• Marco Anghileri

"Ribbed" ha compiuto 30 anni ma non è mai stato così giovane, esattamente come i Nofx

Qualche giorno fa uno dei miei dischi preferiti in assoluto ha compiuto 30 anni.

Potrei iniziare a parlare dei Nofx dal recente scandalo che li ha portati ad essere banditi per qualche anno dagli Stati Uniti, dalla canzone punk più lunga di sempre (recentemente suonata live insieme ad un’orchestra), dalla canzone in cui il cantante (ebreo) e il chitarrista (messicano) si prendono a battute razziste, oppure semplicemente provando a stimare quante ore della mia vita ho passato ad ascoltare canzoni di questi quattro pazzi, tuttavia è Pasqua, e l’ultima cosa che vogliamo leggere è un articolo eterno, perciò, prima di parlarvi del disco di oggi, un piccolo focus sulla biografia.

Per questo motivo, è il caso di tornare indietro di quasi 40 anni: siamo a Los Angeles nel 1983 ed Eric Melvin (chitarra) e Dillon (batteria), insoddisfatti delle relative band, decidono di formarne una nuova. Quest’ultimo contatta Michael Burkett come bassista e il quartetto sarà completato da Steve (chitarra e voce). Salto una parte abbastanza noiosa di storia nella quale si avvicendano miliardi di cambi di line-up, per arrivare al 1988 alla registrazione del primo full lenght con un po’ di novità: alla batteria troviamo Erik Sandin, alla chitarra sempre Melvin, all’altra chitarra Dave Casillas, mentre Michael Burkett (da qui in poi soprannominato Fat Mike, reo di essere tornato da San Francisco con qualche chilo di troppo) oltre a suonare il basso è anche cantante. “Liberal Animation” è fuori nel 1988 ed è seguito da un tour europeo dopo il quale Dave decide di lasciare il posto a Steve Kidwiller. Con questa formazione, nel 1991, i ragazzi daranno alla luce “Ribbed”, album del SundayVision di oggi. Da lì in poi un ultimo cambio di formazione, con Aaron Abeyta (per tutti El Hefe) a rilevare Steve Kidwiller, e la bellezza di undici full length (il più recente è uscito il mese scorso), tre dischi live (di cui uno, uscito un paio di anni fa, nel quale eseguono interamente proprio “Ribbed”) e innumerevoli EP a consacrare il quartetto come un punto di riferimento fondamentale della musica alternativa mondiale.

28 minuti per 14 brani, se la matematica non è un’opinione, siamo a 2 minuti di media, che delineano forte e chiaro il manifesto: tutto molto tirato, classico stile hardcore punk. La prima canzone sembra confermare questa direzione, ma in realtà basta arrivare a metà della seconda (“The Moron Brothers”) per capire che ai quattro californiani piace divertirsi oltre che “andare veloci” (che poi non ho mai capito perché nella musica punk spesso si giudichi un pezzo proprio in base a quanto si va veloci e non in base alla bellezza stessa). In “Showerdays” le due chitarre e il basso seguono una linea incredibile a chiudere l’inizio bomba dell’album.

"It doesn't make a difference to me Everyday I do the same old thing So why should I have to be clean?" (Showerdays)

Anche dal punto di vista testuale possiamo notare alcuni passaggi davvero notevoli: "Green Corn", ad esempio, utilizza i personaggi del film "Barfly" (scritto, tra le altre cose, da Charles Bukowski) per parlare di una relazione, mentre "Gonoherpasyphilaids" racconta una storia (FORSE) immaginaria nella quale il frontman va a contrarre una combo di malattie sessualmente trasmissibili; in "Showerdays", invece, troviamo il protagonista che sfoga tutta la sua ira nei confronti dei due giorni della settimana nei quali è costretto a farsi la doccia (per chi se lo stesse chiedendo, sono il mercoledì e il sabato). Tra i vari brani spiccano l’arrangiamento ska di “Food, Sex and Ewe”, il finale clamoroso (ma anche l’inizio, se è per questo) di “New Boobs” e l’inaspettatamente semiacustica “Together on the Sand”. Merita una menzione a parte l’ultima traccia di “Ribbed”, ovvero “The Malachi Crunch”: ci troviamo di fronte ad un pezzo che va direttamente nella mia top 3 dei Nofx, capolavoro!


Non mi voglio dilungare ulteriormente, se non per augurare un buon ascolto!


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