• Federica Viola

"Qualcosa da risolvere" de I Segreti racconta con disincanto una realtà da ricostruire - Recensione

Quando ho saputo dell'uscita del nuovo album de I Segreti, "Qualcosa da risolvere", non avrei mai immaginato di ritrovarmi catapultata in un viaggio introspettivo così delicato, travolta da una carrellata di emozioni che in appena 27 minuti mi avrebbero fatto rivivere questo anno appena passato, tra lockdown, rotture degli equilibri sociali e relazionali e quel pizzico di mancanza di comunicazione reale che ha sempre un po' segnato, nel bene e nel male, la generazione di cui facciamo parte.

"Qualcosa da risolvere", secondo album in studio della band nata a Parma nel 2013 e formata da Angelo Zanoletti, Emanuele Santona e Filippo Arganini, è uscito il 5 febbraio su distribuzione di Sony Music Italy, mixato da Simone Sproccati e prodotto da Futura Dischi, giovane etichetta indipendente nata a Milano nel 2018. Definito dalla stessa band "un altro disco pop con una serie di canzoni da risolvere", ricalca con maggiore maturità ed esperienza le orme cantautorali già presenti nell'album d'esordio "Qualunque cosa sia", uscito nel 2018 e fruttato alla band oltre 4 milioni di stream e un tour di oltre 60 date in tutta Italia.


L'album si apre con "Vivere in società", e la delicatezza con cui partono le prime note di piano, iniziamo a vedere "dall'alto" questa recita che viviamo ogni giorno, questo vivere in società, che in appena 1 minuto e 23 secondi ci sgretola questo castello di sabbia con "e mi sento così solo, che ridere che fa". Abituati ad una società sempre così flessibile, così liquida nei rapporti per dirla alla Bauman, quanto siamo soli?


"Beviamo ancora del vino per trovare nella noia la magia, in questa vita che ci scorda" (da "Non cambierà")

Segue il primo singolo ad aver anticipato l’uscita dell’album nell’aprile 2020, "Non cambierà", e ammetto sia decisamente il mio preferito. Davvero. A voler scegliere una frase caratterizzante del tutto, mi perderei a tal punto dal riscrivere il testo per intero. L’immagine di "noi che siamo soliti cadere", arresi davanti ad un mondo che non riusciamo a cambiare, che ci fa dubitare di noi stessi ("se penso a me, non so più"), senza neanche trovare forza di reagire o imparare ad alzarci, credo sia ciò di quanto più attuale ognuno di noi si è ritrovato almeno una volta nell'ultimo periodo a pensare, a vivere. L'augurio, se così vogliamo definirlo, è ritrovarsi quando si può, alzare i calici in compagnia. Cosa ci resta altrimenti?

Ed ecco, come se mi avessero letto dentro una certa progressiva malinconia latente, che con "Vivi" e "La macchina, la strada" la band risolleva le sonorità più leggere e scanzonate a cui ci eravamo affezionati con il primo album e brani come "Un po' chiamiamola felicità".

Il secondo album della band, infatti, riesce nel nobile intento di racchiudere in un Io i momenti e le vite di tanti. La potenza che sprigiona un verso come "E poi per un momento sentirsi liberi, senza tempo, senza spazio, irraggiungibili" ("Vivi") o un momento così intimo di consapevolezza di sé come “Che si fa per non restare soli e per cercare qualcuno, stasera il cielo è per me, stasera dimmi dove posso andare” e che si conclude per il meglio con "Stanotte mi sento più lontano, ma molto più vicino a me" ("La macchina, la strada"), ci fa fare lo stesso tragitto in auto degli autori, con i finestrini abbassati, la musica alta, un cielo stellato ed un orizzonte a noi sconosciuto ad attenderci.


E se questo momento di esaltazione non è bastato, con "Salto" la speranza di poter ascoltare questa canzone sotto un palco (o in spiaggia) si riaccende un pizzico di più: il basso di Emanuele, le trombe nel ritornello di Gerardo Gianolio, ci riaccendono un po' di sana allegria e spensieratezza.


La disillusione con cui ci sentiamo immobili e bloccati nel vivere un futuro ancora da scrivere e un presente ancora più insidioso, ci fa fare un salto indietro, portandoci a "Generazione". Un grido di rabbia, uno sfogo a ciò che ancora e ancora non riusciamo a raggiungere.


"Questi anni sono volati per niente. La fama, i soldi, la tua affermazione, l'unica cosa che ti prende. E non c'è posta promessa e né futuri di cuore, qui c'è solo il presente / E non c'è tempo, si sa, per scoprire la mia identità" [...] "Sarebbe bello sognare, non riesco neanche a dormire. Ma voglio ricominciare senza più l'ansia di poter fallire".



Prima di arrivare al gran finale, menzione d'onore per "Come fai tu" e "Lei e noi", rispettivamente terzo e secondo singolo ad aver anticipato l'album: il primo è la carezza che ci mancava, il romanticismo e la dolcezza che i tre ragazzi non ci hanno mai nascosto "E quando passo ti vedo, sei quella che è rimasta in piedi nonostante sia crollato tutto".

"Lei e noi", invece, ripercorre la stessa dolcezza sopra menzionata ma in un dialogo con Marta, una bambina che sì e no "avrà cinque anni", a cui viene augurato di "non finire come noi" in un mondo "vecchio e a pezzi". Una speranza di un futuro migliore, di una generazione che possa vivere in maniera meno conflittuale il proprio rapporto con il tempo e gli altri, con l'augurio di riscoprire un po’ di semplicità e capire finalmente noi stessi, la nostra identità.


"Sì lo so, mi sono perso, ma cosa c'è? Per caso tu conosci un'altra soluzione per sopravvivere a tutto questo e capire il vero senso delle cose?" (da "Qualcosa da risolvere")

L’album si chiude con "Qualcosa da risolvere", nuovamente caratterizzato dal delicato piano di Angelo così come "Vivere in società", posto in apertura di questo vero e proprio percorso. La fragilità di un'amore ormai perso si unisce alla riflessività costante presente nell'album, alla ricerca di soluzioni per sopravvivere a questa vita. C’è qualcosa da risolvere, ed è vero.


Giovani, universitari, disoccupati, sognatori. Siamo tutti qui, in questi versi, con questa voglia di lottare seppur bloccati in queste incertezze dovute (anche) a quel vivere in società di cui si parla ad inizio album. Eppure un'immagine che mi viene in mente ad ascoltare questo pezzo è solo una: How I Met Your Mother, stagione 8 episodio 11: ognuno di noi ha un pozzo per qualcuno (o qualcosa) che ci tiene aggrappati al passato, impedendoci di reagire e andare avanti, eppure alla fine nel pozzo troviamo solo noi stessi, gli unici in grado di tirarci fuori. We live in a society è vero, ma quella società alla fine, da chi è composta se non da noi stessi?