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Il silenzio come cura, rischio e rinascita: il nuovo capitolo del Solito Dandy - Intervista

Un anno di silenzio, di pagine scritte senza musica e di domande lasciate aperte. Il Solito Dandy apre un nuovo capitolo della sua vita, in continuità con il passato ma con uno sguardo nuovo e una voce che finalmente appartiene anche alla persona, Fabrizio.


Tra Torino, Calvino, piccoli stupori quotidiani e un teatro che diventa rifugio, ci racconta come la tristezza possa essere un luogo da abitare e non da evitare. Il risultato è stato un dialogo intimo su cambiamento, fragilità e rinascite lente, da cui si evince il grande lavoro di analisi, ricerca e di accettazione verso il cambiamento personale. Così dopo un anno lontano dai riflettori, Il Solito Dandy riemerge con un progetto che unisce musica, teatro e introspezione. A partire dal nuovo singolo pubblicato “Per quando sei triste triste e lo spettacolo teatrale “Manuale d’istruzioni per quando sei triste triste”.


C’è stato un momento in cui la musica ha smesso di fare rumore, e il silenzio ha iniziato a parlare ed è lì che Il Solito Dandy ha scoperto qualcosa di nuovo.


Il Solito Dandy


Bentornato su IndieVision, è un piacere sentire di tue nuove pubblicazioni! Dopo X Factor, un album, un tour e un anno di silenzio, qual è stata la prima cosa che hai capito di te stesso tornando a scrivere?

In realtà non è stato un “tornare” a scrivere ma più un continuare a farlo con forme differenti dalla canzone. Era più o meno un anno, fa quando sono tornato a vivere a Torino, avevo bisogno di distanziarmi un attimo dalla musica e così ho iniziato a scrivere pensieri, poesie o, comunque, quello che mi capitava nel quotidiano, senza ansie o un fine. Ho rallentato i ritmi, iniziando a sorprendermi dei micro cambiamenti nella realtà di tutti i giorni. Un po’ come Marcovaldo di Italo Calvino, la città è un ambiente scomponibile e stupefacente nei suoi cicli e nella sua normalità. Ho incominciato ad assecondare il cambiamento lasciandomi trasportare e, raccontandolo, come un diario. E non c’è stata una grande rivelazione ma un continuo mutamento che mi ha portato oggi a guardarmi indietro e rendermi conto di quanto ogni cosa arrivi nel momento giusto, che non è mai quello che immaginiamo noi. Chissà chi saremo tra un anno?

La letteratura, la poesia, o comunque, l’approccio più letterario ha sicuramente influenzato quello che poi sono state le canzoni, ma è stato tutto un percorso, nulla di netto.

Se dovessi raccontarlo con un film sicuramente sarebbe “Perfect Days” di Wim Wenders.


Questo momento di silenzio è stato più un rifugio, una cura o un rischio?

Ti direi tutto. Molte volte abbiamo paura del buio e del silenzio, perché se non abbiamo distrazioni, ci tocca fare i conti con noi stessi. Ascoltarsi è complesso e anche mettersi in dubbio e spostare il proprio punto di vista richiede un grande lavoro, però porta alla crescita personale. È interessante come in molti libri di analisi del sogno, venga consigliato di abbracciare i propri incubi o comunque non scappare di fronte ai mostri. Credo che questo porti a grandi rivelazioni.


In che modo “Per quando sei triste triste”, il tuo nuovo singolo appena pubblicato, rappresenta un inizio e non una continuazione?

Come dicevo prima, è entrambe le cose, non c’è nulla di netto. Ogni nuovo progetto, ogni canzone è sempre un nuovo inizio e così per “Per quando sei triste triste” sono sempre lo stesso ma, comunque, diverso. Come quelle serie dove vedi il protagonista crescere nel corso del tempo e potenziarsi portandosi appresso tutto quello che c’è stato. Mi guardo allo specchio e non vedo più quel ragazzo che era partito per Roma, col sogno di fare musica, ma un uomo di 32 anni che oggi fa questo. Ed è felice di potersi esprimere in qualsiasi forma.

 

Nel brano attraversi Calvino, l’Africa, il Louvre: cosa lega questi luoghi così distanti nella tua immaginazione?

Nella mia immaginazione sono vicinissimi. Forse nella realtà appaiono un po’ distanti. La canzone però nasce dopo aver letto uno dei tanti racconti delle Cosmicomiche di Calvino. Ero sul letto e pensavo a quanto, a volte, le cose ci sembrino grandissime ma allontanandoci nello spazio e nel tempo risultino minuscole come granelli di sabbia. Quanto un singolo episodio assuma poca importanza se visto nell’ottica di una vita intera. Come una foglia in una foresta, da vicino è piena di nervature e dettagli, ma da lontano è solo una parte di qualcosa di molto più grande. Così, i luoghi citati nella canzone, all’apparenza così lontani, si incontrano come un diario di viaggio di un anno, all’apparenza senza musica, ma pieno di vita.

 

Nel brano non c’è fuga dalla tristezza, ma un modo nuovo di starci dentro. Quando hai capito che non dovevi più scappare? C’è una tristezza che ti ha insegnato qualcosa che non avresti potuto imparare in nessun altro modo?

Solitamente non sono una persona che scappa e spesso ho sempre affrontato tutte le mie paure o tristezze coi mezzi che avevo a disposizione. Forse, in questo caso, tornare a vivere a Torino, mi ha portato a confrontarmi con le tristezze del bambino che ero e a dare una chiave di lettura differente e più approfondita alla mia storia. A mettermi in discussione, e forse a comprendere che dietro tanta rabbia inespressa esisteva solo la voglia di dare voce a quello che avevo dentro. L’arte, la musica sono sempre stati luoghi sicuri per la mia espressione, ma ho imparato anche a dare voce a Fabrizio e non solo al Solito Dandy.

 

Il tuo nuovo spettacolo teatrale “Manuale d’istruzioni per quando sei triste triste” unisce musica, ironia, stand-up e introspezione. In che modo il teatro ti permette di dire cose che la musica, da sola, non riuscirebbe a contenere?

Il teatro è sicuramente un ambiente libero e senza limiti, ne di tempo ne di spazio. “Manuale d’istruzioni per quando sei triste triste” è uno spettacolo per portare le persone nella mia testa e nei discorsi che faccio tutti i giorni con me. Un modo per mettermi a nudo e, attraverso le canzoni, provare a spostarci dalle nostre convinzioni o anche solo a non sentirci soli.

Mi ha molto colpito, finito il concerto a Torino, che un ragazzo è venuto e mi ha detto “Grazie, almeno so di non essere l’unico a farmi tutti questi pensieri e viaggi mentali”.

Questa cosa non la dimenticherò mai.

 

C’è un momento dello show in cui senti che il pubblico si apre insieme a te, come se stesse facendo lo stesso viaggio?

È molto strano, perché essendo uno spettacolo seduto, a differenza dei concerti avverto come se ognuno stesse compiendo, in silenzio, il proprio viaggio. Il pubblico piange, ride, fa battute o commenta in momenti differenti, ogni tanto vedo facce serissime o persone divertite, chi canta e chi non si osa, quasi come fosse un momento sacro. È una sensazione nuova anche per me, però sento che qualcosa si smuove reciprocamente. C’è un momento liberatorio, più o meno a metà, quando canto “Largo Venue” senza microfono ma solo con le persone, lì sento un forte senso di collettività, come se il cantare senza pensieri sciogliesse, anche solo per un momento, i nodi e quello che ci portiamo dentro.

 

Per salutarci, ti chiedo di immaginare che il tuo “Manuale d’istruzioni per quando sei triste triste” abbia una pagina bianca alla fine, lasciata apposta per chi ti ascolta. Cosa speri che ognuno scriva lì, prima di chiudere il libro e tornare alla propria vita?

Forse vorrei una pagina piena di domande senza risposta. Un punto di inizio che parte dalla fine. Perché alla fine non esiste un vero “Manuale d’istruzioni per quando sei triste triste”, ognuno ha il suo. E se ci pensi, non è la vita stessa un grande punto di domanda? Quindi perché non continuare così, a vivere, con tutta questa curiosità.



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