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L'alchimia a tratti instabile di "Ritmo Lento" dei LEATHERETTE - Intervista

  • Immagine del redattore: EcceNico
    EcceNico
  • 30 minuti fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Forti di due album che hanno fatto tanto rumore, sia metaforicamente che non, nella scena post punk italiana, i Leatherette sono tornati lo scorso novembre con il loro "Ritmo Lento" per provare a riscrivere ancora una volta le regole di un estro musicale raffinato e in continua evoluzione fin dalla loro fondazione nel 2018.



"Ritmo lento" è un viaggio nella coscienza tra paure e desideri: amore e rabbia, passione e disillusione, tristezza e speranza convivono in testi in apparenza semplici e ripetitivi, di un’innocenza e assurdità quasi infantile, ma che aprono invece riflessioni profonde e varchi misteriosi. Parole che emergono dal subconscio, immagini a tratti criptiche che il gruppo ha imparato a non respingere.


In vista della loro data milanese all'Arci Bellezza il prossimo 18 febbraio, li abbiamo raggiunti con alcune domande per capire meglio l'anima del disco e del gruppo. Buona lettura!



"Ritmo Lento nasce da un rallentamento": raccontate che il disco nasce da un momento di respiro, come gesto quasi politico. In un’epoca che idolatra la produttività, quanto è stato difficile concedervi il lusso di fermarvi davvero, senza sentirvi in colpa?


Purtroppo nessuno di noi è un musicista a tempo pieno, per quanto sarebbe bello esserlo, ma la controparte positiva di questa condizione è che alla fin fine nessuno ti corre dietro, se non te stesso. La cosa più difficile quindi non è tanto il rallentamento in sé, quanto più la ricerca di un incastro tra i ritmi della musica e della creatività e quelli del resto delle nostre cinque vite, che col tempo prendono direzioni diverse ma in qualche modo riescono a mantenere una certa coesione. Quindi dal fermarsi e rallentare più che un senso di colpa scaturisce la soddisfazione di essere riusciti a costruire qualcosa con tempi e modi per noi sani e congegnali.


La copertina del disco è fatta di colature, sbavature, sovrapposizioni. Se fosse un autoritratto della band, quale parte di voi rappresenterebbe?


Forse rappresenterebbe l'alchimia a tratti instabile ma stimolante e colorata che si crea tra di noi quando suoniamo insieme, spesso involontariamente.


Il disco parla di perdersi per ritrovarsi. Qual è la cosa più preziosa che avete perso lungo il percorso e che non vorreste recuperare?


Abbiamo sicuramente perso in larga parte certi egoismi emotivi e compositivi, a favore della ricerca di un discorso più collettivo, e abbiamo imparato il valore della sottrazione.


Con questo disco avete “abbandonato le radici dichiaratamente punk senza rinnegarle”, rivendicando l’idea che il vero punk oggi sia la libertà di cambiare forma. è stato difficile lasciare andare un’identità così forte senza sentirvi “infedeli” a voi stessi?


Crediamo che il post-punk, etichetta oggi piuttosto abusata, fosse in origine proprio una sfida agli stilemi del punk, un tentativo di deformarli e rimodularli dall'interno, pur senza denigrarli. Ci è sempre piaciuto e venuto spontaneo questo approccio, quindi lavoriamo in questa direzione e cerchiamo di ascoltare con onestà le inclinazioni che mano a mano insorgono nel nostro processo creativo, senza limitarci e cercando di non ripeterci per quanto possibile.


Vi siete sentiti più ispirati scrivendo questo disco o il primo?


Per quanto il primo amore non si scordi mai, siamo fieri del percorso che abbiamo fatto e crediamo che l'ultimo disco ne sia una bella fotografia, di cui riusciamo ad essere stranamente orgogliosi.



I ragazzi suonano il 18 febbraio a Milano all’Arci Bellezza, il 19 a Torino al Magazzino sul Po, il 20 a Piacenza a Musici per Caso, il 13 marzo a Viareggio (LU) al GOB e il 14 a Colle Val d'Elsa (SI) a Sonar.



 
 
 

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