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"Pelle sensibile a tutti gli sguardi" : Valucre e i suoi "2" modi di essere - Intervista

Nella vita tutti ci siamo trovati di fronte ad un bivio, costretti a dover scegliere per poter crescere, per poter migliorare. Un bivio è composto da due strade, ma quanto è difficile sceglierne una? Valucre è una giovane artista sarda indecisa proprio come noi, che negli ultimi due anni della sua vita ha deciso di scrivere un disco che parla proprio di questo: "come destreggiarsi di fronte alle scelte". Spoiler: non c'è una risposta universale per tutti, l'importante però, è metterci tanto cuore.


Questo progetto per lei non è solo un promemoria, ma anche una raccolta di 9 istantanee della sua vita, che ci fanno immergere nella mente di un'artista che spesso arriva in ritardo agli appuntamenti per finire di scrivere una canzone, e che riesce a nascondere bene "Lo schifo là dietro". Vi lascio all'intervista.



Come ti sei avvicinata al mondo della musica?

Ho iniziato a suonare il piano da molto piccola, grazie a mia nonna che era una pianista, poi al liceo ho iniziato a suonare l’ukulele, da lì anche l’iniziare a scrivere è stato un passaggio naturale, e niente, sono arrivata qui.


I testi delle tue canzoni sono molto “immersivi”, sembrano quasi istantanee di vita, come nasce il tuo processo creativo? Ti viene l’ispirazione quando sei fuori, oppure hai bisogno di essere in casa davanti ad una scrivania?

Le canzoni principalmente le ho scritte in camera mia, o comunque davanti al pianoforte in casa. Il processo creativo è una roba molto naturale, diciamo che in qualche modo ho il culto del momento creativo, nel senso che ci sono dei momenti in cui mi accorgo di avere l’ispirazione, è proprio una cosa fisica, me lo sento nella pancia. E poi cerco di cogliere il momento al massimo per scrivere la canzone interamente, utilizzando tutto il tempo che serve. Diciamo che finché non è finita, non mi stacco. È capitato che avessi degli appuntamenti e arrivassi in ritardo per finire di scrivere una canzone. In realtà io ho iniziato a scrivere ancora prima di iniziare a scrivere musica. Ho sempre scritto racconti e poesie, spesso mi capita di prendere appunti su qualcosa, e poi quando ho il momento d’ispirazione prendo anche spunto dagli appunti che avevo.


Ti è mai capitato di mettere in musica qualcosa che avevi scritto precedentemente?

Sì! Per esempio, “Agile” nasce da una mia poesia.


Come mai il nome Valucre?

Valucre è un soprannome che mi ha dato mio fratello. Anni fa dovevo creare il mio primo indirizzo mail, io mi chiamo Valentina Lucrezia, mio fratello ha deciso di unire i miei due nomi, ed è uscito fuori Valucre. Da lì in poi ho utilizzato questo nome in tutte le cose che ho fatto.


Quali sono i tuoi punti di riferimento musicali, a chi ti ispiri?

All’inizio, quando ho iniziato a scrivere, mi ha ispirato molto Joji, un artista giapponese. Per quanto riguarda la scena italiana, invece, mi piacciono molto Joan Thiele e i Bnkr44.


Il 6 gennaio è uscito il tuo primo album, “2”, parlaci di questo progetto, un vero e proprio diario che hai tenuto per 9 tracce.

2” parla di due anni della mia vita, ho iniziato a scriverlo nel 2019 e ho finito nel 2021. Come dicevamo anche prima, scrivere per me è un modo per fissare nel tempo i miei pensieri, le cose che mi succedono, molto spesso anche per capirle. Questo album ha come messaggio ultimo il fatto di essere una specie di promemoria, per me ma anche per tutti quello che lo ascoltano. Il filo conduttore dell’album è la scelta tra due cose, quando ti trovi di fronte ad un bivio. L’album è un modo per destreggiarsi di fronte alle scelte.


E tu come ti destreggi nelle scelte? Ci riesci facilmente oppure spesso non sai bene cosa fare?

Diciamo che sono molto diplomatica e tendo a non schierarmi. Evidentemente ho bisogno di nuove tracce per poter prendere nuove decisioni.


In quest’album, come negli altri singoli, ti sei occupata di curare anche la parte visuale. Ho visto, andando sulla tua pagina Instagram, che hai un profilo chiamato “Visualucre” dove posti le tue creazioni. Com’è nata questa passione?

In realtà le cose sono andate in modo parallelo. Appena ho iniziato a scrivere musica ho subito iniziato anche a fare video. Le mie prime canzoni sono abbinate a dei piccoli cortometraggi fatti da me, mi ha sempre affascinato questo tipo di linguaggio, anche in linea al mio percorso di studi, sono laureata in media design, quindi ho studiato grafica, comunicazione, video editing… In realtà ho iniziato ad avvicinarmi a queste cose ancora prima di iscrivermi all’università. Ma poi gli studi mi hanno dato gli strumenti per avvicinarmi a questo mondo anche a livello professionale. Alla fine le grafiche non sono le canzoni, ma parlano come le canzoni, quindi è come se fossero un testo a fronte tradotto in un’altra lingua. È bello riuscire ad approfondire queste tematiche anche attraverso più punti di vista ed altri linguaggi.


Nella copertina dell’album ci sono due ciliegie, come mai?

Le ciliegie secondo me rappresentano appieno il “2” e la fragilità di questo numero. La ciliegia rappresenta un po’ la coppia, e poi è un qualcosa che c’è stato sempre nella mia vita. Per esempio, adesso mentre stiamo parlando, qui vicino c’è la mia borsa che ha delle ciliegie disegnate. Le ciliegie sono un qualcosa che fa parte della mia vita, ce le ho sempre davanti, ad un certo punto ho capito che potessero rappresentare appieno questo album.


Le tue idee per le copertine degli album e dei singoli sono sempre così immediate, dettate dall’istinto, o solitamente tendi a pensarci tanto prima di scegliere?

Sono una persona istintiva, credo che la creatività sia una questione d’istinto. Altrimenti l’idea diventa troppo costruita.


In “Che schifo” dici: “Guarda che schifo là dietro, non ci ho pulito mai, stacci lontano un metro, può darsi non lo farai.” Nei rapporti, hai paura di mostrare la tua parte più nascosta, di far vedere “lo schifo là dietro”, oppure tendi ad aprirti in maniera spontanea?

Diciamo che ci vuole un po’ perché io mi possa aprire. Sono abbastanza timida e introversa. E soprattutto, sono molto selettiva. A differenza di tutte le cose che riguardano la creatività, nella vita sono poco istintiva. Ci vuole un po’ per vedere il mio schifo, lo nascondo bene sotto i tappeti e quant’altro.


Il mio pezzo preferito è “Agile”, un vero e proprio urlo liberatorio. Io l’ho interpretato come un momento di felicità nello stare da soli a pensare a sé stessi, a volersi bene senza il bisogno di nessuno. Parlami di questo singolo.

Hai azzeccato in pieno con la tua interpretazione. La traccia nasce da una poesia, come dicevamo prima. Nasce in un momento in cui non sentivo di avere il cuore agile per niente. In quel momento non riuscivo a volermi bene. in questa canzone parlo dell’amore verso se stessi, però non era quello che stavo provando in quel momento. Ho scritto quella canzone per mettermi di fronte al fatto che potevo fare questo al posto di quello che stavo facendo in quel momento. Questa è la canzone della terapia d’urto.


“Pelle sensibile a tutti gli sguardi”, hai paura del giudizio degli altri? Gli dai peso?

Diciamo di si, con quella frase non parlo di paura dei giudizi ma proprio del farsi vedere per quello che si è. Non è una vera e propria paura, ma mostrare i propri lati deboli è una roba buona. Uno dei temi portanti dell’album è questo, anche “Che schifo” ne parla. Per me scrivere musica è terapeutico, tutte le canzoni che faccio sono un po’ questo. Scrivere mi porta ad entrare in contatto con me stessa. È il modo più semplice che ho per volermi bene. come dico anche in “Agile”.



A chi è dedicata “La porta”?

In questo singolo c’è il dualismo tra un discorso interiore e il discorso verso l’esterno, cioè l’altra metà della coppia, tornando sempre al concetto di “2”, che ripercorre tutto l’album. Per me “La porta” è proprio il simbolo di questo bivio di cui ti parlavo prima. “Non chiudere la porta” è la prima frase del singolo, che vuol dire non fermarsi, non rimanere fermi rispetto ad una situazione difficile.


Molto bella è anche “nnsnqua”, un singolo dove tu giochi sul fatto di esserci ma non esserci, ti capita spesso di stare con la testa fra le nuvole? E magari qualcuno ti parla e tu sei immersa nei tuoi pensieri?

Per me il sottotitolo di questa canzone è “leggeri leggerissimi”. Mi capita spesso di stare con la testa tra le nuvole, fin da bambina. Vivo un po’ con il mio corpo e un po’ con la mia testa.


Il disco si apre con “14 maglioni”, che secondo me neanche ti servono, visto che in Sardegna fa abbastanza caldo, no? Che cos’è in realtà questo freddo di cui parli? La fine di una storia?

14 maglioni parla della fine di una storia e dell’inizio di un’altra storia. Nel senso che mi ero trovata in una situazione in cui avevo finito una storia, ero un po’ triste. Era autunno quando l’ho scritta, stava arrivando il freddo. E la cosa che ho notato è stata che, in un momento di tristezza, sentivo di più il freddo a livello fisico. Ed è una cosa che ho letto anche in un articolo, che quando si è tristi si percepisce di più il freddo. Man mano che invece si stava aprendo un nuovo capitolo della mia vita, stavo iniziando a sentire più caldo. Magari uscivo, c’era freddo, ma a me bastava un solo maglione, non dovevo portarmi anche la sciarpa e il cappello, ma anzi, potevo togliere l’armatura e stare più serena.


Una curiosità: il singolo tuo che ha più ascolti su Spotify è “Povero Massi”, uscito nel 2019. (tra l’altro…). Mi parli di questo singolo, chi è questo Massi?

Massi è un mio caro amico, adesso è anche il ragazzo di mia cugina. Adesso è diventato “Povero Massi” perché deve sorbirsi le nostre cene in famiglia. Per esempio, all’interno della band che mi accompagna nei live, c’è un bassista che si chiama Albi. Ogni volta che gli succede qualcosa, io gli canto “Povero Albi”.


Impegni live?

Sto organizzando un tour, vorrei andare in giro per l’Italia a suonare, però non ho ancora nulla di certo.


Con chi ti piacerebbe collaborare in futuro?

Venerus mi piace molto, soprattutto ai live, insieme ai suoi musicisti crea arrangiamenti che mi lasciano sempre senza fiato.


Hai mai pensato di lasciare la Sardegna per spostarti in posti come Milano, che offre più possibilità a livello musicale, oppure a Bologna, che è il centro della musica indie?

Penso molto spesso a questa cosa. Adesso in Sardegna sto facendo molte cose, stiamo organizzando tanti eventi, sto lavorando con la mia etichetta che ha fondato un’associazione culturale e stiamo organizzando tante cose. La Sardegna è un foglio bianco tutto da scrivere. La mia idea è di avere un piede in Sardegna e un piede al di fuori, mi dispiacerebbe andarmene, ma vedremo in futuro. Comunque, ho passato gran parte della mia breve carriera a fare avanti e indietro tra Cagliari e Roma, dato che Alessandro forte, il mio produttore, è romano.



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