"L'arte dell'incontro" secondo i Selton: "Bevenuti" è il loro nuovo album - Intervista

Vinicius de Moraes cantava, nella sua “Samba da Benção”, che “La vita, amico mio, è l’arte dell’incontro”: non ci potrebbe essere frase più azzeccata per sintetizzare il messaggio fondamentale del nuovo album dei Selton, “Benvenuti”, in uscita domani 16 aprile per Island Records. Un disco coloratissimo, fatto di grandi atmosfere festose ma anche di momenti più raccolti, dove il trio brasiliano (composto da Ramiro Levy, Daniel Plentz e Eduardo Stein Dechtiar) ha cercato di amalgamarsi con le nuove voci e produzioni di cui ha voluto circondarsi: il tutto, con la convinzione che dall’incontro con l’altro, il diverso, possiamo arricchire la nostra identità di esseri umani. E i Selton hanno dato corpo a questa idea in maniera eccellente: sono rimasti loro stessi, senza snaturarsi, seppur provando strade e sound differenti. Il disco, infatti, è percorso sempre da quella malinconia sottile propria della musica brasiliana. De Moraes, nella stessa canzone, cantava infatti: “o samba é a tristeza que balança / E a tristeza tem sempre uma esperança”.

“Benvenuti” è un album di prime volte: il primo nato tutto in italiano, e quello che finora vede più collaborazioni in assoluto. Abbiamo fatto due chiacchiere con Daniel, che ci ha raccontato la genesi e gli intenti di tutto il progetto e di alcune canzoni.



“Benvenuti” arriva a ben 4 anni da “Manifesto tropicale”, ma sarebbe dovuto uscire l’anno scorso, a maggio. Cosa vi ha portato questo anno in più relativamente alla lavorazione del disco?

È stato particolare: da una parte c’era una nostra grandissima necessità emotiva di farlo uscire, perché abbiamo vissuto un momento di grande sperimentazione tra di noi, e abbiamo provato a mettere in gioco la nostra identità e creare qualcosa di nuovo. Quando si è arrivati a un dunque, ci siamo dovuti fermare, stop. All’inizio c’è stato un grandissimo momento di tristezza nel dover chiudersi, sia a causa della pandemia sia per la frustrazione di non poter condividere qualcosa che era molto “calda”; dall’altra parte, ci ha permesso di guardare il disco da fuori e di aggiungere cose che non avrebbe avuto: ad esempio “Karma Sutra” e “Intermission: Panorama” sono pezzi entrati all’ultimo minuto. Quindi il disco, dopo un anno di attesa, è maturato sia per noi emotivamente, sia è diventato più bello, e meno “di fretta”.


Avete registrato più in studio o a casa?

Questo disco è stato fatto in tantissimi posti diversi: un pezzo è stato fatto in Brasile, un altro nello studio di Ceri, alcuni sono stati fatti nello studio di Tommaso Colliva. Noi di solito facciamo praticamente tutte le voci e la pre-produzione a casa (ovviamente non riusciamo a fare le batterie: i vicini ci vogliono bene, ma non così tanto!). Però diciamo che a casa sentiamo che c’è meno pressione, che possiamo sbagliare di più perché non stiamo pagando uno studio. Questo ci permette di avere delle idee più libere, mentre se sei in studio con un produttore senti di più il dovere di performare.


Insomma, la pandemia non ha cambiato troppo il modo di produrre un disco per voi.

No, anche perché abbiamo la fortuna di avere uno studio casalingo curato da Tommaso Colliva che è un nostro carissimo amico, nonché produttore dei nostri ultimi dischi. Se ci sono dei dubbi, lo allarmiamo subito! Quindi abbiamo un bel supporto tecnico.


È anche il vostro disco che vede più collaborazioni in assoluto, ma forse quella che mi incuriosisce di più è quella con il produttore brasiliano Kastrup, che ha prodotto 3 tracce del disco (“Benvenuti”; “Fammi Scrollare”, “Estate”): com’è nata questa collaborazione?

Abbiamo ascoltato un disco di Elza Soares, è “A Mulher do Fim do Mundo”: lei era la moglie di Garrincha, il calciatore, e ad 85 anni ha fatto uscire questo disco a cui Pitchfork ha dato 9/10: una signora di quell’età ha saputo fare un disco estremamente contemporaneo. Noi eravamo un po’ stanchi di quell’immagine del Brasile anni ’60, che è un po’ quella della musica brasiliana esportata negli anni; nonostante sia qualcosa che ci appartiene e che amiamo moltissimo, eravamo alla ricerca di un Brasile contemporaneo. Quando abbiamo ascoltato quel disco, ci ha colpito tantissimo ed abbiamo scoperto che era stato prodotto da Kastrup: era la ricerca di un linguaggio brasiliano di oggi, che non fosse la solita bossa nova ma qualcosa di ritmico e vigoroso che dialoga col mondo nel 2021. Siamo andati in Brasile, abbiamo fatto questi pezzi con lui, e abbiamo notato che ragiona proprio in maniera diversa: è come se la musica europea fosse fatta per essere sentita con la testa, mentre invece la musica brasiliana e anche quella africana fossero fatte per essere sentite con il corpo. Il livello di fisicità della canzone va oltre al livello della progressione armonica o di concetti interpretabili più a livello “contemplativo”, si tratta proprio di sentire il ritmo del corpo. Credo che Kastrup abbia portato molto questo: nonostante “Estate” sia una ballad, credo che l’approccio musicale sia comunque quell’ibrido fatto di armonia complessa europea e ritmica africana.


Quali sono gli artisti che più vi hanno influenzato durante la stesura del disco?

Ognuno di noi ha le sue fisse, però diciamo che il nostro punto d’incontro è costituito da Caetano Veloso e i Beatles. Poi ascoltiamo molto spesso i Vampire Weekend e i Dirty Projectors. Ramiro è andato in fissa con la Unknown Mortal Orchestra, Sufjan Stevens e i Fleet Foxes; io forse sono forse il più hip hop dei 3, mi piace il mondo anni ’90, ad esempio i Beastie Boys. A Dudu (Eduardo, ndr) invece piace molto Tom Waits, una parte più intimista. Poi ci sono Dalla, Battisti, e altri artisti italiani che abbiamo assorbito. Anche perché (“Benvenuti”, ndr) è il primo disco che abbiamo scritto in italiano, non sono pezzi che abbiamo tradotto.


Infatti è la prima volta che tutti i vostri testi sono in italiano (a parte qualche breve frase), mentre invece prima capitava spesso che intere strofe fossero in portoghese o spagnolo: come mai?

Credo che sia il tempo. Saranno 13 anni che viviamo qui, ed è la lingua che affrontiamo tutti i giorni, parliamo portoghese solo tra noi 3; tutto il resto della vita è in italiano. La lingua diventa parte fondamentale anche di chi sei, ed è diventato naturale esprimersi in italiano. Questa è una trasformazione forte, che porta anche al titolo del disco: “Benvenuti” è una sorta di benvenuto nostro all’Italia, noi stranieri che diamo il benvenuto a questa trasformazione della nostra identità. È un tentativo di vedere il mondo con tante sfaccettature, ovvero non rimanere chiusi in se stessi ed accettare l’evoluzione naturale delle cose, non rimanere fermi a discorsi sulla tradizione, ma sapere che l’identità è mutevole e si sviluppa: questo deve essere applicato a tutto, non solo a noi che cambiamo nell’arco della nostra vita ma anche alle abitudini e alla cultura generale, che si arricchisce quando si somma. È un nostro benvenuto, ma in qualche modo è un benvenuto politico.


Nella prima traccia, “Benvenuti” appunto, date il benvenuto nella vostra “casa” (che poi sarebbe il disco, o la vostra musica in generale) sia a persone “per bene”, che a persone che non lo sono affatto: di solito verrebbe automatico rifiutare queste ultime. Ci spieghi questa cosa?

Ovviamente è un benvenuto metaforico: il mondo è uno, e in qualche modo dobbiamo tutti trovare un modo di convivere all’interno dello stesso spazio. Non è un benvenuto senza regole, ma è più un invito all’incontro e all’ascolto, e non il benvenuto al male. E siccome il male c’è, dobbiamo convivere con questo e minimizzarlo il più possibile; sarebbe ingenuo credere che queste cose non esistano. È più importante provare ad accettare e convivere nel modo più indolore possibile. Anche perché il mio punto di vista potrebbe essere il male per qualcun altro.



Direi che questo disco trasmette bene un’idea di “accoglienza”, essendo che si respira aria di festa ma anche di canzoni più raccolte, un po’ come se tutti gli eventi della vita fossero citati, in una prospettiva quasi “universale”: era anche a questo a cui avete pensato durante la scrittura del disco?

È una domanda interessante: questo concetto di “benvenuto” per noi è più un invito alla sperimentazione, che non la traduzione di ogni singolo brano. “Benvenuti” è un pezzo che parla del concetto del disco, ma “Vieni a dormire da me” è una canzone d’amore e basta; ma allo stesso tempo questa canzone, come tutte le altre, ha vissuto un processo di scrittura estremamente contaminato. È stato il nostro primo disco fatto in così tante mani, dove abbiamo accettato di quasi perdere la nostra identità per arricchirla con influenze di altri: ogni pezzo ha subito questa influenza, e in questo senso ogni pezzo fa parte di “Benvenuti”. La volontà era quella di lasciarsi perdere e lasciarsi contaminare, con la speranza di arricchirsi e non diluirsi. Alla tua interpretazione ammetto che non avevamo pensato, ma è una bellissima osservazione!


Credo che “I piatti” sia la canzone più enigmatica del disco: lo sviluppo è abbastanza lineare, se non fosse per il fatto che inizia con “morto all’improvviso”. Ce la spieghi?

Questo pezzo è stato scritto da Dudu, e credo parli di una mancanza o di una paura di una mancanza. In generale, racconta dell’inizio della vita adulta, quando ti rendi conto di avere una serie di doveri, come il mutuo da pagare e la convivenza, e ti accorgi che il livello di complicità che serve non può mancare. È una metafora del processo di crescita, perché morire e preoccuparsi dei piatti da lavare è un paradosso. Parla poi anche della condivisione delle cose noiose della vita.


In “Temporeggio”, l’ultima traccia, Ramiro canta “ho pregato un po’ per la famiglia, un po’ per cazzeggio”. “Un po’ per cazzeggio” perché uno non ha più niente a cui appigliarsi?

Allora, di base il cazzeggio è fondamentale e necessario. Poi, contrariamente a quello che si potrebbe credere, questo pezzo è stato scritto non durante la pandemia ma alla fine del 2018, guadagnando poi molto di significato. È un pezzo nato da un gioco: eravamo andati in montagna un po’ di giorni per scrivere, e abbiamo deciso di scrivere su un pezzo di carta uno strumento e una tematica; poi mischiavamo questi pezzi di carta e ognuno ne prendeva uno. Ramiro ha preso “ukulele-tempo”, e ognuno di noi aveva mezz’ora per scrivere una canzone con quello strumento e quella tematica. Ramiro in mezz’ora è tornato con “Temporeggio”, che parlava più che altro di una sensazione di ansia per una società che con la digitalizzazione incessante diventava sempre più nevrotica e narcisista, un’ansia continua di correre sempre, come fossi su un tapis roulant, e di non poter perdere tempo; corri e corri, ma non è che vai lontanissimo, è una sensazione sbagliata: è da lì che viene la necessità del cazzeggio, e la necessità di investire tempo negli affetti, piuttosto di correre dietro a una sensazione di ansia che non appartiene alle cose fondamentali della vita.


Come mai “Cercasi casa” (feat. Dardust) e “Ipanema” (feat. Malika Ayane & Carlinhos Brown) non sono stati inclusi nel disco? Secondo me, come “mood” potevano rientrarvi benissimo.

Sì, ma credo che quelli siano stati i primi capitoli di questa ricerca in base alla quale volevamo scrivere e farci produrre da altri. Ma poi “Benvenuti” è arrivato un po’ da un’altra parte, e in questo senso ci sembravano un po’ distanti… Ma è una nostra distanza più emotiva che estetica, perché come dici tu è vero che ci stavano, ma sentivamo che fossero i primi passi di un percorso che abbiamo focalizzato poi con il tempo. Non che non ci piacciano, eh!


Siete anche autori di “Benvenuti a casa mia”, la sitcom che va in onda su Deejay tv e che vede protagonista di ogni puntata un brano del nuovo disco: come vi è venuta l’idea?

È un’idea che abbiamo nel cassetto dal 2015. Quando abbiamo fatto la spiaggia nel nostro cortile per presentare il nostro disco “Loreto Paradiso” in quel momento avevamo due idee: portare 3 tonnellate di sabbia e fare una spiaggia finta, o fare una sitcom; ha vinto la sabbia. La sitcom, quindi, è rimasta nel cassetto. Con la pandemia ci siamo detti che, siccome non potevamo fare concerti, dovevamo avere comunque un contenuto digitale che potesse raccontare il disco nel tempo e ci siamo ricordati della sitcom! Abbiamo condiviso questo progetto con Francesco Mandelli e Michela Croci (scenografa, stylist nonché mente pensante della sitcom insieme a noi), due persone fondamentali. L’abbiamo filmata a febbraio di quest’anno in 2 giorni nella stanza di Ramiro (che è molto piccola): è stata una pazzia totale, 6 puntate con tutti gli ospiti, un delirio!


Qui sotto, uno degli episodi di "Benvenuti a casa mia":