"È già domani", il nuovo album dei Fast Animals and Slow Kids - Recensione

Purtroppo non posso negarlo: l'hype era alle stelle per questo ultimo album dei Fast Animals and Slow Kids, band perugina più che nota nel panorama indipendente italiano, ma purtroppo l'ascolto che ne ho fatto a mezzanotte mi ha, tristemente, fatto crollare quel castello di carte e aspettative che mi ero creata attorno.


Mi sono impegnata di buon cuore ad accogliere questo cambiamento già annunciato, basti pensare a "Come conchiglie", brano non presente nell'album, o "Come un animale", primo singolo ad averlo anticipato, ma purtroppo l'assenza delle storiche schitarrate alla FASK, l'eccessiva delicatezza della batteria, la stessa voce di Aimone più che forzata, mi hanno portato dopo 40 minuti e 36 secondi di "È già domani" a virare su un riascolto di "Alaska", senza farmi altre domande. Ma, come per tutte le cose, fermarsi al primo scoglio non è mai cosa buona, e allora via di secondo ascolto, seconda rilettura dei testi e perché no, un talk di presentazione dell'album organizzato a Firenze che mi ha aperto ad una prospettiva più che diversa.


"È già domani", alla cui produzione troviamo Matteo Cantaluppi, noto ai più per il lavoro svolto con gli ei furono Thegiornalisti, Canova e tanti altri (una "mano invisibile" ben riconoscibile anche nello stile adottato per il video ufficiale del brano "Stupida canzone"), è un album maturo, quasi di chiusura, un album che vuole raccontare un percorso che nasce con "Cavalli", album che quest’anno compie 10 anni dall’uscita, e ha seguito tutti dalle superiori all’età semi adulta di "Hybris" (2013), l’inevitabile scoperta di sé stessi e le battaglie da compiere per continuare a crescere, con "Alaska" (2014) e "Forse non è la felicità" (2017), e che si conclude con "Animali notturni" (2019) e l’esuberanza, la desiderata felicità finalmente da vivere, che trova il suo equilibrio finale con quest’ultima uscita.



Non si ha da parlare di declino, delusione o "perdita di qualità" nei pezzi o nella band, ma certamente è quanto più di diverso potremmo mai ritrovarci ad ascoltare dei Fast Animals and Slow Kids (cosa che, a conti fatti, avevano dichiarato anche loro).


Uno dei limiti dell’album è a primo acchito l'assenza di legame tra le tracce: da "Come un animale", che riprende sonorità cui eravamo già abituati con "Animali notturni", fino a concludere l’album con "È già domani ora", brano che si apre con un atipico parlato ritmico che ricorda spaventosamente il flow di "L’esercito del selfie" (brano di Takagi e Ketra, 2017).


In ogni caso, ho avuto modo di scoprirne di più grazie ad un talk organizzato al Teatro Pergola di Firenze, durante il quale l'impressione di voler produrre un album più intimo e ricercato rispetto ai precedenti ha trovato conferma nel racconto del percorso intrapreso dai ragazzi. Lo scenario di partenza è, naturalmente, quello del lockdown, caratterizzato da una notevole perdita di contatto umano con gli altri e con la realtà stessa.


In questo contesto, ad esempio, è nata la seconda traccia dell’album "Stupida canzone": come dichiarato dalla band durante l’incontro, il brano evidenzia quel processo di "presa di coscienza" di sé che aiuta ad uscire dai momenti più vuoti. È forte la mancanza di un interlocutore, forte il bisogno di aprirsi e condividere, ma a conclusione di tutto è necessario riconoscere il proprio posto nel mondo, e aggrapparsi a quello per andare avanti.


"Non ho sogni, non produco, non ho fatto il militare siamo frutto di noi stessi e infatti non mi riconosco. [...] Mi guardo allo specchio, non vedo il riflesso. Ognuno ha il suo posto, allora il mio dov’è?"

Tematicamente vicina, ma con diverso protagonista, troviamo la nona traccia "Un posto nel mondo", per cui basta il primo ascolto (e lo sguardo innamorato di Aimone in teatro) per capirne la musa. La delicatezza del brano dà pian piano conferma a tutte le premesse e i timori dei ragazzi in merito al periodo di prima stesura dell’album: quella costante paura di perdita della realtà, e il continuo bisogno di trovare contatti e conferme negli altri, hanno come risvolto una feroce quanto positiva voglia di riscattarsi e rialzarsi sempre, e altrettanto farlo capire anche agli altri, specie alla persona amata.


"Io vorrei fare di meglio, ma meglio non so fare, vorrei scattarti una foto che non puoi cancellare. Io vorrei fare di meglio, ma meglio non so fare. Vorrei tu fossi i miei occhi per poterti guardare."

Da qui arriviamo a "Cosa ci direbbe", terza traccia dell’album nonché primo featuring della band, in cui troviamo eccezionalmente Willie Peyote: poche barre ma fatte bene, i due stili che si conciliano straordinariamente tra loro e (finalmente) una batteria più presente, viva, che fa avvertire quel bisogno di pogo che in altri pezzi, purtroppo, manca completamente.

Il brano è uno dei più positivi e "presi bene" dell’album, una sorta di inno alla vita e al vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, a prescindere da tutto. Rilasciato il 23 aprile scorso come secondo singolo, ci ha regalato una live della band con ospite proprio l’artista torinese, che ha avuto modo di raccontare quanto il periodo post-Sanremo abbia influito nella scrittura della sua parte, in particolar modo legata alle polemiche e le critiche ricevute a seguito di alcune affermazioni fatte nei confronti di alcuni artisti durante le dirette Twitch del programma "Le brutte intenzioni", con Daniele Fabbri e Federica Cacciola.


"Cosa diresti di te stesso, ti vedessi da fuori? Non tutti gli occhi percepiscono gli stessi colori. Se sei severo con te stesso lo sei anche con gli altri, ma questo non lo sa nessuno e non vorranno scusarti."

La rotta più poetica e riflessiva dell'album spicca infine con "Lago ad alta quota" e "Senza deluderti": la prima in particolar modo, ispirata al Lago di Pilato situato sotto la cima di uno dei Monti Sibillini (sì, proprio quelli dei Pop_X), si lega alla particolarità stessa del bacino la cui piena si verifica solo a seguito dello scioglimento delle nevi nel periodo invernale, una metafora ben sviluppata dalla band riguardo la precarietà del tempo e un invito a godersi quel che la vita offre giorno dopo giorno, accogliendo pensieri, azioni e persone senza preoccuparsi di quel momento che prima o poi arriva portando tutto via.


"Ma come un lago ad alta quota si gode il tempo che ha, prima che il ghiaccio la ricopra, prima dell'oscurità [...] Ti accolgo fra le mie braccia anche se non ti vorrei. Ti stringo forte ed aspetto il giorno che te ne andrai."

Il secondo brano citato invece, "Senza deluderti", ci trascina sul piano poetico concludendo con un tributo a Cesare Pavese nell'ultima strofa ("verrà la notte / avrà i tuoi occhi"), con un delicatissimo piano ad accompagnare l'intera composizione che alimenta quel piano di astrazione e delicatezza che caratterizza la quasi totalità dell'album.


Nel complesso, quest'ultimo album dei Fast Animals and Slow Kids risulta molto cinematografico, elegante e raffinato, ma è innegabile dire che la sensazione è che a tratti manchi di una coesione interna che purtroppo porta l'ascoltatore con fatica all'ultimo brano, la cui ricercatezza risulta a tratti troppo prolissa e di difficile interpretazione. Tuttavia la premessa di crescita, maturità e ricerca di sé stessi fatta dai 4 ragazzi in merito al processo creativo stesso dell’album, trova effettivo riscontro in ogni brano.


La sensazione che lascia addosso "È già domani" sembra quasi quella di un album posto a chiusura di un percorso, e quello che ci chiediamo tutti ora è proprio questo: abbandonate le schitarrate e l'incazzatura dell'età 20-30, di puro cambiamento ed evoluzione, è questo il punto di arrivo dei FASK o c'è da aspettarsi ancora altro per il futuro? Staremo a vedere.