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I migliori album del 2020 per IndieVision

Il 2020 che si appresta a terminare è stato un anno singolare, a tratti sfiancante e sicuramente non facile da sopportare. Tuttavia, nel corso di questi mesi difficili, sono fioriti album splendidi, che ci hanno fatto commuovere, fremere, riflettere e crescere.


Lo stallo dell'industria nella prima parte dell'anno ha velocemente lasciato il passo, a partire dalla fine dell'estate, ad un ritmo serratissimo di pubblicazioni. Da amanti della musica, ciò ci ha fatto certamente piacere. Con la fine dell'anno, poi, si avvicina anche quel periodo di bilanci e sintesi.


Proprio per riassumere questo 2020 musicale, abbiamo preparato per voi la nostra personalissima classifica dei migliori lavori discografici pubblicati dal 1 gennaio 2020 ad oggi. Ogni membro della redazione che avrete ormai imparato a conoscere è stato chiamato a scegliere il migliore album per tre distinte categorie:

  • Miglior album italiano;

  • Miglior esordio italiano;

  • Miglior album internazionale.

Eccovi, senza troppi sforzi, il meglio di questo 2020: tra gloriosi ritorni e insperate scoperte, ne abbiamo sentite delle belle.

Le scelte di @eccenico


Miglior album italiano: "I mortali" (42 Records) di Colapesce, Dimartino.


Il cantautorato in Italia è in splendida forma. Quello siciliano, forse, ha raggiunto livelli stellari. Quando quel 5 giugno (che sembra ora lontanissimo), in coincidenza con la fine del primo durissimo lockdown totale, ho finalmente potuto mettere piede fuori casa, l'ho fatto con "I mortali" (42 Records) in cuffia. Non avrei potuto essere più felice: stavo andando a trovare il mio amore, che ormai non vedevo da troppi mesi, ascoltando una delle dichiarazioni d'amore più sincere che la Sicilia abbia mai sfornato, a firma Colapesce e Dimartino. Un album davvero splendido, di cui mi sono innamorato di più ad ogni ascolto. Quei pochi dubbi che avevo evidenziato in recensione sono poi scomparsi con ascolti più attenti e consapevoli. Il vino buono, si sa, invecchiando non può che migliorare.


Miglior esordio italiano: "Merce Funebre" (42 Records) di Tutti Fenomeni.


Quando a gennaio la pandemia era solo un confuso eco in quarta pagina sui principali quotidiani italiani, ecco che faceva finalmente capolino nella scena un cantautore tra i più acuti che avessi mai ascoltato, finora vissuto musicalmente principalmente pubblicando su Youtube: Tutti Fenomeni. Dalla pubblicazione dei suoi primi video dalla abbagliante regia cinematografica, infatti, non ho avuto dubbi che fosse nata in Italia una delle più intelligenti e brillanti personalità da un po' di tempo a questa parte. L' arrivo su Spotify di "Merce funebre" ha consacrato definitivamente questo sentore in qualcosa di più strutturato (e comodo da ascoltare). Tutti Fenomeni ha dimostrato a tutti di saper bilanciare sapientemente riflessioni ontologiche, satira caustica e la più strafottente attitudine di chi sa quello che fa e dice. Dopo ogni traccia mi è partito spontaneo un applauso ed ho capito finalmente cosa provano gli italiani in volo ogni volta che l'aereo tocca terra.


Miglior album internazionale: The Ascension (Asthmatic Kitty) di Sufjan Stevens.


Sufjan Stevens è tornato a settembre con un lavoro meno immediato dei precedenti ma con quello spirito avanguardista che lo ha da sempre contaddistinto. "The Ascension" non è facile da ascoltare per chi si era troppo accoccolato sulle melodie dolci e catchy dei suoi precedenti lavori, ma sa ragalare a chi lo ascolta con la dovuta attenzione gli stessi brividi di brani che un tempo ci avevano fatto commuovere come "Carrie and Lowell" e sognare come "Chicago". Uno stile criptico e viscerale a ritmi sincopati ed elettronici hanno definito nuovi standard in termini di qualità di produzione musicale e di scrittura. Di poeti che sappiano sfoderare la stessa versatilità ed ecletticità a questo mondo ne abbiamo pochissimi.


PS: a dirla tutta, non è l'unico album rilasciato da Sufjan quest'anno. A marzo, infatti, ha rilasciato anche "Aporia", in collaborazione con Lowell Brams che però non ha lasciato in me il segno come "The Ascension", sarà per le contaminazioni esterne.

Le scelte di @Michela Ginestri


Miglior album italiano: "Cip!" (Universal Music) di Brunori SAS.


“C'è un universo solo che unisce il cielo e il mare”. I dischi di Brunori sono una promessa d’amore, un vero atto di gentilezza nei confronti dell’uomo. “Cip!” è un album catartico, che descrive sensibilmente l’essere umano e le sue relazioni da ogni punto di vista. C’è l’ottimismo malinconico nelle sue canzoni più riflessive e un velato pessimismo in quelle più spensierate; un dualismo armonico tra bene e male in reciproca complementarità, sia nella vita che di conseguenza anche nelle canzoni, da sempre molto caro al cantautore. Cip! per me non è un disco ma un manuale di vita, in cui Dario, pagina dopo pagina, ci racconta amichevolmente le relazioni umane, dal sesso all'amore, da quando siamo piccoli a quando cresciamo, ci racconta di un mondo che gira comunque anche senza di noi, perché siamo speciali ma non così unici. Il risultato è un disco da ascoltare in quei momenti in cui perdiamo la fiducia in ciò che ci circonda o quando ci sentiamo chiusi tra le nostre incertezze, ma anche quando vogliamo capirne un po’ di più della vita. Tra tutte le tracce, se dovessi sceglierei “Il mondo si divide” e “Capita così”, anche perché sono molto legata ad una sua “cover” di una persona davvero speciale. Uscito lo scorso gennaio, inconsapevolmente, in un anno leggermente drammatico per il mondo in cui ci siamo resi conto della nostra precaria fragilità, Cip!, in punta di piedi, ci ricorda quanto nonostante tutto sia bello stare al mondo.


Miglior esordio italiano: "Apnea" (SugarMusic) di Bais.


"Godiamoci la fine del mondo, mi hai steso il cuore a testa in giù." Ho ascoltato Bais per puro caso una mattina, partito con il suo sound particolare in riproduzione casuale su Spotify e mi ha colpita sin da subito, cosa che ultimamente avviene sempre più raramente. Un disco di sperimentazione non casuale, con cui l'autore ci dipinge un'atmosfera dolce, singolare ed elegante, portandoci davvero in apnea e lasciandoci dimenticare del resto. Bais, in sole cinque tracce, ci porta in un mondo intimistico, profondo e a tratti nascosto di noi, quel punto interiore che non sempre riusciamo e vogliamo nascondere. Nell'ep si alternano elementi di vari generi, dal jazz al pop, per finire in un RnB contemporaneo dal sapore internazionale di cui vi avevo parlato a pochi giorni dall'uscita. Apnea va ascoltato tutto d'un fiato, come il titolo suggerisce, per goderne a pieno le diverse sfumature e singole caratteristiche di ogni brano. Tra tutte una menzione d'onore per "In Limousine", la prima che ho ascoltato e anche la traccia più peculiare e sperimentale tra tutte. Un ep d'esordio del tutto innovativo e non banalmente diverso.


Miglior album internazionale: "Foolish Loving Spaces" (Virgin EMI Records) dei Blossoms.


"Home is, home is where I'll be. When you're standing beside me". "Foolish Loving Spaces" è il terzo album dei Blossoms, band di Stockport (Manchester) formatosi nel 2013. “L’album è una pura celebrazione dell’amore in tutte le sue forme splendide e sconcertanti”, ha raccontato il gruppo all'uscita del disco, ed ecco perchè è il mio album dell'anno. Quindici brani (nell'ultima versione uscita lo scorso 4 dicembre), che, con la calda voce di Tom Ogden,

vi accompagneranno nelle varie sfumature dei sentimenti umani, tra brani più carichi e altri più riflessivi. Tra tutte le tracce forse sceglierei "Oh no! (I think i'm in love)", per la mia inguaribile vena romantica.


Le scelte di @Marco Anghileri


Miglior album italiano: “Venti” (La Tempesta Dischi) di Giorgio Canali & Rossofuoco.


Riporre tantissima fiducia in un album non ancora uscito è un’arma a doppio taglio, perché l’ascolto poi potrebbe rivelarsi peggiore delle aspettative. Il mio disco preferito del 2020 è arrivato tardissimo, il 4 dicembre, ma l’attesa si è rivelata meritata: “Venti” di Giorgio Canali & Rossofuoco ha superato ogni previsione. Le venti canzoni (non a caso il titolo), per un totale di 80 minuti, rarità che merita un applauso di questi tempi, sono state registrate a distanza dai quattro musicisti, da Bassano del Grappa alla Sardegna, da Bologna a Miami. Tra un omaggio alla canzone d’autore e l’altro (Giorgio ne ha inserito almeno uno in ogni brano), si ha l’impressione di muoversi nel tempo (“Eravamo Noi” ne è l’esempio più lampante), ma anche tra i generi musicali, e così troviamo, oltre ai classici pezzi in pieno stile Rossofuoco (“Morire perché”, “Dodici”, “Proiettili d’argento”), ballate struggenti (“Wounded Knee”, “Requiem per i Gatti Neri”), un “Meteo in cinque quarti”, un paio di drunken songs (“Tre Grammi e qualcosa per Litro”, “Vodka per lo Spirito Santo”) e gioielli di generi inaspettati (“Raptus”, “Rotolacampo”), il tutto sempre col comune denominatore che unisce tutti i lavori di Canali: neanche una parola fuori posto, neanche una parola a caso, testi incredibili.


Miglior esordio italiano: “Le Gabbie dei Tori” di Prevosti.


Mattia Prevosti è un giovane cantautore di Varese. Il suo disco d’esordio “Le Gabbie dei Tori” è una boccata d’aria incredibile: chitarra, voce e poco altro, una maturità sotto ogni punto di vista che può tranquillamente far impallidire artisti con alle spalle svariati anni di carriera. Contenente 10 tracce più una bellissima rivisitazione italiana di “Shelter From The Storm” di Bob Dylan, è stato prodotto da Giorgio Canali, che, si sa, ci vede lunghissimo quando si tratta di lanciare giovani talenti (vedi Le Luci Della Centrale Elettrica e Verdena, per citarne due): gli auguro il meglio, ricordando che “resta di nicchia tutto ciò che è migliore, e, se così non fosse, mi farebbe cagare”.


Miglior album internazionale: “The New Abnormal” (RCA/Cult) di The Strokes.


Con “The New Abnormal” gli Strokes interrompono la loro “pausa” dalle pubblicazioni durata ben 7 anni (“Comedown Machine” risale addirittura al 2013), ho consumato il precedente e posso dire tranquillamente di aver fatto lo stesso da aprile ad oggi con questo. Siamo di fronte ad un disco di quelli a cui il quintetto americano ci ha largamente abituato, un album essenziale, dove le chitarre sono incastrate tra di loro con precisione maniacale, la sezione ritmica precisa e non invadente le unisce alla voce che, sia per la scelta delle linee che per i suoni, si può vedere quasi come uno strumento volto ad accompagnarci ancora di più in questo viaggio. La giusta dose di synth abbellisce il tutto portando questo lavoro al primo posto nella mia classifica internazionale.

Le scelte di @Melania Rosati


Miglior album italiano: "Forever" (Ponderosa Music) di Francesco Bianconi.


Risulta sempre molto difficile trovare le giuste parole per descrivere in poche righe l’immensa bellezza che emana l’arte, quella fatta bene. Per questo mi limito a dire che tra i dischi che si configurano tra quelli che meritano di essere menzionati tra i migliori di questo anno c’è, senza alcun dubbio, FOREVER di Francesco Bianconi, leader dei Baustelle, che ci ha regalato il suo primo progetto da solista. Un lavoro il quale, come lo stesso afferma, si concentra sulla purezza e sulla canzone più che sulle sovrastrutture e le mode del momento. Ed infatti, la sensazione che si prova ascoltando questo disco è proprio quella di essere trasportati in una dimensione fuori dal tempo ove, tra archi e pianoforti, i testi delle canzoni di Bianconi non fanno mancare importanti momenti di riflessione. Forever è al pari di un lavoro universale, è pura filosofia, un vero capolavoro ed in quanto tale presenta importanti collaborazioni internazionali che aggiungono eccellenza a tutto il progetto.


Miglior esordio italiano: "Spazio" (Bomba Dischi) di Ariete.


Le generazioni cambiamo ma certi sentimenti che contornano l’adolescenza si circoscrivono quasi sempre allo stesso modo. Amori e insicurezze, mancanze e paranoie, quelle frasi tristi scritte nei diari che Ariete (Arianna Del Giaccio), utilizza per dar forma a canzoni che attraverso arrangiamenti minimal ed attuali sensazioni lo-fi catturano l’attenzione di un milione di ascoltatori su Spotify. Ariete è sicuramente una delle giovani rilevazioni di questo venti- venti che dopo una fugace partecipazione al programma X Factor debutta con il suo primo ep SPAZIO pubblicato da BombaDischi. La sua, non a caso, è la generazione X e la musica che la rappresenta anticipa il nuovo e prevalente filone del’indie italiano, quello emo – indie. In questo dicembre ha fatto seguito il suo secondo ep 18 ANNI che preannuncia una florida attività musicale per questa artista di cui certamente continueremo a parlare.


Miglior album internazionale: "Monument" (Play It Again Sam) di Keaton Henson.


Quando resto colpita da qualcosa di autentico, quasi alla stregua di un innamoramento, risulta essere sempre un evento di cui poterne parlarne senza mezzi termini. Immenso è per me Keaton Henson pittore, poeta e musicista londinese dall’animo complesso e profondo che in questo 2020 ha pubblicato MONUMENT un disco struggente, a tratti sussurrato, in cui questo artista mette a nudo i suoi sentimenti, riuscendo a trasmettere un forte tormento interiore contornato da una tenerezza disarmante. Monument è un disco intimo e delicato che si sviluppa attraverso un percorso di 11 brani i quali aprono il cuore sensibile di chiunque sappia avvicinarsi ad un artista come lui. Il mio cuore è esploso, ecco perché ve lo segnalo tra i migliori di quest' anno.

Le scelte di @Giulia Gallo


Miglior album italiano: "Machu Picchu" (Garrincha) degli España Circo Este


Libertà, spensieratezza, viaggio e rivoluzione: questi gli ingredienti del terzo album in studio degli España Circo Este, pubblicato il 6 novembre per Garrincha Dischi. Si tratta di un disco gioioso, colorato, che col suo sound coinvolgente ed originale (difficilmente inquadrabile, ma sospeso da qualche parte tra alternative rock e folk) è capace, nei testi, di alternare in maniera molto naturale uno sguardo speranzoso sul presente e una voglia di libertà e conoscenza sconfinate a più o meno velate critiche sociali e alla preoccupazione per il futuro. Uscito durante la seconda ondata di questa infinita pandemia, può essere uno strumento utile per pensare in positivo: ascoltare “Se la cantiamo ci passerà” per credere. Cioè, non solo quella, ascoltate tutto l’album. Buon umore garantito.


Miglior esordio italiano: "A luci spente" (Undamento) di See Maw.


Nuovissimo acquisto della scuderia di Undamento (Frah Quintale, Joan Thiele, Dutch Nazari), See Maw è un giovane cantautore milanese, classe ’96. Dopo aver pubblicato 2 EP, il 5 giugno ha debuttato con il suo primo album, fortemente identitario, dove la sua elettronica pulsante dipinge atmosfere notturne, talvolta più intime e raccolte, talvolta più da dancefloor che supportano una scrittura cantautorale (ricordando, a tratti, Cosmo), ma dove c’è comunque spazio per canzoni più indie-pop. “A luci spente” è sintomo di un genere che sta prendendo sempre più piede nell’underground italiano, in grado di far ballare ma anche di riflettere attraverso dei testi che, nella loro semplicità, sanno essere anche esistenziali. Tracce consigliate: “A luci spente” e “Con gli occhi chiusi”.


Miglior album internazionale: "Petals for armor" (Atlantic) di Hayley Williams.


Scrivere è terapeutico e catartico, soprattutto per gli artisti: è ciò che ha fatto Hayley Williams, la cantante dei Paramore, per affrontare un periodo molto duro della sua vita personale. “Petals for armor” è il suo primo disco solista, e le è riuscito piuttosto bene: dalla strutturazione in 3 parti, ognuna relativa a uno stato d’animo (l’impressione è quella di andare dal buio alla luce), al sound, che mescola Radiohead, Björk, Janet Jackson e i Paramore di After Laughter, ai testi, capaci di essere tanto pregni di significato quanto delicati; molto interessante anche la metafora dei fiori, che, come indica il titolo, è il tema portante dell’album e compare lungo tutta la tracklist, talvolta in maniera più evidente, talvolta più nascosta. Si tratta di un percorso di rinascita messo in musica in cui la cantante ha riversato i propri sentimenti, mettendo la propria anima a nudo.

Le scelte di @Enrica Barbieri


Miglior album italiano: "Dente" (INRI/Picicca) di Dente.


A fine febbraio, Dente è finalmente tornato in scena con il suo settimo disco “Dente” che porta proprio il suo nome d’arte, pubblicato per Picicca e INRI. Questo lavoro in studio rappresenta un punto di svolta nella carriera dell’artista fidentino perché con questo disco mostra un lato più profondo e personale di sè, utilizzando parole dirette e sonorità più pop.

È un disco che fila liscio e fa venire voglia di riascoltarlo da capo; è il disco che ha accompagnato la mia quarantena e che ho cantato a piena voce durante il mio primo concerto post lockdown, proprio di Dente a Bologna.

“Sarà la musica a cambiare il mondo, l’hanno detto oggi alla tv”, canta Dente in “Sarà la musica”: mi auguro che questo possa essere un messaggio di speranza per il 2021, per una possibile ripartenza per tutt*.


Miglior esordio italiano: "Milano 7" (Tempesta Dischi) di Nicolaj Serjotti.


Nicolò Ceriotti è un ragazzo del ’98, che ci ha lasciato senza fiato con il suo disco d’esordio “Milano 7”, pubblicato per la Tempesta Dischi. Nicolaj mette in rima i drammi quotidiani di un giovane adulti, con un approccio diretto, sincero. Con il titolo del suo disco, veniamo introdotti in quella che è la zona Mi7 (seguendo il sistema di tariffe creato da Trenord) l’hinterland rappresentato in questo caso da Busto Garofalo, che fa parte del nord-ovest milanese.

Nicolaj, inoltre, fa parte della 2004 Sgrang, un gruppo di persone e di amici dediti alla musica, della scena milanese e varesotta, che collaborano insieme, come Generic Animal, Fight Pausa e Massimo Pericolo.

In Milano 7 troviamo questo giovane artista che ci parla di amori giovani, di incertezze e di crisi di identità, del provare a tenere in equilibrio musica ed università (come viene citato nel brano Latitudine). Tra i brani che mi hanno conquistato di più, vi segnalo: Ottobre (feat Generic Animal), Latitudine, Senza Fiato e Scarabocchi.


Miglior album internazionale: "Whoa" (Carosello Records) di Birthh.


In Italia possiamo vantare di avere numerosi artisti e artiste che negli ultimi anni si stanno facendo strada nel panorama italiano e soprattutto internazionale, forse purtroppo. Una di queste perle rare che ho scoperto lo scorso anno è Birthh, Alice Bisi, la cantautrice toscana oramai trapiantata a New York.

Questo nuovo disco di Birthh, pubblicato a marzo per Carosello Records, è un grido di gioia, nel quale descrive gli stati d’animo delle persone, racconta la voglia di mettersi in gioco, l’accettare e il manifestare le proprie ansie, gioie e paure che poi sono i sentimenti che caratterizzano ognun* di noi. "Le persone sono solo persone, non sanno cosa stanno cercando" con queste parole inizia il viaggio, all’interno di questo disco, che fotografa la realtà, con un mix di folk, jazz ed elettronica.

Le scelte di @Ludovica Petrilli


Miglior album italiano: "Cinema Samuele" (Columbia/Sony) di Samuele Bersani.


A distanza di 7 anni, Samuele Bersani torna con 10 brani che sono dei veri e propri cortometraggi proiettati nel cinema interiore dell'artista "Cinema Samuele". In questo album è visibile la preziosa penna del cantautore che attraverso le sue parole ci fa viaggiare nei suoi racconti. Allo stesso tempo è evidente l'utilizzo di synth e chitarre elettriche che si affiancano alla perfezione al piano e agli archi. Sono molti i temi che il cantautore affronta in questo album: la ludopatia, la difficoltà nel parlare con il partner, la disperazione umana, la storia d'amore tra due donne che non riesce a farsi accettare dalla società, il potere dei diversi social network e dispositivi elettronici e il rapporto tra un artista e la stampa. Il tutto è raccolto in questo piccolo gioiello che dà luce a questo periodo buio per la discografia italiana.


Miglior esordio italiano: "Toccaterra" (Woodworm) di Emma Nolde.


Se vogliamo parlare di esordienti, non si può non parlare di Emma Nolde. Il suo album di debutto "Toccaterra" è tutt'oggi uno degli album che ascolto di più anche se è uscito diversi mesi fa. La cantautrice toscana attraverso i suoi testi personali cantati a se stessa e a una persona che a quanto pare non sa nulla, esprime le crisi della sua giovane età con una maturità incredibile. E' un album che ha carattere e non può passare inosservato.







Miglior album internazionale: "Remember to forget" (Black Crow Records) di Passenger.


Passenger è tra gli artisti inglesi più rilevanti nel panorama musicale internazionale degli ultimi anni. L'ep "Remember To Forget" è una piccola perla che attraverso cinque canzoni ti trasporta nella campagna inglese, in questa malinconia che fa riflettere e che ti fa apprezzare le piccole cose della vita. Il cantautore con la sua voce inconfondibile e il suo modo di scrivere così sincero e profondo trasforma ogni storia in qualcosa di unico.





Le scelte di @Sara Carrabba


Miglior album italiano: "L'ultima casa accogliente" (Universal Music Italia) dei The Zen Circus.

Un album libero e introspettivo. Il corpo, la nostra ultima casa accogliente. Un viaggio intimo attraverso nove tracce una più bella dell’altra, una più profonda dell’altra. Un ritmo incalzante e dolce allo stesso tempo che vorremmo continuasse ancora. Nonostante il marchio di fabbrica del gruppo pisano che li rende immediatamente riconoscibili anche all’orecchio meno espero, non c’è niente di scontato e di ripetuto nella loro storia musicale. È sempre tutto nuovo e da ascoltare col fiato sospeso.






Miglior esordio italiano: "Solo al Sole" (Santeria Records) di l'Albero.


Al suo secondo album, Andrea Mastropietro in arte L’Albero, dà un grandissimo valore aggiunto al cantautorato dei nostri tempi. Per lui “Solo al Sole” rappresenta un viaggio musicale nel quale ritrovare e ritrovarsi nelle note che vengono da Battiato, Battisi, Tenco e De Gregori. Insomma, un artista tutto da scoprire e continuare a seguire anche nel futuro.









Miglior album internazionale: "Italian Ice" (Single Lock Records) di Nicole Atkins.


Al suo quinto album Nicole dimostra di non sbagliarne una. Un album interessante e non facilmente catalogabile in uno stile definito. Si passa dal pop, al soul, all’indie con delle note di revival prese dagli anni ’60 e dagli anni ’80. Il disco registrato non a caso in Alabama, vede la collaborazione di vari artisti della scena indie-folk-country del sud degli Stati Uniti. Una bella scoperta in questo anno caratterizzato da grandi pause e momenti di riflessione.






Le scelte di @Anna Signorelli


Miglior album italiano: "Scritto nelle stelle" (Carosello Records) di Ghemon.


“Scritto nelle stelle” di Ghemon è stato decisamente il mio miglior disco dell’anno: uscito in un momento buio per tutti, e che mi ha toccato in maniera personale, questo album è stata l’occasione per rimettermi in carreggiata, per provare di nuovo qualche emozione, per ballare ancora nella mia cameretta, premendo “play” sul cellulare. È un lavoro maturo, autentico, sembra di farsi una chiacchierata con Gianluca, che come suo solito è trasparente e parla della sua vita senza tralasciare sfumature positive o negative che siano. Un gran ritorno sulla scena per Ghemon, che ci ha fatto come sempre innamorare della sua arte.



Miglior esordio italiano: "Indico" (Malinka Sound) di Iside.


Gli Iside, come qualcuno aveva preannunciato, sono diventati la mia boyband preferita dell’anno. Sarà forse che sono un po’ di parte, perché sono miei compaesani, ma mi sembra palese ed innegabile che facciano una cosa di qualità, e soprattutto che propongano qualcosa di originale, che devia un po’ dai binari del cantautorato italiano a cui le nostre orecchie sono assuefatte. Si respirano le atmosfere d’oltreoceano a cui gli Iside si ispirano, con il risultato che “Indico” (questo è il nome del loro EP) è un lavoro equilibrato e pieno di spunti interessanti. Se ve lo siete lasciati sfuggire, recuperatelo e ringraziatemi poi.



Miglior album internazionale: “Fetch the Bolt Cutters”(Epic Records) di Fiona Apple.

Fiona Apple torna a regalarci nuova musica dopo otto anni, e posso dire con serenità e fermezza che “Fetch the Bolt Cutters”, il suo nuovo disco, è proprio un regalo apprezzato. Si tratta di un lavoro potentissimo, che mi ha stupito per le sonorità ma anche e soprattutto per le tematiche che affronta: storie di donne, di lotta, di consapevolezza della morte, di femminismo, di vulnerabilità e forza allo stesso tempo. A Fiona il merito di essere riuscita a creare una perla della musica portandoci a cuore aperto la sua vita, non risultando mai, neanche per un attimo, appesantita dalla serietà delle sue parole, ma anzi facendoci anche divertire, grazie alla sua audacia e alla sua immensa bravura.


Le scelte di @Martina Strada


Miglior album italiano: "1920" (Elektra/Warner Music) di Achille Lauro.


La carriera di Lauro quest’anno ha fatto un salto di qualità mica male. Dopo un Sanremo in cui ha regalato non solo una canzone schifosamente orecchiabile ma anche un bacio con BossDoms e degli outfit che ancora ci sogniamo la notte ha fatto uscire un paio di singoli, 1990 e poi bam, 1920. I suoni sono quelli dei roarin' 20s, lo stile quello di un Achille Lauro gangaster. Io che sono fan di quel periodo storico mi sto ancora crogiolando nella bellezza dei brani. Unica nota dolente: Gigi D’Alessio. Non sono fan del genere suo e fatico a digerirlo ma se saltate la sua canzone l’album è bello lo stesso.




Miglior esordio italiano: "Poptimista" (Bagana) di Veronal.


Questa scelta è stata forse la più semplice da fare. "Poptimista" di Veronal è un album tanto da sentire quanto da vedere. Tutte queste foto, come le ha definite lui, immortalano con delicata precisione ciò che ci circonda e raccontano stralci di vita che possono appartenere a tutti.

Questo è quello che si definisce un bell'album e quest'anno abbiamo proprio bisogno di album belli che ci aiutino a tirare avanti.






Miglior album internazionale: "Folklore" (Republic Records) di Taylor Swift.


La scelta devo ammettere è stata dura, quest’anno sono usciti i lavori delle mie artiste di riferimento ma Folklore è stata la svolta. Uscito a sorpresa a fine luglio questo album ha rimesso in prospettiva tutto quello che Taylor Swift ha fatto negli anni. Non ci sono grandi hit ma c’è introspezione, c’è crescita e c’è un featuring con i Bon Iver che scalda il cuore.

È l’album della svolta in un anno di svolte che non sarebbe mai esistito se non ci fosse stata la quarantena. Affezionatevi a Betty, James e Augustine, alle storie raccontate, ai suoni coinvolgenti. Prendete una tazza di tè e fatelo partire, non ve ne pentirete.