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"La consapevolezza del problema, l’uscita di casa, il viaggio...": Lostatobrado racconta "Ahimè" - Intervista

Dopo aver assistito alla sua prima presentazione dal vivo al Locomotiv Club di Bologna, lo scorso 24 gennaio, abbiamo voluto approfondire ulteriormente il disco "Ahimè" con Lostatobrado. Il nuovo lavoro di Alessio Vanni, Lorenzo Valdesalici e Lorenzo Marra si focalizza sul connubio primordiale tra musica e immagine per celebrare la loro visione dell'essenza umana. La definizione che la band dà del proprio progetto, musicaelettroacustica post-agricola, trova la sua massima rappresentazione in quest'ultima uscita: temi e suoni fanno da ponte a mondi apparentemente in contrasto. La nostalgia della tradizione e le incongruenze della modernità si incontrano in otto tracce con un'impronta unica e decisa. "Ahimè", senza saccenza, regala una ricetta per vivere nel migliore dei modi qui e ora.




“Ahimè” è Un elogio alla bellezza della temporaneità della vita, perché è proprio lì che risiede la nostra unicità; credete che la stessa caratteristica attraversi anche la musica? Dal vostro punto di vista, anche la musica è unica perché temporanea o possiede altre peculiarità?

Da poco tempo (relativamente all’età del mondo) la musica si può catturare e riprodurre su supporti. Fino a quel momento era l’arte del momento presente. La musica dal vivo possiede ancora questa caratteristica di esserci nel momento in cui viene eseguita, poi scompare.

La musica è taumaturgica per chi la fa e chi la ascolta (speriamo).


Come mai avete scelto di dare una struttura circolare ad un disco che celebra proprio la fine, la morte? In che modo la prima e l’ultima traccia si riallacciano tra loro?

Non è stata una scelta. Dopo mesi di scrittura, ci siamo accorti che le canzoni avevano un senso immaginifico se messe in un certo ordine. Ci siamo accorti che il disco seguiva in qualche modo oscuro lo schema del viaggio dell’eroe: la consapevolezza del problema, l’uscita di casa, il viaggio, l’aiutante magico, la trasformazione, il ritorno a casa.

La prima e l’ultima traccia si riallacciano nello stesso modo in cui una favola inizia con “c’era una volta” e finisce con il commiato del narratore.

 

L’album lavora molto sulla commistione tra suono e immagine; se doveste associare una foto/un quadro/una scena di un film ad un’ognuna delle otto tracce, quali sarebbero?

Sarebbero scene (che tra l’altro abbiamo provato a generare con sistemi di generazione di immagine) apocalittiche. Il mondo è a pezzi e i turisti lo fotografano.

La canzone “Ahimè” potrebbe essere Melanconia di Von Trier, “Auguri” “Non ci resta che piangere”. “Pergole” una anziana signora che raccoglie i suoi animali prima della fine. “Chiome” più vicina al cinema di David Lynch, “Tane” un quadro di Bosch. Anche 8 e mezzo di Fellini si presta bene a diversi momenti del disco.

 

Come si trae ispirazione da una vita low budget rumore non fa (“Chiome”) per comporre un album? C’è un riferimento, un elemento di congiunzione, al brano “Bancali”?

L’ispirazione sono stati come sempre i suoni. I suoni guidano la nostra sensibilità e portano a scegliere o scartare canzoni. Nessuno dei tre ha mai pensato che Chiome e Bancali siano sorelle, ma chissà, le canzoni una volta scritte e pubblicate non sono più di chi le ha composte.

 

Le otto tracce di “Ahimè” sono comunque “Canzoni contro la ragione” o si differenziano, da questo punto di vista, dal disco precedente?

Questo non voleva essere un disco “contro” niente. Voleva essere una rappresentazione della realtà secondo noi (rappresentare, non dimostrare come diceva Fellini).


Giochiamo per un attimo a “preferiresti…”: se, in uno scenario distopico, vi chiedessero di scegliere tra una “vita low cost post-agricola” priva di rumori, ma anche di musica, e un’elettroacustica modernità, quale sarebbe la vostra scelta e perché? 

Probabilmente vivremmo meglio in una vita low cost. La musica in fondo non è un bene primario.

 

Ahimè ritrae un mondo allo scompiglio, una caotica messa in scena in cui ognuno sceglie le proprie maschere per recitare le proprie parti: che parte sta recitando Lostatobrado (se lo sta facendo) e quale maschera indossa?

La maschera di chi sale sul palco a suonare musica per altre persone.

 

Siamo stati al vostro concerto del 24 gennaio al Locomotiv Club rimanendo piacevolmente sorpresi dalla presenza di elementi abbastanza inusuali per i palchi italiani; come siete arrivati a questo livello di sperimentazione? Come mai non vi siete limitati alle solite formazioni tradizionali?

Ci interessano le cose particolari. In questo momento storico, le scelte usuali ci annoiano un po’. In futuro chissà.  

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