“Perché non dovrei essere autentico?”: Tommaso la notte e il mettersi in gioco nella musica

Tommaso La Notte è un giovane cantautore pugliese che inizia a scrivere le sue prime canzoni nel 2016. Nell'ottobre del 2019 pubblica il suo primo Ep "Nostalgia" e negli anni a seguire apre i concerti di molti artisti affermati come: Diodato, Dente, Clementino, Giorgio Poi, Bianco, I ministri e Gio Sada. Nel 2021 escono i suoi tre nuovi singoli: Shampoo alla camomilla, La fine del capitalismo e Passano i Treni.


Il cantautore ha una grandissima capacità di condurre l'ascoltatore nel suo mondo, attraverso testi pregni di suggestioni indefinite, sensazioni malinconiche e richiami al mondo dell'arte, della letteratura e del cinema. In un periodo in cui le belle canzoni e i nuovi artisti hanno sempre più difficoltà ad emergere, Tommaso La Notte è quel piccolo spiraglio di luce che ci fa fare un sospiro di sollievo, consapevoli del fatto che ci sono ancora giovani artisti fuori dal tempo che riescono ad esprimersi attraverso testi pieni di maturità ed intensità.

Per conoscerlo meglio, gli abbiamo fatto qualche domanda!



Ciao Tommaso! Hai raccontato che la notte è il momento che dedichi a scrivere le tue canzoni. Cosa ti ispira di più di essa?

La notte è il momento in cui siamo in grado di riflettere su noi stessi perché essendo completamente distanti dalla frenesia e dal caos della giornata. Guardando dalla finestra ti rendi conto che c'è un mondo fuori, ma sta riposando e ti permette di concentrarti su te stesso. Tutto ciò si ripercuote sulla scrittura, ed è il momento in cui dopo tutti gli stimoli della giornata, le parole e i discorsi, si arriva alla sintesi oppure si estrae completamente. E' proprio la notte che secondo me permette di fare questo lavoro qui. La notte è quel momento in cui mi riapproprio di me stesso. Per me ogni notte è la notte. Ogni notte cerco questo momento di autoanalisi oppure di creazione artistica. Mi siedo e provo a scrivere qualcosa, ci provo, non ci riesco sempre. Sull'autoanalisi, lo faccio sempre, proprio per mettere un punto alla mia vita.


Hai iniziato a scrivere i primi brani nel 2016. Cosa ti ha portato a raccontarti attraverso le canzoni?

Qui mi ricollego al mio primo concerto della mia vita, quello di Niccolò Fabi. Non il primo che ho sentito, so che ho sentito un concerto nella pancia di mia madre di René Aubry, un compositore incredibile. Però il primo e vero proprio concerto che mi ha cambiato, è stato quello di Niccolò Fabi. Quando ho visto questa persona salire sul palco, con una chitarra e un quartetto d'archi, ma soprattutto con quella chitarra lì, mi sono reso conto di quanto concretamente una mente artistica, una chitarra e ovviamente una tecnica, cosa potessero creare. In quel momento ho immaginato lui che scriveva quelle canzoni e ho detto "Lui è su quel palco, con quella chitarra davanti a delle persone e sta creando tutto questo, tutto grazie a quel momento in cui ha deciso di scrivere canzoni". Ovviamente non mi sono mai posto l'obiettivo di scrivere canzoni per arrivare al livello di Niccolò Fabi, ma vorrei ricreare quella magia. Nel primo periodo ho scritto un sacco di robe strane, ma perché ascoltavo tanto e soprattutto avevo difficoltà a riconoscermi in qualcosa in particolare. Per dirti ho scritto anche canzoni in inglese e sinceramente l'inglese non mi si addice per niente. Forse è perché avendo i capelli rossi e in quegli anni Ed Sheeran andava fortissimo, mi sono detto "Vabbè provo a scrivere in inglese". Quindi in un primo periodo ho tentato di assimilarmi alla scrittura di altri in generale. Poi mi sono reso conto che la scrittura non doveva essere un esercizio per andare verso altri, ma un esercizio per andare più in profondità nei confronti di se stessi. Se riesco a scrivere una cosa che è talmente mia, talmente profonda, sono dell'idea che in tutti gli esseri umani c'è qualcosa che li unisca a livello di Io. Tutti ci emozioniamo quando leggiamo di Astianatte nell'Iliade. Sostanzialmente c'è quel universale di cui parla Benedetto Croce, quell'universalità della poesia che riesci a raggiungerla solo quando ti butti totalmente dentro te stesso, ma talmente in profondità, che arrivi alla radice dell'umano e poi sei universale. Quindi c'è sempre questo rapporto tra il me e l'altro, dentro e fuori. Sostanzialmente è nato per creare la magia del fuori. Tutto quello che è accaduto al concerto di Niccolò Fabi non era dentro, ma fuori, era un concerto. Non era un momento di scrittura a cui ho assistito. Però poi mi sono approcciato, dopo aver abbandonato tutto ciò che c'era fuori, nel momento intimo della scrittura, è successo dopo un anno che ho iniziato a scrivere. Ho capito cosa voleva dire scrivere per me e da lì è iniziato seriamente tutto questo lavoro di ricerca nei miei confronti.


Hai detto che hai iniziato a scrivere in inglese. Di solito cantando in una lingua straniera si cerca di trovare quel distacco per far sì che la gente ti possa capire fino ad un certo punto. Dopo hai smesso per l'impossibilità di aprirti completamente o perché non ti piaceva la tua voce cantando in una lingua diversa dalla tua?

Non parlo in inglese, non penso in inglese e quindi avevo concretamente difficoltà ad esprimere dei contenuti grammaticalmente corretti. Poi mi sono reso conto per caso, scrivendo una canzone x, in cui esprimevo un concetto che sentivo molto mio, di quanto, tutto ciò che scrivevo come esercizio di scrittura, era in realtà falso. Quindi mi è venuto naturale abbandonare l'inglese, perché scrivevo qualcosa che non si rifletteva in me stesso, e ho scelto di abbracciare l'italiano. Inizialmente scrivevo cose molto distanti da me, poi quando successivamente per caso scrivi quella canzone che ti rappresenta, cerchi sempre di ripresentarti. Ho cercato di limare l'italiano su quello che io volevo dire. Quindi si, l'inglese non mi lasciava esprimere al 100%. Poi dall'altro lato riconosco che c'è la paura di esprimere certe sensazioni in italiano, magari scrivendolo in inglese, mi vergogno di meno. C'è imbarazzo ad esprimere la proprio individualità, a raccontare dei propri amori, delle proprie fragilità, delle proprie suggestioni. Però poi è una cosa che abbandoni. Perché non devo essere autentico?


Hai aperto i concerti di molti artisti importanti come Diodato, Dente, Gio Sada, Clementino, Giorgio Poi, Bianco, I Ministri e Dente. Cosa hai imparato da loro da un punto di vista artistico e personale?

La cosa che mi affascina di più nell'aprire concerti è il concetto entrare per una volta nella vita di quelle persone. Quello che mi piace è che sai che c'è un pubblico che ti ascolta, un pubblico ad hoc, perché se fai cantautorato, in un concerto di un cantautore, sai che le persone ti ascolteranno. Dagli artisti ho imparato una maggiore sicurezza. La convinzione del proprio oggetto artistico e l'assoluta fermezza di presentarlo davanti a un pubblico, non è una cosa facile da fare. Entrare in contatto con un artista che è straconvinto di quello che sta facendo, e se non lo è, non lo dà a vedere ed è veramente bravo a farlo. Fa apprezzare quello che lui ha scritto, quello che ha fatto e quello che ha prodotto in un modo così nitido, così puro, ed è un talento. Cerco sempre di imparare da questo. Ogni volta che vado semplicemente ad ascoltare un concerto, la vivo in questo modo: rifletto su me stesso, ascoltando le canzoni degli altri e magari ci trovo del bello in quello che faccio. Aprire concerti con artisti più importanti di me mi ha fatto cambiare paradigma sull'arte, sul modo di viverla, di presentarla e sulla fermezza con cui si fa.


Provi ansia nell'esibirti dal vivo?

Sull'esibizione devo dire che ancora non ho trovato una quota. Per esempio non so ancora se sono una persona che canta da seduta o in piedi. C'è un abisso tra i due modi, io non so ancora chi sono. Ho dell'ansia, come quella pre-esame, come prima di un test su cui devi essere pronto e preparato. Devi essere pronto sulle tue canzoni, su i tuoi accordi, infatti mi faccio aiutare da un tablet. Il concerto non dovrebbe causare ansia visto che è la bellezza di condividere qualcosa che tu hai creato, però riconosco che il live è ancora un mondo che devo metabolizzare al 100%. Se devo essere sincero, visto che è da ottobre che non salgo su un palco, sto capendo l'importanza del palco nei miei confronti, a livello umano. Di conseguenza le prossime volte che ci tornerò , ci andrò con un'attitudine diversa, rispetto al tour appena terminato.



Il tuo primo Ep si intitola "Nostalgia". Cos'è per te la nostalgia e quali sono secondo te i suoi aspetti positivi o negativi?

Dopo aver studiato Leopardi ho desemantizzato il senso della nostalgia. L'associo a quei momenti inspiegabili in cui senza una precisa ragione, ti assale quel senso di angoscia e di fragilità. Senti che quello che stai vivendo, non è semplicemente quello che stai vivendo ma deve esserci qualcosa di più forte. Qualcuno lo chiama Karma, destino, dio, però c'è quel qualcosa che fa si che le cose belle e brutte accadano. Quando si prova una sensazione forte che non puoi spiegarti, ti rimanda a qualcosa di oltre. E' quella la nostalgia. Può essere anche un illudersi da soli che ci sia qualcosa che in realtà non c'è e va bene così. I suoi aspetti positivi sono fare i conti e fare pace con il concetto di tempo. Paradossalmente la nostalgia che in realtà dovrebbe essere la sofferenza di un non ritorno di un qualcosa successa nel passato, nel mio caso essendo la sensazione della presenza di un qualcosa che va oltre il tempo, è un qualcosa che mi fa vivere con molta più pace il tempo. L'aspetto negativo è il suo significato comune: l'estraniamento nei confronti del presente, il riconoscersi sempre nel passato. Ma allo stesso tempo il suo essere tendente alla malinconia, alla depressione ad aspirare sempre a qualcosa che non si ha.


In "Nostalgia" canti "Ho capito che la paura è tra i più grandi dei contraccettivi" e poi nuovamente "Ho capito che la paura è più forte della felicità". Quanto è limitante questo sentimento nella vita di tutti i giorni e artisticamente. Come è possibile superarlo?

Magari ora non userei più la parola "contraccettivo" visto che non è una cosa così negativa. Chiudendo questa parentesi, direi che la paura è quella cosa che quando ci rapportiamo con gli altri, non ci fa sentire a nostro agio al 100% e non ci fa manifestare totalmente quello che noi siamo. Per me questa è la paura. Ogni contesto in cui ci troviamo è una simulazione di palcoscenico. Ogni contesto è il momento in cui possiamo manifestare noi stessi. Mi chiedo sempre: Perché non posso mostrare ciò che sono? E invece perché mi faccio bloccare dalla paura? Per quanto riguarda l'arte paradossalmente diventa ancora più difficile. Perché c'è sempre quell'idea dispregiativa nei confronti dell'artista in sé per sé. C'è un'aurea negativa nei confronti dell'artista quando non è affermato. Quando è affermato invece è tutto il contrario, è idolatrato. La paura per me è molto più forte nell'arte. Nell'arte finché non sei affermato, c'è una fortissima paura. Viviamo in tempi in cui la verità artistica non è in realtà apprezzata. La paura la vivo molto di più in ambito artistico domandandomi: Ma devo farlo? Come devo farlo?

Come superare la paura? Fottendosene alla fine, ma arrivare a quel grado di libertà non è facile.



Molto interessante in "Acquiloni" sono le frasi: "Non c'è limite peggiore della libertà, non c'è fortuna più grande della libertà". Cos'è per te la libertà?

Riconduco il concetto di libertà alla possibilità di scegliere entro un contenitore, un contenuto: cioè uno stile di vita, un modo di pensare. La libertà di pensiero non è la libertà di creare un modo di pensare, magari anche, ma ormai è difficilissimo. Non c'è limite più grande, non c'è sfortuna più grande perché da un lato la libertà è illimitata ed è concretamente limitata entro quello in cui devi scegliere. Però è una fortuna perché almeno magari entro trentamila possibilità te ne puoi scegliere una. Per quello è tanto una fortuna quanto un limite. Probabilmente perché la libertà assoluta non esiste. Alla fine bisogna essere rilassati e contenti e soddisfatti delle proprie scelte, indipendentemente da tutto. Dire: Questo sono autenticamente io. Per me è questa la libertà.



Dopo l'uscita di Shampoo alla camomilla e "La fine del capitalismo" Il tuo ultimo singolo è "Passano i treni". Dove hai preso l'ispirazione per questo brano?

Era un periodo in cui era la prima volta che vivevo una situazione sentimentale un po' più impregnante rispetto alle altre. Ero in un momento di down psicologico molto forte, però poi alla fine ci ho scritto un album che uscirà a breve. Avevo questa malinconia che mi inseguiva come un'ombra. Questa cosa mi ha portato ad osservare di più il mondo, la città, i pensieri, le prospettive. Alla fine mi è venuto naturale unire una serie di riflessioni che facevo in quel momento: Il tempo, la nostalgia, l'impossibilità di tornare a un tempo passato. Mi coinvolge molto a livello emotivo. "Passano i treni" penso che sia il risultato più autentico, più artistico, più alto a cui sia mai arrivato fino ai 18-19 anni di scrittura. Non riesco a sentire questa canzone senza sentire un senso di partecipazione forte che nei confronti delle altre difficilmente provo.


Curiosa è l'immagine della finestra nel brano, da dove proviene questa immagine?

Da Leopardi. L'ho messa all'inizio del testo perché ha la funzione di filtro. Tutta "A Silvia" è filtrata attraverso il filtro letterario, il filtro del tempo che non torna più, il filtro della distanza sociale che c'è tra i due. Ci sono una serie di filtri che fanno si che ciò che dice Leopardi non sia poi alla fine realmente quello che era accaduto, ma è appunto una lirica. Mi piaceva in una canzone che aveva come soggetto il passare del tempo, metter un filtro dall'inizio che è quello della finestra. Paradossalmente Immagina una stanza metafisica in cui tu sei al di sopra del tempo e dello spazio e guardare il tempo scorrere. Mi piaceva questo pormi al di là. Nonostante sia un pezzo che nasce dalla sofferenza umana, vera, autentica di una persona che è un soggetto calato nello spazio e nel tempo, però con il modo di raggiungere l'universalità. Cercare con un canzone la possibilità di superare il tempo. Scrivere canzoni metafisiche. Forse riflettendoci la finestra può avere questo aspetto nei confronti della canzone.


Il videoclip di Passano I Treni è molto particolare. Sei in un cinema dove cerchi di confrontarti con qualcuno, ma nessuno ti dà ascolto. Com'è nata l'idea del video?

L'idea nasce da un'idea di Marco Valente, il mio produttore. L'idea era quella di rappresentare la condizione dei cantautore giovane di oggi che tenta di far sentire quello che ha da dire e sostanzialmente nessuno lo ascolta. Questa cosa si supera attraverso un'educazione all'ascolto. Quando tu presenti qualcosa di tuo, ti affidi alla sensibilità dell'ascoltatore: questo è il frutto della mia sofferenza, della mia felicità, del mio modo di vedere il mondo. Ti interessa, non ti interessa, comunque ci deve essere quella sensibilità che ti fa recepire e magari non apprezzare. Però purtroppo questa cosa manca tantissimo e con questo video l'abbiamo rappresentato. Io in quel video sono le mie canzoni che tentano di parlare di me. Se tu non ascolti le fragilità di un altro rappresentate sotto forma di canzone, come puoi arrivare semplicemente a conoscere le tue o ascoltare le tue? Se non c'è l'ascolto dell'altro non c'è l'ascolto di se stessi. Non mi ascolti perché non riesci ad ascoltare né me, né te e né nessun'altro. Con questo video ironico, cazzaro, comunque si arriva ad un'idea di fondo: nessuno caga più l'arte giovanile e allo stesso tempo c'è la mancanza di ascoltare in generale.