• Edoardo Previti

Le Ore ci raccontano il loro primo EP "Che fine abbiamo fatto" - Intervista

Dopo un intero anno di silenzio lo scorso 15 luglio il duo "Le Ore", formato dal romano Matteo Ieva e dal viterbese Francesco Facchinetti, è tornato sulle scene pubblicando per Columbia Records/Sony Music Italia il suo primo EP, "CHE FINE ABBIAMO FATTO", lavoro in cui tra "suoni sfocati, atmosfere indie-folk e arrangiamenti alt-pop" il duo descrive sia le ansie e i turbamenti di una generazione invisibile, identificata nel fantasma in copertina, che la necessità di non scappare, come ci hanno insegnato, dai propri lati oscuri, ma di recuperarli, accettarli ed infine abbracciarli.


A Francesco e a Mattero abbiamo sia chiesto qualcosa sulla loro storia, che le fasi di nascita e i significati della canzoni di questa loro prima, e speriamo non unica, fatica discografica.

Ciao “Le Ore”, benvenuti su Indievision! Prima di parlare del vostro primo EP, volevo chiedervi qualcosa sulle vostre origini. Chi sono e come si sono formate “Le Ore”? Perché avete scelto questo nome? Quali sono le vostre influenze artistiche che vi hanno spinto a intraprendere una carriera musicale?

Wow, se questa è solo la prima domanda, siamo sicuri sarà una bella (e lunga) chiacchierata:)

Il piacere è tutto nostro, qui partiamo dall’inizio, da quegli anni a cui spesso non pensiamo, abituati ormai all’idea che un’epoca duri sei mesi e poi si resetti, ma noi ci siamo conosciuti quando TikTok non c’era, Instagram non era così rilevante e chi era all’avanguardia iniziava a postare video su Facebook. Volevo creare una band (Matteo) ed ho scritto a Francesco dopo aver visto una sua cover in acustico su YouTube, le mie ispirazioni erano, appunto, band oltreoceano e gruppi britpop, artisti che nella metà della decennio scorso evolvevano il background punk/pop punk che aveva caratterizzato la mia adolescenza. Francesco invece aveva palesemente assorbito molto dalla musica black e da questa unione ero sicuro potesse nascere qualcosa di originale.

Ci siamo incontrati il giorno seguente ed abbiamo capito che c’era un’affinità umana, decisamente più marcata rispetto a quella artistica, ma poi bagagli musicali così diversi hanno dato risultati più sorprendenti di quanto mi aspettassi. Da quel momento abbiamo vissuto, suonato e assorbito molto di quello che ci circondava, tanto che “LE ORE” ci si è attaccato addosso involontariamente, ogni istante e ogni esperienza avevano un peso diverso dal momento che non appartenevano più a noi come persone singole, ma come componenti di un progetto più ampio. Il peso del tempo, la sua importanza, il saperlo valorizzare, conservare e ricordare (anche quando fa male) è il motivo per cui non vorremmo mai chiamarci in altro modo.

Il vostro EP si chiama “CHE FINE ABBIAMO FATTO”: un titolo accattivante e che incuriosisce fin dal primo sguardo, così come la copertina. Perché avete scelto questo titolo e questa copertina?

Sembra un luogo comune, ma non c’è niente che non sia arrivato spontaneamente, il titolo è (oltre ad un verso del primo brano dell’EP) la frase che più spesso ci siamo detti durante l’ultimo anno. È un’affermazione, non una domanda, tantomeno una risposta, di risposte non ne abbiamo e forse si capisce dai brani, abbiamo però la necessità di affrontare i dubbi, far capire a chi ci ascolta “Che fine abbiamo fatto” come artisti, raccontando la fine che abbiamo fatto in questo anno come persone, come amici, figli, amanti e cittadini. È stata anche la domanda che più ci è arrivata in dm durante il nostro anno di silenzio, troppi punti di contatto per non sceglierla come titolo, così come il fantasma, simbolo che lega tra loro tutte le tracce e quelle che verranno. Ad un’incomunicabilità tra persone si somma quella con noi stessi, una fuga concitata dai nostri turbamenti che suggeriamo di affrontare una volta per tutte, abbracciando quei fantasmi che non sono altro che pezzi nostri che tendiamo a rinnegare.


L’EP si apre con “Ennò Però”, brano caratterizzato da un sound in crescendo che parla della difficoltà di comunicare nella società contemporanea. Secondo voi, perché oggi le persone faticano a parlare e non riescono ad esprimere le proprie emozioni?

Siamo abituati ad andare a folle, abbiamo scoperto il risparmio energetico, la modalità aereo, si fatica meno, e poi improvvisamente abbiamo iniziato a chiederci perché le cose non andassero più come prima, quando in realtà la risposta era nella domanda, muta, o perlomeno monosillabica. Non vogliamo affrontare discorsi da boomer (termine che i veri boomer amano usare riferendosi a loro stessi col fine di sentirsi vicini ai giovani che ce l’hanno definiti), ma la tecnologia ed il suo non farci mancare niente in qualsiasi luogo e in qualsiasi lago, ha aggravato le cose comprimendo il linguaggio, rendendolo più semplice (leggere elementare) e rapido (leggere superficiale). In ogni epoca i nostalgici hanno manifestato vicinanza al passato e attaccamento ai costumi che furono, noi non facciamo eccezione.


In “Una canzone del cazzo” mi hanno colpito molto i versi “Forse non ho mai vissuto / ho solo imparato a campare” perché toccano un tema delicato, ossia quello di come sia difficile al giorno d’oggi per i ragazzi capire se si sta vivendo in maniera attiva la propria vita o se si sta vivendo in una maniera passiva, quasi immobile. Per voi, qual è la differenza tra vivere e campare? Si può essere felici anche solo avendo imparato a campare?

Il confine tra vivere e campare è labile, perché per vivere bisogna innanzitutto campare, ovvero respirare ed espletare le funzioni fisiologiche, ma espletarle ogni giorno, anche con regolarità, non significa, almeno per noi, vivere. È “vivere” quando non fai più neanche caso al fatto che stai campando, che stai sudando, che stai lacrimando, che sei in carenza di ossigeno e che i muscoli fanno male. Poco importa che siano i muscoli delle gambe mentre corri verso una persona che non vedi da mesi, o che siano i muscoli del viso mentre ridi durante una cena, quella è vita, vita piena, un istante (o un’ora) che ti porterai dietro e che nessuno cancellerà dalla tua memoria. È il lavoro dei tuoi sogni, il concerto a cui sognavi di andare (o che sognavi di fare), il dolore di una perdita che tra te e te avresti rimandato all’infinito, vita non è solo bene, è male, è ingiusto e anche inspiegabile, è tutto ciò che ti fa crescere. Campare invece può solo far invecchiare. Rispondendo alla seconda parte della domanda ti dico di no, ci può essere felicità nel campare solo in presenza dell’incoscienza, della distrazione o della stupidità. Se una persona ha la lucidità di rendersi conto di star soltanto campando, non può essere felice, o almeno finché non trova il modo di trasformare (anche solo per un istante) quell’esistenza in vita.

Nonostante in quest’ultimo anno e mezzo il tempo sembra essersi quasi fermato, in “Alis Kimbo” trattate il tema del passaggio del tempo, il quale passa sia senza accorgersene e sia portando diversi cambiamenti nella propria vita. Voi, come affrontate lo scorrere del tempo?

Male, perlomeno io (Francesco), e peggioro di giorno in giorno, man mano che il tempo mi regala nuovi ricordi, piuttosto che gioirne, penso subito a quelli che mi porta via. Come se ci fosse un limite massimo di vagoni su questo treno, e che per ogni vagone che si aggiunge uno di quelli in fondo debba staccarsi. Vivo perennemente tra la curiosità di quello che sarà tra poco e la malinconia di quello che è stato tanto tempo fa.


“Normali (memo vocale)” lo considero come il brano più intimo dell’intero EP in cui vi chiedete che cos’è la normalità e se davvero esiste. Com’è nato questo pezzo? Secondo voi, che cosa vuol dire essere normali al giorno d’oggi?

L’ho scritto e l’ho cantato a Matteo a cappella, lui ha appoggiato degli accordi sulla tastiera ed abbiamo registrato questa memo per appuntarcelo, come facciamo sempre, con l’iPhone. Poi il pezzo l’abbiamo sviluppato, ho scritto la seconda strofa, Matteo l’ha prodotto, ma nell’EP abbiamo voluto inserire il primo ricordo che abbiamo, quello intimo, quasi sussurrato, volevamo che arrivasse dopo “Alis Kimbo” e che portasse anche quella vicenda in una dimensione astratta, universale, assoluta, estranea dalle logiche della normalità per come la conosciamo oggi. Per come la vediamo noi “normale” oggi è ordinario, mediocre, senza infamia e senza lode, è la scelta che si fa per buon senso, quella discreta, che non faccia parlare gli altri, che non disturbi i vicini, che sia a modo. Una vita vissuta volutamente in modo “normale” è una vita sprecata, bisogna sempre cercare lo straordinario, anche nella quotidianità, anche nelle azioni che fanno parte della routine, bisogna renderle speciali, innanzitutto sentendocisi in primo luogo.


“Caviglie” è una vostra dedica alle calde notti estive romane, quelle sere dall’aria magica e malinconica dove non si fa altro che passeggiare tra le vie e i monumenti della città eterna e che sono state descritte o narrate da altri celebri artisti italiani, su tutti Lucio Dalla nella sua “La sera dei miracoli”. Qual è il vostro rapporto con Roma? Quanto è importante l’atmosfera, il clima culturale della città eterna nelle vostre canzoni?

Abbiamo sempre pensato che Roma fosse fondamentale per la musica che facciamo e per le persone che siamo, ma non ce la siamo mai sentita di dedicarle una canzone, (come dicevi tu) lo hanno fatto in tanti, alcuni grandissimi, protagonisti della nostra storia musicale. Però quella sera di un annetto fa, aprendo la finestra, ho sentito che l’aria stava cambiando, che la notte non aveva più l’odore della notte estiva, e m’ha sbranato la malinconia: era passata un’altra estate e non avevamo avuto il tempo di strappargliene neanche un pezzo. Così, scrivendo quello che provavo, è involontariamente nata una dedica all’estate romana più che a Roma in sé, che forse è la stessa cosa ma forse no. Roma è troppo immensa per entrare in una canzone, almeno adesso, almeno per noi, però senza il romanticismo che di default ci ha regalato in questi anni di serate e albe aspettate all’aperto, non scriveremmo queste canzoni e non vedremmo le cose alle stesso modo. “Con le teste per aria e i culi sui sampietrini, Roma dove ogni notte è una lezione di vita”.


Grazie per la pazienza, la curiosità e scusate per le prese male sparse tra le nostre risposte :)