top of page

Lo Stato Sociale e il loro "Stupido Sexy Futuro": sono davvero solo canzonette?

Doverosa premessa postuma all'articolo scritto prima degli avvenimenti recenti: come alcuni di voi sapranno, a onor del vero credo tutti coloro che leggeranno queste righe, qualche giorno fa ci ha lasciati Matteo Costa Romagnoli. La prendo cortissima, tante parole sono state dette, da chi tra l'altro lo conosceva davvero, a differenza mia. Mi limito, innanzitutto, a stringermi forte forte intorno ai regaz che, potessi, abbraccerei uno ad uno, e aggiungo un grazie gigante a Matteo: Garrincha è stata ed è tuttora una boccata d'ossigeno, qualcosa che ha provato a dare un suono a quella che poi, nella prima traccia dell'album di cui ho scritto, viene giustamente definita "La Musica Degli Sfigati".



Bentornati, regaz. Faccio abbastanza fatica a decidere da dove cominciare, i 5 bolognesi de Lo Stato Sociale sono una di quelle band su cui si potrebbe dire o scrivere veramente di tutto, su cui, probabilmente, si è già detto e scritto di tutto, il fatto che io non l’abbia ancora fatto tuttavia mi mette un attimo in difficoltà.



Riparto da un articolo mai pubblicato di circa un anno fa; era da poco uscito il bootleg di “Turisti della Democrazia”, rifacimento live dell’omonimo disco del 2012, che si apriva con questa frase:

“Ciao a tutti, siamo Lo Stato Sociale. Non ci vedete in televisione, non ci ascoltate in radio, non abbiamo alle spalle grandi industrie e non abbiamo mai fatto i cosiddetti talent show, eppure siamo qui e ci siete anche voi: per fortuna in questo paese ogni tanto qualcosa non va come deve andare”

Per fortuna, sì, che in questo paese ogni tanto qualcosa non va come deve andare. E i cinque de Lo Stato Sociale sono maestri nel non far andare le cose come dovrebbero: potremmo citarne tante, ma mi limiterò a tornare al periodo più recente. I regaz, infatti, hanno pubblicato un nuovo album di inediti, “Stupido Sexy Futuro” (Garrincha Dischi), che è stato preceduto da un tour di presentazione nel quale hanno suonato quasi tutti i brani inediti e sarà seguito da un tour interamente ad ingresso gratuito o a prezzi popolari, fresco di annuncio di qualche giorno fa.


“La sensazione è che tutto sia lontano dal paese reale: la politica, la cultura, il cinema, la sinistra. E pure la musica, con i suoi mega eventi e i suoi biglietti alti ormai ovunque. È il momento di suonare gratis, per voi, che salvate il mondo ogni volta che sorridete.”

Ed eccoci qui, Lo Stato Sociale, nonostante gli svariati funerali alla band bolognese ad opera dei professori del settore, c’è ancora, e con “Stupido Sexy Futuro” dimostra che la penna non si è affatto scaricata. Si potrebbe dire che l’esperienza dei cinque (ormai a 6 anni dall’ultimo vero album pubblicato, “Amore, Lavoro e altri miti da sfatare”) abbia portato sì ad arrangiamenti più accurati, ma allo stesso tempo con la verve ironica e l’umorismo (se possibile ancora più) tagliente che li ha da sempre contraddistinti, lasciando però anche spazio ad una malinconia e ad una tenerezza davvero straordinarie. Il risultato è un disco variegatissimo, composto da undici potenziali singoli che orbitano intorno al pop, talvolta anche allontanandosi parecchio dal genere.



Apre le danze “La Musica degli Sfigati”, a tutti gli effetti, manifesto della produzione dei regaz che, qui accompagnati dagli amici di vecchia data Management (ex “del dolore post-operatorio”), ci lasciano una canzone bella quanto sincera.

"Mi piace la musica gratis La musica che non fa campare Senza simboli dell’euro O catene d’oro da coglioni Senza donne da chiamare troie Ma piena di figli di puttana"

Per iniziare a ballare tocca aspettare la seconda traccia: “Anche i ricchi muoiono” e il suo ritmo in levare danno la prima ventata di allegria, per un futuro che, oltre che “stupido e sexy”, sarebbe bellissimo se solo si fosse tutti un pochino meno poveri.

"Ma ogni volta che suona questo amplificatore Un ricco muore e stappiamo champagne Rubato al discount con te"

Cassa dritta e deliri guenziani, “Ops l’ho detto” tra autotune, DrefGold e un ritornello di CIMINI che gioca a fare il Vasco Rossi de noantri potrebbe annunciarsi un bello psicodramma, ma invece funziona, diverte, intrattiene e al secondo ritornello la stiamo già cantando tutti: vedere in concerto per credere.

"Il desiderio poi ti passa con una sega Siamo tutti una razza unita, unita nella sfiga E chi non l’ha capito: o è scemo o è della lega"

Restando sul tema live, nel tour di presentazione prima dell’uscita dell’album, la scaletta iniziava con “Pompa il debito”. Ho avuto il piacere di essere presente alla data a Milano, e già lì questo brano mi ha mandato in brodo di giuggiole. Siamo di fronte alla forma già piuttosto vincente testata dalla band in altri dischi: cassa dritta, monologo di Bebo e ritornellone. Stoccate a destra e manca, con nomi e cognomi, o soprannomi più che ben identificabili, come ad esempio “Una ricca donna milanese ti invita ad essere femminista comprando una t-shirt firmata da 600 euro” oppure “Il cosplay di David Bowie fa un discorso sull’inclusività con una giacca inclusiva da 6000 euro”. Tra i pezzi più riusciti, sicuramente.

"Chi era ricco è diventato più ricco Chi aveva potere ha continuato ad averlo Chi aveva armi ha continuato ad averle Diventa brand ambassador della tua schiavitù Pompa il debito"

Cambio totale d’umore con “Per farti ridere di me”. Lentone abbastanza paraculo ma ben scritto e ben arrangiato (leggo a riguardo con piacere Andrea Appino alla produzione). Dapprima acustica e voce, è quando entra tutto il resto che, complice anche un Mobrici in grande forma, raggiunge il punto migliore, sound davvero molto pieno e bello. Fosse sempre così la radio…

"E ho guidato per due anni Senza patente il tuo motorino Sono stato il tuo uomo Senza mai smettere di essere un bambino E adesso farei tutto da capo Anche adesso che è tutto sbagliato Tu sei il mio viaggio, sei la mia casa Tu sei il mio letto e il mio campo minato"

Il giro di boa è “Vita di m3rda 4ever”, che vede il ritorno alla voce di Checco. Anche qui parliamo di una canzone sincera, semplicissima, estate e falò, tuttavia in questo caso siamo sicuramente davanti al pezzo più debole dell’album, non tanto per demerito suo, quanto per meriti degli altri dieci.

"È una pagina di meme Che ci seppellirà"

“Tutti i miei amici” mi ha emozionato, e la cosa che mi dà più fastidio di questa vicenda, oltre che ammetterlo, è che questo brano è un’altra di quelle paraculate clamorose a cui i regaz ci hanno abituato negli anni. Nelle citazioni, a cascata, una manciata di artisti che ci scaldano il cuore, tra cui anche un bellissimo omaggio Zagor Camillas, venuto a mancare circa tre anni fa: “Per Mirko che ha spento il sole come fosse un abat-jour / facevi ridere da morire e ora morire non fa ridere più”. Sul finale il ritmo sale vertiginosamente sulla ripetizione di “Tutti i miei amici sono qui questa notte” (verosimilmente citazione ad “All my friends” degli LCD Soundsystem), per poi sfociare in un’esplosione finale. Bella, bella, bella.

"Chi vive di teatro, chi ha un lavoro vero Chi scrive le hit per un qualche coglione Chi riempie gli stadi, chi ha dato via il culo Chi si è rovinato per la droga o per la figa Chi deve mangiare, chi adesso è famoso Chi passa le notti a cercarsi su google Chi è all’ultimo ciclo, chi è morto per amore Chi suona in una band e crede sia per sempre Tutti con la stessa identica sfiga Con la stessa voglia di non farsi più male Di essere felici senza avere niente Niente più da perdere o farsi rubare"

Torniamo alle ballate: è il turno di “Senza di Noi”. Su una base di pianoforte, Carota ed il suo bellissimo timbro danno il meglio, come già successo più di una volta negli episodi discografici precedenti, basti pensare alla fortunatissima “Niente di Speciale“.

"Noi fatti e falliti, oggetti smarriti In un mare di guai ci ritroverai"

Quando ho letto Lo Stato Sociale feat. Diego Naska ho riso parecchio, ammetto. Mi hanno zittito per l’ennesima volta: ne è uscita una collaborazione ben fatta, sotto ogni punto di vista. Brano semplice, danzereccio, preso bene ma comunque con un paio di frecciate di quelle giuste. Anche “Che Benessere!?”, quindi, dal vivo funziona parecchio, ma generalmente anche la versione studio si ascolta molto molto volentieri. Bella scelta averla pubblicata come singolo.

"L'uomo del giorno è un banchiere dice di vendere La donna dell’anno è madre e Giorgia e dice di pregare Di investire sulla paura Che è un po' la nuova felicità"

Sempre rimanendo in tema singoli, il primo estratto è stato “Fottuti per sempre”, il disincantevole funerale della scena indie italiana, in collaborazione, non a caso, con Vasco Brondi, che chiude con un monologo clamoroso, lacerante quanto cinico e preciso; una realtà di disillusione che ti viene sbattuta in faccia come una secchiata d’acqua gelida.

"Volevamo cambiare tutto Non riempire un altro vuoto di mercato"

La bomba, i cinque bolognesi, se la sono giocata sul finale. Per non spezzare il filo spoken creato dal finale del brano precedente (a dire il vero per non spezzare neanche l’atmosfera), “Filastrocca per un disco” è una cascata di parole armoniosa, nella quale ognuna è al suo posto. Il recitato di Bebo, che migliora di disco in disco nel gestire ritmi, cadenza e incisività, è compassato, e il risultato, in questo pezzo di chiusura, parla da solo, ascoltare per credere.

"Quindi disco, che diventerai pacchetto Poi spedito oltre ogni confine Che arriverai in fondo ad un pensiero In un'orbita di cuore Abbi cura di te, di me E di chi vuole ascoltare"

In sintesi, e al di là di unirmi all'augurio dell'ultima citazione riportata, “Stupido Sexy Futuro” è un album lucidissimo da parte di una band che dimostra ancora una volta di avere piglio, idee e voglia di colpire l’ascoltatore, sia emozionandolo che strappandogli una risata, amara o non. In una scena nella quale metà degli artisti che sparlavano dietro al quintetto bolognese è sparita nel nulla, non mi sembra affatto poco. Viva i regaz!



Comments


bottom of page