Guida di sopravvivenza all'"Ansia Capitale", il nuovo album raccontato dai Management - Intervista

Lo scorso 10 giugno, i Management, noto duo formato da Luca Romagnoli e Marco Di Nardo, hanno rilasciato il loro sesto album in studio dal titolo "Ansia Capitale" (Garrincha Dischi/Sony Music). 8 tracce implacabilmente legate tra loro dal leitmotiv di una società che lascia ai margini, che ci mette gli uni contro gli altri, che fa dubitare ognuno di sé stesso, del mondo e di chi ha attorno. Insomma, che non lascia alcuna prospettiva positiva all'orizzonte.



Gli anni passano, ricordiamo gli ormai dieci passati dalla release di "AUFF!!", primo album della band, quando li conoscemmo tutti come Management del Dolore Post-Operatorio, ma lo stile, nei testi e nei modi, rimane inconfondibile; in "Ansia Capitale", inoltre, il ritorno alla produzione di Manuele "Max Stirner" Fusaroli, che aveva accompagnato la band sia nell'album d'esordio che nel successivo "McMao" (2014) e già precedente produttore, tra i vari, de Le luci della centrale elettrica, Zen Circus e Nobraino.


Anche questa volta, la penna di Luca non delude e anzi, senza alcun velo mette a nudo paure e ansie che è normale avere, nonostante al giorno d'oggi ancora da molti vengano vissute come un tabù, come fragilità da nascondere. Ma se c'è una cosa che accomuna tutti, banale da dire, è l'umanità, e l'essere umano è anche questo: urlare a questa realtà che fa schifo, che non si sta bene, che fa male "sentirsi soli anche dentro una stanza piena" (da "Donna bisestile", di Willie Peyote"), e che un po' di felicità spetta a tutti, non importa il modo.



In “Ansia capitale” descrivete una situazione che negli ultimi mesi, se non addirittura anni, è condivisibile quasi da chiunque: artisti, precari, universitari, disoccupati e non solo. Secondo voi si tornerà mai ad una specie di “periodo d’oro” in grado di far finalmente respirare anche noi giovani o ci troviamo ormai a percorrere una strada senza ritorno? Credo che al mondo non siano rimasti neanche 50 anni di vita. In questi 50 anni, dubito fortemente che vivremo un periodo d'oro. Chi ha la possibilità di andare a vivere su Marte, potrebbe essere più ottimista.


“Non è la poesia che fa le regole Luca, le regole le fa il poeta” (da “Più mi odi più mi amo”). Dal testo si evince che non sempre ti è stato facile lasciarti scivolare le cose addosso, isolarti dal continuo pressing del mondo esterno. C’è un evento particolare che ti ha scosso in tal senso? No. Mi sono messo al centro della canzone solo come pretesto per parlare della difficoltà di essere se stessi in una società che vuole da noi l'omologazione più totale, e che stimola continuamente l'odio nei confronti del diverso. Il diverso va gestito solo nella maniera in cui può portare guadagno, secondo loro.


Sono passati ormai 10 anni dall’uscita di “AUFF!!”, un album duro, dissacrante, carico di temi che, ancora oggi, spesso vengono visti come tabù. Secondo voi qual è il ruolo dell’artista, da questo punto di vista? La musica la si fa per sé stessi o anche per “smuovere la massa”? L'arte può essere un modo per vendere un prodotto, oppure un bisogno che ti sconvolge, ti distrugge, ti lacera dentro finché non trova il modo di uscire fuori. Noi non decidiamo niente, si annida dentro di noi come un virus, e se decide di uscire prima o poi ci riesce, e se proviamo a reprimerla e a lasciarla dentro, ci distrugge.


"Ansia capitale" è il vostro primo album uscito per Garrincha Dischi, come vi siete trovati a lavorare con questa nuova e storica etichetta del panorama indipendente? Lavorare con chi ha fatto la storia della musica indipendente e alternativa, e che ha anche cambiato le regole del mondo del pop, è un modo divertente e gratificante di essere se stessi e proporre a un largo pubblico quello che non si aspetta.


Com'è cambiato o si è evoluto il vostro stile e il vostro modo di approcciarvi ai testi dall'esordio ad oggi? Non ne ho la più pallida idea. Non sono io che scelgo le parole, sono le parole che scelgono me.



Ne “La fine dell’eternità” ad un certo punto Luca canta “mi piace ricordare / forse mi piace più di vivere” che, aldilà della reference all’opera di Asimov come titolo (voluta?), mi ha fatto riflettere su quanto spesso, nella musica, nei film e nella realtà quotidiana, si tende a romanticizzare nostalgia e malinconia quasi allo sfinimento; vivere di ricordi o per un ricordo rispetto a vivere davvero per crearne di nuovi. Perché, secondo voi? Perché la poesia è fatta perlopiù di abbandoni, di vuoti, di mancanze, di ossessioni. Il poeta nasce per moltiplicare le emozioni, le gioie, ma soprattutto il dolore.


In “Bastatutto” viene chiesto “Adesso spiegami cosa significa questa parola, felicità per te”. Ecco, cos’è per voi la felicità? La felicità è fatta di attimi di dimenticanza, diceva Totò. Bisogna dimenticare per un attimo la nostra condizione di esseri umani destinati al buio eterno. Se un buon amico, un bel film, un bel libro o una notte d'amore riescono a farci dimenticare quello a cui siamo destinati, possiamo essere felici per un poco.


“Un mondo al veleno” è la perfetta rappresentazione dei paradossi che affliggono la nostra società, secondo voi quale sarebbe l'antidoto per poter sopravvivere a questa situazione? Io ho un trucco. Immagino di essere un alieno che vive nell'anno 25mila. Questo alieno è tornato indietro nel tempo, all'anno 2022, si guarda intorno e dice: Ma questi erano proprio dei coglioni.


Possiamo convenire, in linea con l’ultimo brano dell’album “Dov’è l’uscita di questo inferno?”, che l’unico modo per sopravvivere in questa vita è avere culo, fegato e saper convivere con le proprie “dannazioni”? Direi di sì. Un po’ di fortuna, un po’ di coraggio, e una predisposizione genetica e caratteriale a sopportare tutto. Una questione di forza, muscolare e mentale, oppure di stupidità: gli scemi non hanno niente da sopportare, siamo noi che dobbiamo sopportare loro.