• Michela Ginestri

Fulminacci, "Tante care cose" - Recensione

Ci sono dischi che aspetti come da piccolo aspettavi l’arrivo di Babbo Natale la sera della vigilia, e quando finalmente vengono pubblicati sei carico di aspettative, il che non è sempre un bene, ma quando vengono soddisfatte allora quel disco vale ancora di più. E’ questo il caso di “Tante care cose” (Maciste Dischi), secondo disco del cantautore romano Fulminacci dopo il brillante esordio con “La vita veramente”. Aspettative altissime che non sono solo state tutte rispettate ma nel mio caso anche piacevolmente superate.


Il secondo album, così come ci aveva raccontato lui stesso, è quello più difficile per un cantautore in quanto l'ascoltatore ricerca, seppur inconsciamente, differenze e somiglianze ma anche un elemento di novità rispetto al primo.

Dopo averlo visto sul palco dell’Ariston con la sua “Santa Marinella”, Fulminacci conferma lo stile artistico da cantautore innovativo che - col senno del poi - avevamo solo iniziato a scoprire con i suoi primi lavori in studio. Se “La vita veramente” era un album scritto “in cameretta”, come lui stesso racconta, per il puro gusto di creare musica nella speranza che venisse ascoltata da quanta più gente possibile, “Tante care cose” è invece un album nato in studio, pensato e strutturato come un disco unico, eterogeneo e con parti scritte e composte appositamente per essere suonate live.


«Negli ultimi due anni ho incontrato tante persone e provato mille nuove emozioni. In "Tante Care Cose" c’è il tentativo di raccontare tutto quello che mi è successo, sperimentando il più possibile con il sound e la scrittura. Più che un disco, lo definirei una raccolta di ricordi e sentimenti.»

Fulminacci in “Tante care cose” continua il difficile compito di rendere semplici e dirette riflessioni di grande profondità, continuando a raccontarci “la vita veramente”, così come aveva ben dichiarato in precedenza. Un disco semplice, diretto, ben curato e senza grandi retoriche, scopo precipuo e tipico della sua scrittura, in cui c’è un evidente ed innegabile ricerca continua del nuovo. E' infatti un disco che sorprende per la sua straordinaria diversità. Ogni brano ha una sua anima indipendente, ha una sua storia, un suo ritmo e un suo messaggio, e tutte insieme ben si legano in un bellissimo viaggio di quasi 37 minuti tra domande, confessioni e verità; un mondo fatto di idee e di immagini che Fulminacci dipinge per noi e in cui si ritrova decisamente coinvolto.


Un mondo che dipinge anche graficamente, come ci dimostrano la copertine evocative sia dell’album che dei vari singoli, tutte create con l’intelligenza artificiale (nel Mine Studio) attraverso l’utilizzo di software e tools che usano metodi di machine learning conosciuti come “generative adversarial network” (GAN), attraverso il quale vengono create nuove immagini combinate a partire da centinaia di suggestioni trasmesse in input.




L'album si apre con "Meglio di così", una canzone scritta per tutti quei momenti felici che ci ritroviamo a vivere nelle sere d'estate e che in questo periodo ricordiamo con ancor più nostalgia del solito. Quelle sere magiche che solo certi mesi riescono a regalarci, dove il mondo ci sembra perfetto, con la giusta compagnia e il giusto momento, in quel piccolo varco spazio temporale in cui il nostro tempo relativo si ferma nel momento in cui si percepisce di star bene. Ci siamo solo noi, le persone che ci circondano e quella serata estiva, magari accompagnata dal rumore del mare e da una chitarra con qualche bicchiere di vino. Chissà se là fuori, intanto, sta finendo il mondo.


"Santa Marinella" ormai la conosciamo bene dopo averla ascoltata sul palco di Sanremo qualche settimana fa. Una storia d'amore raccontata dal suo inizio alla fine, attraverso un luogo storico di vacanza per tutti noi romani e non: Santa Marinella. Scritta due anni fa dallo stesso cantautore sulla base del racconto della storia di un suo amico, come lui stesso ha spesso raccontato, il brano che fin da subito è sembrato la scelta giusta per il famoso palco dell'Ariston. Una canzone cantautorale, semplice ma incisiva che ben rappresenta la poetica diretta ed elegante di Fulminacci, una poetica "senza pretese in fondo" come direbbe Jovanotti, ma che sa cosa vuole comunicare e come farlo.


Ritmo completamente diverso quello di "Miss Mondo Africa" dal testo più rompicapo, il cui ritornello nasce in un particolare pomeriggio di qualche anno fa "Un pomeriggio dopo la scuola, qualche anno fa, un ragazzo africano si unì a noi intonando: 'Africano bianco, bello abbronzato, miss mondo Africa, playboy Africa' ". Mi sono innamorato di questa filastrocca e l’ho fatta mia. Amicizia, sole, abbracci", come l'autore stesso racconta.


In un'era che tende all'estrema semplificazione, spesso eccessiva, e all'ossessiva ricerca di realtà preconfezionate, farsi le giuste domande per interrogarsi nel profondo è l'unica via per comprendere la complessità del mondo e per indagarla con curiosità. Fulminacci in questo è molto bravo e la musica rappresenta spesso per lui la chiave attraverso la quale porsi e porre certe domande, senza necessariamente dare risposte ma sollevando quel dolceamaro senso critico che ci accumuna - basti pensare a "Che cosa saresti se fossi un oggetto?" forse la domanda più esplicita del primo album. Ruota proprio intorno ad una domanda "La grande bugia": "Se potessi parlare con te da bambin* cosa ti chiederesti?". Una grande riflessione, lunga una canzone, che più che un racconto sembra un vero e proprio dialogo con il se stesso bambino, una chiacchierata sincera su quelle verità che si comprendono solo col tempo: "Tutto ciò che provi l'ho provato anch'io". Il primo amore non corrisposto che saremmo pronti a chiamare amore della vita, ma che poi si rivela una barzelletta in confronto all'amore vero, o ancora la falsa illusione delle promesse della politica e le maschere che non sempre ci rendiamo conto di indossare ogni giorno. Riprendendo il miele e l'assenzio Lucreziano, secondo cui l'arte era paragonabile al miele con cui i dottori cospargevano il cucchiaio dell'assenzio per addolcirlo ai bambini, anche qui non c'è alcuna voglia di "musaeo dulci contingere melle", ovvero di cospargere la realtà con un dolce miele poetico, ma c'è una continua ricerca della verità, in contrasto a tutte quelle bugie che stanno "ammazzando le nostre poesie".

"Quanti bagagli imbarcati nel viaggio della speranza Ti aspetterò lì dove il bene non conosce distanza" (da "La grande bugia")

Ritmo incalzante e dialettica decisa e a tratti sfacciata in “Un fatto tuo personale”, senza dubbio il miglior modo per descrivere il mondo dei nostri giorni, con tutte le paure che abbiamo e tutti i dubbi che ci sono venuti in mente in questi mesi e che, riconoscendolo o no, ci accumunano tutti perché ci rendono tutti maledettamente umani.

Arriviamo poi a "Tattica" brano dal ritmo funky coinvolgente che sarà sicuramente un piacere ascoltare live, a mio avviso uno dei brani meglio riusciti dell'album complice anche il fatto che mi rivedo a pieno nel ruolo del ritardatario cronico descritto da Filippo. Negli anni ho imparato a convivere con il senso di ritardo e gli sguardi rassegnati di chi aspetta. Ci ho provato tante volte ad essere puntuale, ma "È tardi, non arriverò mai in tempo. Mi credi? mi vuoi lo stesso?"


Segue poi "Canguro", primo singolo ad anticipare l'album in cui è tangibile l'evoluzione della sperimentazione musicale e vocale fatta da Filippo dal suo primo singolo ad oggi. Uno dei brani che più ci dimostrano la crescita e il miglioramento artistico del cantautore, che senza paura osa sempre di più alzando l'asticella della qualità ancora una volta. Utilizzando la figura del canguro e delle sue "trenta testate al muro", Fulminacci ci racconta la sua vera natura, del sentirsi mostri e dei pensieri invadenti che spesso ci annebbiano la mente, di quei «pensieri intrusivi, del lato oscuro di tutti noi, di quando ci sentiamo dei mostri pur non avendo mai fatto paura a nessuno» come simboleggia il battito incessante che lo accompagna nei ritornelli.


La prima cosa che ho pensato ascoltando "Forte la banda" è stata: "c'è del Fulminacci in questi Beatles". Scherzi a parte, se in Fulminacci rivediamo spesso molti elementi del cantautorato italiano, da Battisti a De Gregori, è pur vero che c'è un lato più rock seppur moderato nelle sue canzoni, come è evidente e penso anche voluto il riferimento ai ritmi anni '60/'70 dei Fab Four in Forte La Banda. Un voluto pensiero ai Beatles e al loro favoloso mondo e una vera dichiarazione d'intenti e d'amore nei confronti della musica. Con quest’ultima Fulminacci ci apre infatti alla sua visione della musica di ieri e di oggi, sintetizzando le sue idee nella frase “Basta con i toni leggeri, con le accuse pesanti: mi piace la musica, quella dei grandi". Di musica nel mondo, per fortuna, ce n'è tanta e pensare che un cantautore non venga influenzato così come lo siamo noi è impensabile. Si diventa artisti nel momento in cui si sceglie il proprio percorso sulla base di tutto ciò.


"Mi piace la musica quella dei grandi e dopo tutto può essere un atto d'amore rubarmi le idee" (da "Forte la banda")

Penultima traccia è "Giovane da un po'" che ho visto come collegata in qualche modo a "La grande bugia". Se in quest'ultima infatti Fulminacci dialogava apertamente con il se stesso bambino, qui abbiamo una lettera ad una persona più grande in cui esprime tutto il suo senso di vuoto riempito da film e piccole gioie del quotidiano. Cade anche quella voglia incessante di verità, come accade a quelli che diventano adulti smettendo volontariamente di farsi domande, accontentandosi: "Non voglio la verità mi basta che il cielo è sereno". E' quando ci si accontenta che si perde un po' il senso di tutto e ci si rassegna. Il senso del dialogo è racchiuso nell'ultima frase, l'unica che restituisce un po' di speranza al giovane adulto rassegnato, attraverso la facoltà di scelta, una delle più interessanti facoltà della mente umana: "Nel solito fradicio mare decidi se farti un bagno o guardare gli altri che se lo fanno". La nota finale con cui si chiude è inoltre una nuova citazione ad "A Day in The Life", celebre brano dei Beatles e al giro di basso di Paul McCartney.


Chiude l'album "Le Biciclette", traccia più autobiografica tra tutte in cui l'autore ci racconta della sua storia d'amore. Un romanticismo spontaneo raccontato attraverso il suono del pianoforte, biciclette e altri piccoli elementi del quotidiano che caratterizzano le nostre relazioni. Una storia d'amore è anche fatta di spiagge, di mare, di sorrisi, di gite e di tante piccole cose che rendono grande l'amore. Non servono parole enormi o grandi stratagemmi per raccontarlo, anche perchè a dir del vero, non basterebbero.


"Vorrei che fossi su questo tetto Su quella spiaggia Sull'orizzonte di questo letto" (da "Le biciclette")

Un album splendido, vario e con tanti elementi di novità che lo rendono del tutto contemporaneo seppur proveniente, come è evidente e come lui stesso ammette, da una sfera musicale ben radicata tra il pop e il cantautorato italiano e il rock europeo più spensierato degli ultimi decenni. Un disco che non punta ai grandi numeri - la premessa migliore per ottenerli - ma alla qualità. Un cantautore che ha sempre dimostrato di avere qualcosa da dire e di saperlo fare, da "Borghese in borghese" ad oggi, con il giusto equilibrio tra musica e parole. Che dire, un'ottima vigilia di Natale per questa nuova primavera.