• Giulia Gallo

Da mago a matador: l’eclettico ritorno di Mudimbi – Intervista

Capita, non di rado, che alcuni artisti decidano di prendersi una pausa dai social, sparendo per un po’. Lo ha fatto anche il rapper marchigiano Mudimbi, che, dopo aver pubblicato il suo primo disco e aver partecipato a Sanremo 2018 nella categoria delle nuove proposte, ha ritenuto fosse arrivato il momento di fare il punto della situazione. Spiazzando poi tutti quando a luglio di quest’anno è riapparso pubblicando il suo nuovo singolo, “Ballo”. A quello ne sono seguiti altri, che hanno portato alla pubblicazione, oggi 6 novembre, del suo secondo album in studio, “Miguel”, prodotto dall’artista con i Fire Flowerz e distribuito da Artist First. Ne abbiamo parlato con lui in questa chiacchierata.

Ciao Mudimbi, e bentornato! Negli ultimi 2 anni sei stato in completo silenzio social: ci racconti perché e come ti senti ora che sei riapparso?

Mi sento bene. Temevo che sarebbe tornata l’ansia da prestazione, per la preoccupazione di fare bene, però, soprattutto in questo preciso momento storico se uno ha un motivo per festeggiare se lo gode fino in fondo. Quindi, essere tornato ed uscire oggi con l’album mi fa stare molto molto bene. Sono stato fermo proprio per il motivo opposto, perché sentivo che c’era qualcosa che non stava andando, sia dal punto di vista lavorativo sia dal punto di vista personale… Stavo un po’ perdendo la bussola. Ho fatto tante cose in poco tempo: dal lasciare il lavoro con posto indeterminato al firmare con una major, andare via, fare Sanremo… Sono successe molte cose e mi stava un po’ venendo la labirintite, sbattuto a destra e sinistra; anche e soprattutto per la volontà da parte mia di cercare di fare tutto, perché era tutto nuovo e volevo provare tutto ciò che era possibile provare, però a una certa ho detto “guarda, mi fermo un attimo, ricalcolo, come i navigatori, e appena so esattamente la mossa che voglio fare inizio a farla”.


Il tuo primo album si chiama “Michel”, che è il tuo nome; invece, chi è il “Miguel” che dà il titolo al tuo nuovo lavoro?

Sono sempre io. Dovevo pensare a un’idea per questo secondo album, sia per la parte grafica sia per il nome, però qualsiasi cosa io fossi andato a scegliere come immagine e come nome, comunque mi sarebbe sembrato meno efficace della mia foto da bambino e di “Michel”: mi sono sentito molto rappresentato e sono stato molto orgoglioso di quel primo album. Quindi ho detto: non posso nemmeno fare “Michel 2: la vendetta”, e quindi ho deciso di usare semplicemente il mio stesso nome in diverse declinazioni. L’idea è questa: se ci sarà un terzo album, comunque sia userò un’altra declinazione del nome e userò comunque una mia foto, dove sono più grande. Mentre il nome è un semplice “girargli intorno” (Michel, Miguel, Michael… e poi non so come si dirà in giapponese), l’aspetto grafico invece rappresenta (nei limiti delle mie foto di famiglia che prima o poi finiranno) la mia crescita e la mia maturazione, musicalmente e non solo.


Hai in parte già risposto alla domanda successiva, che era riferita proprio alla copertina di “Miguel”: l’infanzia gioca un ruolo importante nel tuo percorso artistico?

Sì, anche perché la gioca nel mio percorso di vita privato: sono stato molto influenzato nei primi anni della mia vita, in cui mi sono successe alcune cose che mi hanno sia formato che segnato; fare questo parallelismo è forse un po’ per il fatto che mentre ora sono arrivato a 34 anni di vita, musicalmente sono più giovane, e quindi sono ancora un po’ quel ragazzino che sta cercando di maturare (… e anche l’uomo sta cercando di maturare).


In molti ti conoscono per la tua partecipazione a Sanremo 2018 con “Il mago”, che, rispetto al tuo stile, è più “soft”. Hai deciso di far uscire “Ballo” e “El Matador” come primi singoli per riappropriarti della tua essenza?

Assolutamente sì. Volevo mettere in chiaro da subito, tipo “facciamoci a capire”: la prima cosa che tiro fuori deve già chiarificare le idee, perché questo linguaggio ancora mi appartiene; poi non mi appartiene solo quello, sennò che palle! Ma “Il mago” è una delle sfumature, come anche “O.M.P.”, o “Parlami” che hanno un linguaggio molto più soft, intimo ed introspettivo. Posso fare diverse cose, ma non posso privarmi di alcune delle mie sfaccettature, che poi ovviamente possono risultare più o meno ostiche… Ma il pacchetto completo è questo, e non si concedono sconti (ride).


In “Ballo”, dici “Ora diranno Mudimbi è sessista / Le femministe mi sparano a vista”, consapevole che alcune delle tue rime siano piuttosto controverse. In molti pensano che questo tipo di linguaggio potrebbe avere un’influenza negativa sui più giovani. Cosa ne pensi in proposito?

Penso che sicuramente il rischio ci sia, non posso negarlo. Però mi rendo anche conto che partendo da questo presupposto dovremmo davvero iniziare a privarci di tutto e anche di un certo tipo di ironia e di battute, perché tutti potrebbero sentirsi triggerati ed offesi; credo che alla base ci dovremmo preoccupare di formare delle teste pensanti in grado di distinguere dove sta il giusto e dove sta lo sbagliato. Il problema è che viviamo in un sistema che è razzista, omofobo e sessista. Capisco che sentirlo dire in una canzone, come magari guardare uno stand-up comedian che ci ironizza su, faccia girare le scatole, però il problema è che stai sottolineando un punto che è davvero problematico nella nostra società, e quindi ti dovrebbe far arrabbiare più quello piuttosto che il fatto di averlo sentito in una canzone.

Il tema dominante del disco si può individuare nella tua vita di artista e nella stanchezza che talvolta ne consegue: è per questo che, quando sei tornato sulle scene, hai “delegato” a tuo fratello minore il ruolo di apparire al posto tuo?

In parte sì, soprattutto in “Ballo” e per il suo video, perché l’idea alla base incarna una versione estremizzata di come sarebbe potuta andare. Nel senso: ho scelto di prendermi questo periodo di pausa, ma avrei potuto scegliere di mandare tutto quanto in malora, e in quel caso ho delegato a “Mudimbi 2.0”. È una parte dello spirito dell’album; c’è anche altro, ma mi rendo conto che il momento in cui l’ho scritto questo sentimento era abbastanza dominante.


E ci potremo aspettare qualcosa di analogo per il futuro?

A fine video [di “Ballo”, ndr] esce l’altro fratello Mudimbi, e occhio allo spoiler: c’è un terzo fratello Mudimbi che non compare nel video, quindi ho tutta la discografia da delegare ai miei fratelli! (ride)


Ma prima o poi finiscono i fratelli!

Esatto, dovrò misurare bene le mie mosse!


A mio parere, ci sono 3 canzoni che si discostano un po’ dalla tematica generale del disco: “Parlami”, “Fred Astaire” e “O.M.P.”. “Miguel” è un disco più personale rispetto a “Michel”, oppure si equivalgono?

No, è sicuramente più personale e il motivo è presto detto: “Michel” è stata una raccolta di brani che ho scritto dall’età di più o meno 20 anni fino al giorno di uscita dell’album; molte cose erano già state scritte ma non erano mai uscite, altre erano incomplete (se non erro, “Schifo” l’ho iniziata a scrivere verso i 24 anni e l’ho finita per l’uscita dell’album, quindi a 30 anni). Si trattava sia di cose più slegate tra loro che meno personali: in quel periodo non tendevo a parlare tanto di me, quanto mi piaceva di più osservare, e non avevo nemmeno la consapevolezza che ho oggi di me.

Quindi “Michel” potrebbe essere più un mixtape?

Sì, si potrebbe vedere così, o un Greatest Hits dai miei 20 ai 30 anni.


“Je suis désolé”, che apre il disco, racconta con ironia il periodo in cui eri sotto contratto con Warner Music. Ora invece ti sei affidato ad un’etichetta indipendente, cioè Artist First. Come mai hai fatto questa scelta?

Perché si sono dimostrati interessati al lavoro, sono stati proprio gasati quando gliel’ho portato e quindi abbiamo iniziato a lavorare. Il discorso major, ti dico la verità, non l’avevo accantonato e non lo è nemmeno adesso: devono esserci i presupposti per poter lavorare, come c’erano stati per “Michel”.


“Miguel” è la tua prima esperienza come produttore, ed hai dichiarato di aver fatto tutti gli accompagnamenti solo con la tua voce. Sicuro sicuro che non c’è nemmeno uno strumento “vero”?

No, strumenti veri non ce ne sono! Poi ci sono sample, dove senti per esempio il kick perché con la bocca non riesco a farne uno. È stato tutto quanto doppiato, nel senso che ha ricalcato quello che avevo fatto ed è stato perfezionato a livello di qualche batteria. Però davvero credo che l’80% di quello che senti sia la mia voce, e in tutte le tracce c’è esattamente il provino come l’ho registrato sul tavolo della mia cucina.


Non so se sotto una major avresti potuto fare qualcosa di così sperimentale…

Possibile, ti do ragione.

Ti stai anche cimentando con la produzione di video, attraverso il tuo progetto “Banana”: ci racconti qualcosa a riguardo?

Ho girato il video di “Parlami” [che esce lunedì 9 novembre, ndr] il 29 novembre dell’anno scorso, e alla fine delle riprese ci siamo guardati e abbiamo detto: “Perché non mettiamo in piedi una produzione, perché non firmiamo il video con un nome (abbiamo poi scelto “Banana”)?” E così iniziamo a girare video proprio come casa di produzione, sia per me che per altri, con la volontà di mettere al servizio quello che possiamo fare con le nostre idee e la parte tecnica anche per altri. È nato dalla voglia di mettersi in gioco, mia e di altre 6 persone.


Per quali artisti hai realizzato video, e per quali ti piacerebbe girarne?

È uscito ieri il video di “Tra le stelle” di Lorenzo Ciaffi, un ragazzo che ha provato a concorrere a Sanremo Giovani, che abbiamo girato per BMG. Mi piacerebbe girare video potenzialmente per tutti, perché per ogni artista può venirmi un’idea calzante, e non è detto che un’idea funzioni per me e funzioni anche per te, e viceversa.

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