo, anche io ero abituatissimo e lo sono ancora, però poi crescendo sono iniziate a mancare delle cose, forse un pochino più in profondità e quindi questo è stato un esercizio reale di riappacificazione con quel lutto che è una cosa che tu metti da parte e superi, ma poi ci sono cose dentro di te che ancora potrebbero essere più avanti realmente e quindi me ne sono accorto tanti anni dopo e l’ho affrontata. Io sento molto la presenza nell’assenza e anche quando mi si presenta davanti, come dici tu, un limite, un qualcosa che deriva da una mia mancanza e questa mancanza, a sua volta, deriva da un’assenza, io sento che questa assenza ha fatto si che io diventassi la persona che sono, oltre che il musicista che sono, però la persona prima di tutto, che poi è la stessa cosa in un certo senso, quindi neanche mi immagino, in realtà, senza questa perdita, non ho idea di che persona sarei, sarei una persona completamente diversa. In qualche modo, so che è borderline, sono grato anche al dolore che ho provato perché è parte della vita stessa, del bene stesso ed io sono la persona che sono grazie anche alle cose più dure che ho provato. (Tra intervistatore e intervistato sta diventando una sorta di seduta dallo psicologo, perché l'intervistatore rievoca ricordi, stati d'animo ed azioni legate alla scomparsa di sua madre). La perdita di un genitore è una perdita gravissima, terribile e punto, poi però credo che non resti che vivere, non so come dire, devi fare di questa perdita un punto di ricchezza, un ricordo, un qualcosa che ti rende sensibile per certe cose e per me questo disco è stato abbastanza miracoloso, da questo punto di vista. Il disco finisce riferendosi ad una persona che, invece, c’è ancora e dice: “adesso posso accettare che sei mortale”, e così finisce il disco. Io non so se ci credevo quando l’ho scritto, però realmente io ho fatto pace con la caducità delle cose, persone, realmente io, ora, accetto perfettamente che quella persona a cui voglio immensamente bene sia mortale e che un giorno non ci sarà più. Il disco è stato esattamente questo, è stato passare dal dolore, scavarci a mani nude per accettare il dolore stesso, realmente accettare che ci sia la morte e accettare che è bellissimo così, che così è la vita, non so come dire. (L'intervistatore, toccato nel profondo, chiede un secondo di pausa per riprendersi da questi profondi discorsi personali).


“Svegliati all'alba da una madre/ Segnata / Dalla paura delle bombe / Cadute” parole che fanno venire i brividi pensando alla situazione mondiale attuale. È un riferimento voluto o l’hai scritta prima di tutto ciò? Si tratta di una riflessione diretta sulla guerra o il tutto ha un significato più simbolico?

Sono contento che tu abbia fatto questa domanda perché la immaginavo. Poco fa ci siamo accorti che le primissime parole mai pubblicate, le primissime parole del primo pezzo descrivevano letteralmente qualcosa sta succedendo veramente poco lontano da noi e che ci tocca un sacco, ed è stato molto intenso, ci ha colpito enormemente rendersi conto di questa cosa. In realtà il brano nasce da un’altra parte, quella che ti ho raccontato prima. Il brano parla sì della paura di rimanerci sotto a queste macerie, parla sì di mia madre giovanissima e di lei che ci sveglia all’alba per dirci delle cose difficili da dire, che forse mai immaginava che ci avrebbe dovuto dire e quindi il brano parla di un’altra cosa, di lei che ci dice che nostro papà è morto. Il caso, però, ha valuto che questo brano e non un altro uscisse in questo preciso momento ed è forte e la storia, è una storia diversa, però il riferimento è esattamente quello, è un riferimento bellico ma per dire un’altra cosa, però il dolore è dolore, la madre è una madre, i bambini sono i bambini, non so come dire, e questa ha fatto si che noi, accorgendoci di questa cosa, ci rimanessimo tutti piuttosto scossi.


Il testo si conclude con “E sola come me / Parole mai trovate / Tra lacrime / E mani sudate”. Anche queste parole, unite al sound lento e riflessivo, fanno pensare subito alla sofferenza in maniera forte ed empatica e tutto ciò, unito al ricorrente “bambini correte”, fa venire i brividi. Qual era il tuo obiettivo principale con un testo così profondo e diretto? Forse una sensibilizzazione e un richiamo all’umanità?

Se qualcuno c’ha letto questo ne sono felice, però io volevo solo piangere. Io ho solo scavato in me tra i miei ricordi, anche dolorosi, e ho cercato di metterli insieme, un po' come sabbia bagnata, per farci qualche cosa. Succede poi che quando tu crei qualcosa in una forma qualsiasi modo artistica, come una canzone, tu non dici tutto, tu dici solo delle cose e queste cose possono essere interpretate in vari modi, si creano dei piani di lettura, come può esser stato quello delle bombe o quello del richiamo all’umanità e perciò queste letture sono legittime, sono parte stessa della canzone in quanto canzone. In realtà per me questo brano, letteralmente, è il ricordo di nostra mamma che ci dice quella sera: “Hey, venite a vedere che luna”, che stiamo insieme in quel momento e nel momento in cui, un po' per trovare anche il modo di dirci questa cosa difficile da dire a dei bambini, le "parole mai trovate" no, ci parla della luna e delle onde, ci dice papà non c’è più ma c’è ancora in realtà. (L'intervistatore interviene, un'altra volta, con un nodo alla gola per le emozionanti parole dette da Vieri e racconta di come suo papà, per comunicare la tragica notizia ai figli, collegò la tragica scomparsa della mamma al pesciolino morto lo stesso giorno) Almeno per me la composizione è sempre la calibrazione di equilibri, di piani di lettura appunto, cioè io intendo delle cose, sento delle cose e scrivo delle cose, poi queste cose possono essere scritte in vari modi e a seconda del modo in cui tu le esponi, rendi più o meno chiare certe cose e ovviamente fa parte dell’opera stessa quanto alcune cose siano chiare, altre scure e altre ambigue. Ho imparato molto da Iosonouncane in questo senso, sui testi è stato fondamentale.


Oltre al disco il 2022 di Vieri Cervelli Montel cosa ci riserverà? Ci sarà un tour?

Sì, sì ci sarà un tour… non so cosa posso dire e cosa non posso dire, però sì, ci vedremo sicuramente dal vivo.


Visto che è un disco a cui ci stai lavorando da anni, sarà bello per te portarlo dal vivo?

Guarda, sta avendo una nuova vita, cioè una roba che quasi non pensavo possibile. Il disco è suonato per intero, però va beh, sono tutti spoiler (risate). Suonare il disco gli rende una vita nuova ed è la stessa cosa ma è diversa, un po’ come fosse il trauma stesso del disco, lo rivivi, ma lo rivivi da grande, in maniera diversa e quindi è veramente una seconda vita del disco suonarlo dal vivo, suonarlo davanti a delle persone. Già quest’estate, nelle date di Iosonouncane, abbiamo suonate dei frammenti del disco e per la prima volta era condividere qualcosa con delle persone, questa è la cosa più preziosa che possa esistere per me, per questo disco.


L’intervista si conclude con i saluti per la bellissima chiacchierata, con un hype sempre maggiore per l’uscita, sia in digitale, sia in un'edizione in vinile bianco numerata e limitata di I (Primo), datata 6 maggio 2022 e con la voglia di vedere questo fantastico artista presentare dal vivo i suoi pezzi.