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"La gente che sogna": l'ennesimo universo parallelo disegnato da Lucio Corsi - Recensione

Ci sono dischi che, inevitabilmente, finiamo ad associare ad un luogo, ad una persona, ad una situazione, ad un momento della nostra esistenza. La musica può essere protagonista, un mezzo di conforto o semplicemente una compagnia. Lucio Corsi e il suo, splendido, “Cosa faremo da grandi?”, uscito non a caso a gennaio 2020, sono stati fissi in play durante la mia quarantena, dalla residenza forzata alle (poche) passeggiate guadagnate con la scusa della spesa o di andare a trovare qualche fantomatico parente. Una boccata d’aria in un periodo decisamente buio.



A tre anni e qualche mese di distanza, “La gente che sogna” (uscito per Sugar Music), segna il ritorno del cantautore maremmano classe ‘93. Lucio, unico nel suo genere per scrittura, musicale e testuale, ha dipinto nove canzoni a cavallo tra i seventies e il 2023, tra il rock più glam e il cantautorato, tra le escursioni nello spazio e la magia sulla terra, tra Marc Bolan e Ivan Graziani.


I brani, interamente scritti dal cantautore toscano tra la Maremma e Milano, e prodotti in collaborazione con Tommaso Ottomano, riprendono il percorso iniziato con “Cosa faremo da grandi?”, aggiungendo nuove sonorità e andandosi a staccare, definitivamente, dal folk dei primi lavori e dall’episodico talkin’ blues (ritrovato ad esempio in “Senza Titolo”), per muoversi verso terre più dance e ancora più sperimentali. Il risultato è un goal su tutta la linea.


Da una stazione radiofonica extraterrestre, “Radio Mayday” ha il compito di aprire le danze. La prima tra le ballate, come facilmente pronosticabile, vere protagoniste dell’album, ha un ritornello di quelli che ti si stampano in testa, molto molto bello.

“Lascerei tutto così com’è Ma cambierei pianeta Tra tutti il più lontano che c’è Lassù mi scorderei gli errori del passato E nessuno canterebbe più di lei Dentro la radio”

“Astronave giradisco”, primo dei vari singoli estratti, si colloca tranquillamente in top 5 assoluta dell'artista. In una vicenda perfettamente speculare alla traccia precedente, tutte le creature dell’universo decidono di recarsi, simultaneamente, verso il nostro pianeta. Un lentone di quelli perfetti, sotto ogni punto di vista.

“C’era una coda luminosa tra le stelle Anche il satellite d’amore di Lou Reed Come Maria che appare in tutte le frequenze Radio Mayday passava l’ultima hit Space Vibrations”

Il primo vero grande strappo all’atmosfera è ad opera di “Magia Nera”: due minuti e mezzo per ballare, uno sgangherato “Rocky Horror Picture Show” che ti entra nelle orecchie e ti fa alzare da qualunque cosa su cui tu sia seduto. Lucio osa, e lo fa nella direzione giusta: spero fortemente che il successo di questa canzone possa essere un buon promemoria per i prossimi lavori.

“La volta celeste è ancora piena di stelle I chiodi che la tengono su Ci coprono di tagli I sogni infranti Siamo bambole vudù”

Torniamo nel territorio delle ballate con la title track: predomina il pianoforte, quantomeno sulla prima parte, prima che le chitarre, inizialmente molto flangate, tornino anch’esse nella safe zone fatta di fuzz e temi armonizzati. “La gente che sogna”, letteralmente, tra cuscini, sonno e risvegli che sanno di salvezza, ma anche di scenari che, inesorabilmente, spariscono di colpo.

“Ehi tu Se ne hai bisogno Un albergo non è altro Che il pronto soccorso del sonno”

Sviolinata ma di quelle belle, non scontate o sanremesi: inizia “Orme”, sbirciando sui social vari uno dei brani che sta riscuotendo maggior successo. La ricetta è la stessa della canzone precedente, pianoforte in cima a tutto (ma anche nel testo), immaginazione e realtà, qui ci mettiamo anche una bellissima linea sia delle strofe che del ritornello.

“C’è un uomo con il cuore a pezzi Dice che è il prezzo per una vita intera Passata cercando le stelle Nel buio di una miniera”

“La bocca della verità”, sin dal primo ascolto, mi ha aperto un giga sorrisone. Probabilmente ha ragione l’artista a definirla come “Il frastuono generato dallo scontro tra la realtà e l’immaginazione”. Anche qui ‘70s (ma anche ‘80s) sparati in cielo, non credo di dover aggiungere altro.

“È chiaro Se sarò polvere che sia da sparo”

L’approdo negli anni ‘80 di “La gente che sogna” si concretizza con “Glam Party”, per venerare, in contrapposizione alla title track, il lato più festaiolo delle ore piccole. La musica non può che essere danzereccia, qualche chitarra distorta, qualche altra fuzzata, un paio di “Yeah” ed i coretti nel ritornello. Perfetto così.

“Prima dell’aldilà non voglio luci sul palco Perché la notte è una possibilità Il buio è un foglio bianco”

“Danza classica” vale un ballo, il classico svuota pista, quello in cui nei film succede quello che deve succedere, che sia un bacio o una sparatoria. Giusto abbassare un attimo i ritmi dopo i due brani precedenti.

“Lo sai dov’è la donna che cerco È in una storia che si concluse Troppo oscura perfino per gli occhi Degli infiniti pali della luce Ma il lampione più alto che esista nel mondo è la luna piena Quando sfugge dalle grinfie della sera Quando illumina le cose con lo sguardo”

Chiudere questo viaggio tocca, non a caso, a “Un altro mondo”. Sonorità e testo, se vogliamo, più nella direzione delle vecchie pubblicazioni di Lucio, aprono ad un futuro, un nuovo pianeta da esplorare. In un album nel quale il cantautore maremmano non sbaglia un ritornello, quello dell’ultima traccia, che riporto per intero, è la degna conclusione del disco più dreamy dell’anno.

“Che esista un altro mondo Io non ne dubito Basta credere agli occhi Credere agli occhi Anche quando si chiudono”

“La gente che sogna” è un disco ragionato, che vale assolutamente gli anni di silenzio da cui è stato preceduto, a maggior ragione in un’epoca nella quale la rincorsa alle royalties impone fretta a discapito, ma anche qui non dico nulla di nuovo, della qualità. Complimenti Lucio, e in bocca al lupo per questo viaggio!



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