"Io cos'ero prima di te?": Lorenzo Vizzini viaggia alla scoperta delle proprie radici nel primo capitolo di "Terra" - Recensione
- Sara Curioni

- 3 giorni fa
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Durante il mio primo viaggio in Sicilia, in un settembre soleggiato di qualche anno fa, camminavo meravigliata tra le chiese barocche di Noto quando mi sono imbattuta per caso in una mostra fotografica dedicata a Giuseppe Leone. Folgorazione. Del lavoro di Leone non avevo mai sentito parlare, eppure, nel trovarmi di fronte alla potenza emotiva e incantatrice del suo bianco e nero, sentivo risuonare qualcosa di profondamente radicato, autentico, commovente. E così, quando il mese scorso sono entrata nella galleria milanese di Fondazione Sozzani, in occasione della presentazione di "Terra – Vol.1 – Radici", ad attirare immediatamente la mia attenzione sono stati i due volumi dedicati all’opera del fotografo ragusano, citato da Lorenzo Vizzini – cantautore suo concittadino – come una delle principali ispirazioni artistiche del suo ultimo lavoro discografico.
Pubblicato il 21 novembre, "Terra – Vol.1 – Radici" (Surf Music / Ada Music Italy) è il primo capitolo di un progetto ambizioso, dall'artista sognato e rincorso per anni, fondato sul desiderio di girare il mondo, lasciarsi attraversare da culture e arti diverse, sperimentare nuovi incontri e trasformare tutte le esperienze vissute in canzoni. E da dove partire per un viaggio tanto complesso e imprevedibile, se non da casa? Così, il primo tassello di "Terra" è un ritorno alle radici che coincide con una riscoperta dei propri luoghi, ma anche con una riconnessione con il passato dell’infanzia, con i ricordi famigliari e con la lingua parlata tra le mura di casa; e che porta il cantautore a compiere un’indagine nella propria identità più intima, osservata partendo proprio dal rapporto con la propria terra e le proprie origini.

Per arrivare a ciò, Lorenzo ha intrapreso un percorso che è duplice e che è perfettamente sintetizzato anche nell’esposizione di Fondazione Sozzani, che prende il via da un tavolo materico allestito con pochi significativi ricordi famigliari – le fotografie color seppia degli antenati, i quaderni scolastici appartenuti ai nonni, i versi e gli scritti del bisnonno poeta Francesco Mandolfo (alla cui memoria è dedicato l'intero lavoro) – e procede con un itinerario interattivo e sensoriale che continuamente pone chi lo percorre in dialogo con i luoghi e con le ispirazioni visive e culturali dell’album. Da un lato c’è la ricerca famigliare, che scava nei ricordi personali, nei racconti domestici e negli aneddoti quasi mitici tramandati di generazione in generazione: è il caso di "Sancu blu", racconto pizzicato sulle corde di un’arpa che muove dall’antico episodio di uno zio che si diceva essere figlio dell’unione illegittima tra un principe e una cameriera, per poi delineare la scena intima di un nonno che mostra al nipote le vecchie VHS che ne ripercorrono l’infanzia. In altri momenti, come nel caso di "Carusi", la memoria del passato si allarga fino a coinvolgere la sfera delle amicizie dell’adolescenza, di cui si raccontano i mille pomeriggi condivisi e – attraverso questi – si traccia il ritratto di un’intera città (la stessa che Lorenzo aveva cantato in "Santa Domenica", un suo brano di qualche anno fa) che rimane immobile e sempre uguale a sé stessa mentre guarda i suoi figli crescere, cambiare e allontanarsi da lei.
"Che senso ha cercare di capire il mondo, se non hai ancora capito cosa ti ha lasciato la tua terra?" (Lorenzo Vizzini)
Dall’altro lato, ugualmente centrale per il cantautore e produttore è l’ispirazione naturale, culturale ed artistica: il primo volume di "Terra" è un disco fortemente visivo, quasi tattile, che molto deve alle suggestioni offerte dai panorami e dai paesaggi dell’isola. Qui, questi non rimangono sullo sfondo come scenografia muta, ma diventano corpi viventi e di cui la narrazione è pienamente intrisa: quella che si definisce così nel corso delle dieci tracce è una topografia precisa e ricchissima, dove i luoghi sono raccontati per il loro essere teatri e contenitori di memoria, quando non sono addirittura animati da caratteristiche quasi umane (è ciò che accade ai due mari che in "Jonio e Mediterraneo" si incrociano presso l'Isola delle Correnti e lì si baciano, come fossero due amanti che si riconoscono l’uno nell’altro). Oltre che all’aspetto geografico, la componente visiva del disco molto deve anche agli spunti offerti dalla consistenza materica della fotografia – quella già citata di Leone, ma anche quella veritiera e potente di Ferdinando Scianna e quella gentilmente nostalgica di Luigi Ghirri – e dal colore compatto ed espressivo della pittura di Piero Guccione e Franco Polizzi.
Contemporaneamente, i riferimenti presenti nei testi delineano un corpus ricchissimo e variegato di figure letterarie, tipi umani e personaggi della cultura popolare siciliana: "Ghiufà" è un’ode incalzante e rituale all’omonimo personaggio della tradizione orale isolana, un anti-eroe che spesso è schernito per via della sua stoltezza e della sua attitudine a cacciarsi continuamente nei guai (pur riuscendo, però, a spuntarla sempre); mentre scrive, Vizzini pensa anche a tutti quegli individui insoliti ed eccentrici che affollavano Ragusa quando lui era ragazzo, ben sintetizzati nella figura di Giufà, che come lui erano derisi e marginalizzati e che qui trovano riscatto divenendo simboli della libertà più istintiva e completa, perché impermeabile al giudizio altrui e a qualsiasi senso di vergogna. La celebrazione della libertà ritorna anche in "Zannu" (che letteralmente è lo zingaro, inteso come colui che vive senza padroni o bandiere), un canto di appartenenza "per chi sente di non appartenere a nessun recinto, per chi non si sente a casa da nessuna parte ma sente che in ogni posto c’è un po’ di casa sua"; qui, ancora una volta, dai versi della canzone si affacciano i riferimenti a tre figure culturali molto diverse tra loro ma tutte accomunate da una forte indipendenza ed emancipazione intellettuale ed artistica, come la scrittrice e anarchica ragusana Maria Occhipinti, il cantautore bolognese Claudio Lolli e il musicista e attivista nigeriano Fela Kuti.
Così, ciò a cui Vizzini dà vita consiste – oltre che in un racconto intimo e personale del passato famigliare e domestico – in una traduzione personale e artistica di tutta l’eredità emotiva, artistica e spirituale che gli hanno lasciato le sue radici geografiche e culturali, di cui qui prende nuova coscienza attraverso un recupero viscerale e profondo. Nel tentativo di comprendere cosa il passato abbia lasciato nella sua identità attuale, però, Lorenzo non intende guardare nostalgicamente a ciò che è stato: a prevalere è, piuttosto, un atteggiamento di analisi e indagine, volto ad osservare i momenti dell’infanzia e a interrogare i ricordi della giovinezza, rielaborandoli con lo sguardo dell’oggi e la consapevolezza dell’età adulta.
Ad aprire il racconto è "Mannarina", un vero e proprio "invito al viaggio", che introduce il macro-tema che sarà dispiegato nel corso dell’intero album: quello del rapporto con le proprie radici, inscindibile ma conflittuale, e di un senso di appartenenza che si prova nei confronti di una terra vissuta, poi lasciata, infine ritrovata. Così, il "sancu i mannarina” (“sangue di mandarino”) del ritornello è il sangue che ci è trasmesso dai luoghi che ci hanno visto nascere e che continua a scorrerci dentro, anche quando le vicissitudini della vita ci portano lontano da quegli stessi luoghi. Ad aprire il brano – e, con esso, il disco e l’intero viaggio di "Terra" – è un vociare confuso, misto tra le urla dei venditori dietro ai banchi del mercato e le litanie e i canti religiosi delle donne, che immediatamente immette nello scenario del racconto. Poi, una voce femminile che cantando in arabo marocchino – chiaro riferimento alle radici linguistiche del siciliano – pone la domanda che costituirà la spina dorsale di tutto disco e che sembra provenire direttamente dalla Terra, nei confronti del figlio partito per andare altrove: “Fin ghadi? / Dove vai?”. Da qui, il ritmo sincopato delle percussioni di Ayman Mabrouk e il suono brillante e avvolgente del tar suonato da Soheil Saadat accompagnano il cantato in un percorso che attraversa la geografia dell’isola (le case di Agrigento, il Pisciotto di Sampieri, le fiumare di Noto, l’aeroporto di Comiso) e approda a un’altra domanda, rivolta stavolta a parti inverse: "Io cos'ero prima di te?".
"E macari quannu ti nu vai / E anche quando te ne vai Nun ti lassa mai mai mai / Non ti lascia mai, mai, mai È u to sancu i mannarina / È il tuo sangue di mandarino È nu ciauru aruci e jacitu intra i vina / È un profumo dolce e fermentato dentro le vene È maravigghia e camurria / È meraviglia e casino È mari vasciu e majaria / È mare basso e sortilegio [...] Macari quannu i viri frarici / Anche quando le vedi marce Nun t'ei strappi mai ra peddi i rarici / Non ti stacchi mai dalla pelle le radici." (da "Mannarina")
Se "Mannarina" è l’apertura perfetta del viaggio, "Bedda mia" ne è la chiusura speculare; così, il “Dove vai?" ("Unni vai?") che veniva accennato all’inizio della prima traccia è qui ripetuto in modo quasi vorticoso, fino a compiersi in una risposta che suona come una presa di coscienza: “Cu s'apparteni un si scodda mai / Chi si appartiene non si dimentica mai”. Giunto alla fine del viaggio dentro ai propri luoghi e alla propria identità, il cantautore raggiunge così una consapevolezza che si fa pilastro portante di tutto il disco: non conta quanto distanti siano i luoghi da poter definire "casa", la terra che ci ha visti nascere e diventare grandi dà inevitabilmente forma a ciò che siamo e pone i semi di ciò che diventeremo. E se questo viaggio di riscoperta serve a Vizzini come percorso di riappacificazione con le proprie origini, la convinzione raggiunta dal cantautore ragusano è anche un'altra: l'identità di ciascuno può essere sfaccettata, aperta, continuamente in viaggio e in dialogo con culture e luoghi diversi; così, il senso di colpa generato dalla contraddittorietà di un rapporto che continuamente oscilla tra odi et amo, tra senso di appartenenza e desiderio di andare via, può finalmente acquietarsi nella convinzione che ci si possa sentire a casa in molte parti del mondo diverse.
Il disco si chiude, in sostanza, con quella che appare come una sentitissima e commovente lettera di arrivederci, che segna la fine di un ciclo – quello di chi rimane nella terra da cui proviene, ma desidera partire per realizzarsi altrove – e l’inizio di un rapporto riconciliato e sincero con i luoghi della propria infanzia. Al tempo stesso, l'outro dell’ultima traccia – affidata alla voce della cantautrice e produttrice argentina Mariana Paraway, che canta in spagnolo uno stralcio di poesia di Pedro Caldéron de la Barca – apre idealmente verso la prosecuzione del viaggio, come un’eco lontana che dischiude la vista di nuovi orizzonti sconosciuti.
"U to amuri fu miricina e malatia / Il tuo amore è stato medicina e malattia M'abbrazzava e duoppu mi facia affucari / Mi abbracciava e poi mi faceva soffocare." (da "Bedda mia")
Nel mezzo, tra i due estremi del viaggio, un percorso che ha nel suo collante l’utilizzo del dialetto, vissuto come vocabolario della dimensione domestica e familiare, ancora più che come elemento comunitario e collettivo; la lingua utilizzata nelle dieci tracce, infatti, è quella che Lorenzo utilizzava tra le pareti di casa e nelle aule scolastiche, e unisce elementi del ragusano ad altri del siracusano. Oltre che dettata da ragioni stilistiche e musicali – il dialetto ha inevitabilmente sonorità non replicabili dall’italiano –, la scelta linguistica sembra essere l’unica possibile, per una ricerca che il cantautore intende svolgere dentro di sé, dentro i propri ricordi e quelli della propria famiglia.
A variare fortemente, invece, è il carattere sonoro dei brani: nelle produzioni dell'album, interamente curate dallo stesso Vizzini, convivono episodi più mossi, ruvidi ed elettrici ("Carusi") e ninne nanne dai toni morbidi ed evocativi ("Mà"), e il carattere popolare e tradizionale riscontrabile in alcuni passaggi ("Ghiufà") fa spazio, altrove, a momenti più sobri e volti alla sottrazione e all'essenza del suono ("Ghioia"). Il suono è maneggiato da Lorenzo come fosse uno strumento vivo, modellato di volta in volta per restituire la complessità sensoriale della memoria, ed è così investito di una funzione spiccatamente narrativa: in "Austu", i suoni riverberati amplificano la sensazione di nostalgia e di perdita evocata dall’estate che finisce; in "Zannu", la ritualità del tamburo a cornice e la forza identitaria del marranzano danno forma ad una celebrazione incalzante e sacrale della libertà che accomuna i sud di tutto il mondo; in modo simile e contrario, l’essenzialità del pianoforte e voce (allo strumento, il compositore e pianista catanese Francesco Le Metre) fa di "Mà" l’episodio più intimo dell’album, capace di tracciare i contorni di una relazione madre-figlio segnata da ciò che per pudore non viene detto o esplicitato. E se per tracciare la complessa identità sonora del disco Lorenzo sceglie di affidarsi a musicisti internazionali e provenienti da zone lontane del mondo, il legame inscindibile con la famiglia e con il passato si rivela ancora una volta in "Sancu blu", dove il basso è suonato proprio dal nonno del cantautore Vincenzo Mandolfo.
Ciò che è destinato a rimanere del progetto di Vizzini, insomma, è la sua capacità unica di attraversare la memoria per guardarsi dentro in profondità, e di tracciare al tempo stesso un compendio toccante e consapevole di tutti gli elementi – geografici, culturali, umani – che danno forma alla propria identità più pura. In questo, emerge fortissima l'abilità di empatizzare con la materia trattata e di rielaborarla nel linguaggio canzone, che già era evidente nel lavoro di autore che negli anni ha portato Lorenzo, sin da giovanissimo, a prestare la sua penna ad artisti come Ornella Vanoni, Renato Zero e Marco Mengoni; e che qui dà vita a uno di quei dischi che continuano a risuonare ben oltre alla loro durata, riuscendo a scavare a fondo e a tratteggiare narrazioni pienamente autentiche. Proprio come gli scatti di Giuseppe Leone che l’hanno ispirato, in grado di fissare in un istante perenne la quotidianità delle conversazioni assolate degli anziani in piazza o l’ingenua spensieratezza dei bambini intenti a giocare e correre su e giù dalle scalinate delle chiese barocche; e capace, proprio come quelle fotografie, di cogliere bellezza e contraddizioni della propria terra e di farsi testimone vivo e vitale di una memoria personale e collettiva.









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