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Si nasce punk, si muore Management - Intervista

di Michela Ginestri e Nicola Lorusso


Il MANAGEMENT, una delle band più iconiche degli ultimi anni, torna in scena con "SUMO" (pubblicato dall'etichetta Full Heads e distribuito da Believe/Audioglobe ), riscoprendosi più sensibile e introspettiva, di temperamento meno incendiario e più pompiere, meno punk e più romantico.


Luca Romagnoli (cantante e autore) ci racconta cosa succede quando l’incedere inesorabile del tempo si scontra con la necessità dell'artista di continuare a raccontarsi con la propria musica.

Ciao Management! Ormai è passato quasi un mese, come vi sentite da quando è uscito SUMO?

Stiamo molto bene in realtà, nonostante SUMO sia un album nato da una profonda riflessione. Per scriverlo abbiamo scavato tanto dentro di noi e, quando lo riproponi, questo lavoro interiore continua a farsi sentire. Col passare del tempo ci stiamo rendendo conto che fa ancora un po’ male dentro, anche in questa attuale fase di prove per il tour.


In che modo e da cosa nasce quest’album?

Prima di quest’album abbiamo deciso di fermarci un po’, circa due anni, per guardarci dietro, per capire bene dove eravamo arrivati e capire chi erano stati davvero i Management fino a quel momento.

Penso sia l’unico modo per valutare anche i progetti del futuro. Dopo anni e anni isterici, pieni di tour, date, casini, dischi e tanto lavoro concentrati in 5/6 anni, ci siamo resi conto che eravamo cambiati e maturati rispetto a quel periodo, non eravamo più quelli di prima.

Abbiamo iniziato a scrivere tanto e proprio scrivendo ci siamo resi conto che stavamo parlando di cose diverse, molto più intime ed autobiografiche, parlavamo di noi, e così è uscito fuori “SUMO”.


A proposito dell’essere cambiati, cosa ha comportato questo processo di crescita per voi? In che modo si concretizza questo cambiamento?

Col passare del tempo ti rendi conto che determinate cose non sono più importanti per te, così come altre acquisiscono maggiore importanza. A livello artistico, tutte le provocazioni, il senso iconoclastico e provocatorio che ci accompagnava era tipico della giovinezza, del sentirsi invincibili e immortali, i giovani sono sempre una specie di supereroi, no?


Quindi possiamo dire che il “dolore post operatorio” si è in qualche modo addolcito?

Il dolore post operatorio, visto da fuori, era diventato un qualcosa di più estetico, legato più al gesto, al salire sul palco e a porsi in quel modo quasi violento, tipico del punk. In realtà poi la definizione di punk viene da come ci siamo sempre presentati, ma i nostri dischi sono tutt’altro che questo. Eravamo punk nel modo di atteggiarci, nella provocazione, nei nostri gesti corporali molto violenti, eravamo punk nell’animo. La nostra forza si scatenava in questi fuochi d’artificio.

In questo senso il dolore post operatorio c’è sempre, prima veniva scatenato sul palco, adesso abbiamo deciso di metterlo nei nostri dischi, in modo più intimo ed emotivo, proprio perché la nostra volontà era quella di concentrarci più sulla poetica, sulla musica, sulla canzone in sé, perché alla fine è tutto ciò che sappiamo fare. Che si parli solo di musica e di poetica e non dei casini ai nostri concerti.


La vostra musica era ed è speciale, in quanto parla in modo molto profondo dei disagi che soffrono gli esseri umani, non vi mancherà questo modo esplicito e diretto di parlarne?

L’errore più grande è forse quello di pensare che da un certo momento in poi le canzoni e quindi le idee vecchie vengano cancellate, non è così. Questo disco così come gli altri raccontano un periodo della vita, una fase specifica. Quindi a livello di concerti, tutto ciò si mischierà con un preciso equilibrio.

Magari anche il prossimo disco sarà inaspettato, perché racconterà anche quello un periodo diverso.



Ricordi quando cantavi che fare l’artista è un po’ come fare la puttana? Questo cambiamento è dovuto proprio a questo, a un voler seguire una certa linea, un certo trend musicale oppure no?

In realtà, se ci fate caso, questo disco non ha particolari singoli, e a livello sonoro non è vero che è musica leggera o pop. C’è una grande differenza tra pop (vedi Beatles, David Bowie e tanti altri miti della musica) e musica leggera, quella un po’ generalista. Questa differenza è fondamentale e queste due parole mi hanno aperto un mondo in questi anni. La nostra musica e i nostri testi sono un po’ più pesanti, duri, cantautoriali, non sono canzoncine, anche se qualche canzone felice c’è dai, non ci rifiutiamo di scrivere neanche quelle! E’ un disco però con uno spessore emotivo che rende quasi duro l’ascolto, tutt’altro quindi che musica leggera. Tanto è vero che lo abbiamo presentato con un singolo che definirei più un “anti-singolo”, una canzone chitarra e voce, a dimostrazione che volevamo l’intimità più assoluta.

Riguardo la Collective song, com’è nata l’idea di scrivere una canzone con i vostri fan?

La collective song nasce dalla necessità, almeno così dicono gli addetti ai lavori, di interagire con chi ci ascolta, ad esempio attraverso i social. Non volendo però arrivare a sondaggi o contenuti poco interessanti, abbiamo deciso di scrivere proprio una canzone con i nostri fan, un’idea nuova e inedita, in quanto è stato un grande lavoro collettivo dove tutti hanno dato idee e spunti, la proprietà intellettuale di questa canzone è di tutti. Tanto è vero che non abbiamo preso i diritti di questa canzone, che daremo in beneficenza, a dimostrazione del fatto che è una canzone della collettività.

Se ci pensate, è bello anche vedere come attraverso uno strumento come un social network possa essere utilizzato per uno scopo più serio, anche se come primo tema abbiamo trattato quello del sesso, un tema abbastanza leggero che poteva mettere d’accordo tutti. Nonostante questa leggerezza però, all’unanimità si è deciso che anche questo tema doveva essere trattato con intelligenza, doveva essere un sesso per tutti, di tutti, senza generi o differenze, una canzone appunto per tutti.


In “Per non morire di vecchiaia” cantavi “Bruciare è il modo più semplice per illuminare”, secondo te, nel panorama musicale attuale, esagerare nel senso di andare fuori dall’ordinario, è ancora il modo migliore per essere considerati e per farsi notare?

Quelli erano effettivamente pensieri abbastanza punk e distruttivi, chi vuole fare una grossa fiamma sa che durerà poco, perché sono cose che fanno male, proprio a livello fisico. Noi abbiamo vissuto tutti i tipi di esagerazioni, fisiche ed emotive, e fanno male. Se resisti e ne sopravvivi poi ne puoi parlare e magari arriva anche il momento della maturità, quel momento in cui ti guardi indietro e ripensi al momento in cui ti sei espresso con i fuochi d’artificio sotto tutti i livelli, anche fisici. Ma c’è anche chi non sopravvive. Questo discorso vale sia per l’uomo che per l’arte; le mode artistiche eccessivamente esagerate, anche se di netta importanza sociale, spesso sono durate molto meno di altre, perché nel loro eccesso avevano anche l’autodistruzione, queste persone e queste mode sono programmate per distruggersi.


Secondo te, qual è l’errore più grande che una persona possa fare?

E’ molto semplice in realtà, può sembrare quasi una banalità ma in realtà è una sorta di mantra che dovremmo ripeterci ogni giorno: abbiamo una vita sola e sprecarla facendo cose che non ci piacciono o passandola con delle persone che non ci piacciono è un errore imperdonabile. Purtroppo al mondo ci sono pochissime persone che fanno ciò che amano, in quanto è un mondo capitalistico pieno di gente che fa lavori brutti, che si sveglia controvoglia, che non frequenta belle persone o che perde tempo con amori falsi e così via, quindi sprecare l’unica vita che abbiamo in questo senso è decisamente l’errore più grande.


Quando dici “nella vita ho fatto dei lavori davvero schifosi”, lo intendevi davvero? Che lavori hai fatto prima di intraprendere la carriera artistica?

Non sono proprio un grandissimo lavoratore, sono stato in Francia e in America a fare l’aiuto cuoco (più lavapiatti in realtà), ho fatto il cameriere, ho provato per una settimana a lavorare in fabbrica, ma poi ho deciso di non tornarci mai più in tutta la mia vita. Ammiro chi fa questo tipo di lavori, i veri "working class hero", portano avanti la famiglia sacrificandosi con un lavoro così violento, non so come facciano, sono dei veri eroi.


Continuando a citare i tuoi testi, cosa intendevi con “Questo tempo bastardo non fa mai ritardo”?

Eh il tempo… il tempo si porta via tutto, no? Si porterà via anche la vita stessa. Passa inesorabile, nessuno vince contro il tempo. E’ come una partita a scacchi in cui il tuo avversario non sbaglia mai una mossa e tu sei li con le tue paure, le tue ossessioni. C’è molta nostalgia e molta malinconia in questo, il passare del tempo è emblematico in quanto crea i tuoi ricordi, più o meno belli, più o meno dolorosi (come persone che non ci sono più o amici che sono scomparsi o sono dall’altra parte del mondo), storie brutte ma anche storie belle, tutte create dal tempo.


Per concludere, ciò che cantavate in “lasciateci divertire”, vale ancora adesso? Volete ancora solo divertirvi?

Assolutamente si. Se voi ci fate caso, già la scelta di fare un disco completamente diverso dagli altri (e tutti i nostri dischi alla fine sono così), la scelta folle di voler dimostrare la nostra piena libertà artistica e d’azione, anche accorciando il nome e facendo sempre puntualmente ciò che vogliamo, è la prova che vogliamo che il nostro lavoro ci diverta e se non siamo liberi nel nostro lavoro di prendere le scelte che vogliamo, (per soddisfazione personale o per scelta artistica), non è più divertimento.

Divertirsi nella vita non significa per forza raccontarsi le barzellette, ma fare ciò che ci emoziona, con gioia, che ti fa sentire realizzato. Se non siamo liberi non possiamo essere felici, è impossibile.


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