"V" di Mannarino è un viaggio nella bellezza della vita e della natura in tutte le sue forme

di Giulia Gallo e Michela Ginestri


Ci sono dischi che attendi, attendi, attendi. Il tempo sembra non passare mai. Poi un giorno escono davvero, e le aspettative costruite nel corso del tempo (ormai alle stelle) non vengono deluse, anzi: è ciò che è successo con "V", il quinto album in studio di Mannarino, rilasciato dopo 4 anni di pausa. Un disco che lascia definitivamente Roma (che già appariva più sullo sfondo in “Apriti Cielo”, quarto album dell’artista) e ci porta nelle profondità dell’Amazzonia e dell’America Latina. “V” prende la forma di una lunga e composita lode atavica alla donna, vista come forza motrice del cosmo. In 55 minuti di musica estremamente fisica (registrata tra New York, Los Angeles, Città del Messico, Rio De Janeiro, l’Amazzonia e l’Italia), Mannarino racconta un viaggio ancestrale e denso di poesia.



Già “Africa” e “Cantarè”, i due singoli apripista, ci avevano fornito un’indicazione molto precisa della direzione che avrebbe preso il disco e in parte anche delle novità che avremmo trovato nella musica di Mannarino. La prima, dalle tonalità più oscure, sembra portarci nelle profondità di una notte africana, a ballare una “danza galattica” in un turbinio di tamburi e cori tribali. Al contrario Cantarè è un canto di resistenza in perfetto stile Mannarino, a metà tra italiano, spagnolo e romanesco: una lode alla voce come strumento di contrasto all’oppressore, che riunisce tutti in un solo coro.


Congo”, che si colloca tra le 2, è un’altra canzone estremamente “mannarinesca”, caratterizzata anch’essa da ritmi tribali. Un crescendo musicale che evidenzia anche il clima di cambiamento cantato. "Vengono, Vengono, Vengono": questo si mormora in un paesino cristiano alla Vigilia di Natale, mentre un coro di bambini canta in chiesa e si apparecchiano le tavole piccolo borghesi. Una calma apparente viene interrotta dall'arrivo dell'ultimo ricercato e dell'ultima principessa, che perturbano la quiete e provocano paura tra chi non li conosce. Qui la poesia si fa irriverente e affilata, Mannarino parla ancora una volta della forza della natura, dal suo lato più carnale a quello più elevato. Il significato è uno solo: la natura è indomabile e prima o poi torna a farci visita. La visione è apocalittica, a tratti biblica, parte dei bassifondi, salta su un letto e arriva in cielo a smascherare la bugia di Dio, sommergendo il paese e le loro umane convinzioni.


Dopo “Cantarè”, veniamo di nuovo trasportati nelle profondità di una giungla scura con “Fiume nero”: una riflessione esistenzialista che si muove tra atmosfere ipnotiche e un riff vagamente inquietante; qui iniziano a comparire in maniera più consistente le voci delle donne, che continueranno in modo sempre più presente nel corso dell'album.


Continuiamo ad addentrarci nella giungla con “Agua”, una traccia estremamente suggestiva, incentrata sulla presenza dell’acqua in tutte le cose del mondo: anche qui, voci di donne indigene sono protagoniste del chorus, che qui è più una sezione ritmica, in grado di sprigionare un vortice di sonorità ancestrali ed avvolgenti. Un riff di chitarra dolce e misterioso costituisce gran parte della struttura del brano, che si apre e si chiude con degli arpeggi che ricordano tanto le atmosfere raccolte di un altro brano, “L’impero” (dal disco “Al Monte).


Segue poi Amazonica, un breve interludio collocato tra le due metà del disco. La canzone è stata registrata nella regione del Tapajos, in Amazzonia, una delle zone più colpite dalle politiche anti-indigene del governo Bolsonaro in Brasile. Protagoniste del brano sono le voci delle donne indigene “As Karuanas”, che cantano nella loro lingua un brevissimo testo scritto con Mannarino, estremamente semplice ma di grandissima forza espressiva.


Unire il registro più romanesco e radicale con un mondo sonoro acido e “trippy”, ispirato al Mississippi e ai campi di cotone: è così che nasce Banca de New York. Un racconto di strada e di provincia, per un brano in prima persona che ci racconta di dubbi, paure e felicità personali su cui auto interrogarsi senza perdere di vista la propria natura umana.


"Anche se il sole mi brucia un po’, sono felice di non essere un robot" (da "Banca de New York")

Nel disco troviamo poi due canzoni dove il ritornello è interamente dedicato alla voce femminile: si tratta di Vagabunda e Bandida, entrambe incentrate sull’immagine di una dea-donna. La prima è un atto d’amore legato anche al lato erotico, dove la samba dialoga con la dub-raggae e il ritornello è interamente in portoghese: il risultato è una traccia densa di sensualità, ma anche di sottile malinconia.


Quando cade un po’ di pioggia c’è un profumo della terra che mi parla di te” (da “Vagabunda”)

La seconda riguarda una donna guerriera, in grado di rendersi guida e protagonista del cambiamento auspicato da Mannarino lungo tutto il disco. Una cumbia elettronica dove lo spagnolo accompagna il ritmo marziale e battagliero del brano.



“¿Educar a una chica? Desarmar a una mujer”

Ballabylonia, così come il titolo già suggerisce, è probabilmente il brano più ritmato e ballabile dell’intero disco. La protagonista è una ragazza, Iracema, nata in un contesto rurale e che viene stregata dalla frenesia della grande città fino a lasciarsi trasportare in questo mondo così lontano dalla sua natura. Il suo ballo si mescola così in un canto di diverse lingue, dal francese allo spagnolo; tante lingue che si uniscono perdendo quasi di significato, lasciandosi trasportare solo dal suono del tamburo in sottofondo (“Mucha palabra, significado ningún”).



Per chi conosce già bene Mannarino sa che in un suo disco non può mancare un brano più narrativo, come “l’Onorevole” di Supersantos o “Il Pagliaccio” del Bar della Rabbia. Ecco allora che ci ritroviamo intorno ad un fuoco in una qualche serata estiva al di là del tempo con “Lei” in sottofondo. Non una canzone ma una vera e propria storia, di quelle che troviamo spesso nelle canzoni di Mannarino e che ogni volta ci colgono alla sprovvista e ci regalano le migliori domande. Siamo all’epilogo concettuale del disco, la protagonista è una donna simbolo dell’intero genere femminile, che abbandona la sua concezione terrena per diventare una forza alle volte creatrice, alle volte distruttrice. Una forza di ribellione in nome della libertà che va contro i poteri opprimenti, lasciando un invito a ribellarsi alle generazioni future: “Lei lasciò solo una scritta sul muro, pagheranno caro pagheranno tutto, voi picchiate duro, aprite una breccia e vedrete il futuro”.


"Quanto cemento ci vuole a tenere incollata una vita?" (da “Lei”)

Con "Luna", Mannarino ci accompagna in un finale diverso da quello creato con la voce sussurrata di “Lei”. La Luna, sola nel suo cielo che ci guarda vivere ogni notte e ogni giorno, diventa simbolo di solitudine. Un uomo che pensa all’amore perso e si lascia andare ad uno sguardo nostalgico e malinconico al cielo. Una ballata riflessiva e saturnina che ci conduce all’ultimo brano, "Paura", brano in grado di colpire qualunque persona la ascolti davvero.


"Paura" è il momento del disco in cui si aprono gli occhi, in cui si realizza di star vivendo davvero. Finiscono le ballate e i vortici di suoni e tamburi, che lasciano il posto alla sola voce del cantautore e alla sua chitarra. E' il finale del ritorno alla realtà, non il finale ideale ma l'epilogo realista del disco, "ma adesso non avere paura alcuna”.


“Chi l’avrebbe mai detto, stai amando qualcuno” (da “Paura”)

Molto interessante è anche la scelta di attribuire a ogni traccia del disco un video ad hoc, in modo da creare un vero e proprio Visual album che si carica così di ancora maggiori suggestioni, come un film che accompagna l'ascolto di questo splendido album.



Quello di “V” è un Mannarino molto diverso. Nei suoi precedenti lavori, infatti, ci aveva sempre abituato a un collegamento molto forte con Roma, tra stornellatori e cantastorie; qui, seppur non dimenticando le proprie radici, entriamo in un’altra dimensione. “V” è un disco ricchissimo di sonorità diverse, ma tutte splendidamente amalgamate; un disco che racconta, emoziona, dà coraggio, ci mette davanti all’esistenza; un disco duro, quando denuncia la brutalità degli uomini; un disco dolce nei risvolti più intimisti (Paura). Ed è sicuramente un disco da riascoltare e riascoltare, perché, come sempre succede con la musica di un certo livello, si scoprono sempre nuove sfumature di significato, tanti tasselli che formano un lavoro certamente complesso, ma emotivamente ed acusticamente sorprendente. Ci sono delle volte in cui ascoltando un disco dentro di te capisci che è il mondo che ti aspettavi di incontrare, questa dopo tanta attesa, per fortuna, è una di quelle rare volte.


"Eppure sappiamo tutti che stiamo parlando solo di un brivido"