Capovilla, i MÅNESKIN e l'eterna diatriba tra slogan, musica impegnata e società dello spettacolo

di Lucia Tamburello

L'11 luglio scorso, l’ex frontman del gruppo alt rock "Il Teatro Degli Orrori", Pierpaolo Capovilla, ha condiviso un post sul suo profilo Facebook in cui si è scagliato contro il famoso gruppo glam rock MÅNESKIN in merito allo slogan “Fuck Putin” pronunciato dal palco del Circo Massimo di Roma dal cantante Damiano David.


Uno dei principali personaggi di spicco del panorama indipendente italiano punta il dito contro l’irriflessività del messaggio lanciato dalla band di fama mondiale, contro la conformità e l’artificiosità dell’immagine dei giovani e popolari artisti alludendo alle loro posizioni filoamericane.



Se il lettore non conoscesse il background ideologico e artistico di Capovilla, sarebbe facile pensare ad un semplice dissing tra musicisti e ad una polemica sterile “acchiappa like”. Le parole pubblicate dal cantante veneto, da sole, non sono sufficienti a rimarcare l’impegno politico centrale nel suo percorso artistico. Il pensiero espresso non si presenta poi così profondo rispetto alla frase pronunciata dai Maneskin. La sintetizzazione del messaggio, indispensabile per una comunicazione efficace all’interno della piattaforma utilizzata, ha contribuito all’appiattimento eccessivo delle sue posizioni.


Si potrebbero addirittura ipotizzare posizioni filoputiniane, ma basta indagare un minimo la carriera dell’artista per empatizzare con esso. I fan di vecchia data di Capovilla possono facilmente unire i punti trattati e ricondurli alle solide e rinomate basi culturali ribadite nei suoi lavori. Si pensi a pezzi come “Carrarmatorock” (contenuto nel primo album del Teatro Degli Orrori “Dall’impero delle tenebre”) o “La Guerra del Golfo” (dal disco con i Cattivi Maestri) per capire l’avversione nei confronti delle guerre imperialiste e della politica bellica degli Stati Uniti. Diciamo che i temi, indispensabili per decifrare l’opinione dell’artista su ciò che è accaduto sul palco della capitale, sono stati adattati alla bassezza del linguaggio social tramite insulti e accostamenti approssimativi di argomenti diversi tra loro. In meno di sette righe si passa dall’osservare fenomeni generazionali all’americanismo passando per l’approssimatività del rock mainstream contemporaneo.


I Maneskin non sono sicuramente la prima band che “a parole” si allontana completamente dagli argomenti trattati nella propria discografia per esprimere le proprie opinioni riguardo temi al centro dell’attenzione dei media, nè tantomeno sono la prima band con una fanbase giovane e accanita che si fa facilmente influenzare dai propri idoli. Ma sono i primi musicisti italiani a godere di un’esposizione mediatica internazionale di così ampia portata. Parlare bene o male dei Maneskin è poco importante: qualsiasi parola riguardante i glitterati musicisti contribuisce ad alimentare la loro popolarità e quella di chi la esprime.


Ma Pierpaolo Capovilla, nonostante la grossolanità dell’esposizione, con la semplice pubblicazione di un post, ci ha ricordato la capacità della musica e delle performance dal vivo di veicolare messaggi e morali che non potrebbero essere comunicati solamente tramite social. Ha dimostrato come la costruzione di un’identità artistica ben precisa possa differenziare un motto da un messaggio pubblicitario. Il caso che ha ravvivato negli ultimi giorni la scena musicale italiana ha ribadito quanto, oggi più che mai, lo scontro e la critica reciproca nella cultura (sia pop che di nicchia) siano necessari. Capovilla ha ricostruito il muro tra il “noi” e il “loro” musicale crollato rovinosamente dopo il 2000, un discostamento non generico o stilistico, ma ideologico indispensabile per la sopravvivenza del mondo alternativo.