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Frah Quintale, "Banzai" è un tuffo in 30 minuti di niente.

Devo fare coming out. Lo devo alle migliaia di righe scritte fin’ora su questo blog in onore della musica bella davvero, che parla di me e di te, della vita, delle cose importanti. Non posso lasciare che un album mediocre come “Banzai (Lato blu)” passi senza dire al mondo che secondo me questo modo di fare musica solo per intrattenimento becero e vuoto non serve a nessuno. Lo faccio intitolando questa recensione sulla falsa riga di “40 secondi di niente” dei Verdena, in onore di chi la musica la faceva perché lo sentiva nel cuore, non nell’ego o nel conto corrente.



A questa categoria apparteneva anche Frah Quintale ai tempi di "Lungolinea", perchè i racconti di quell'album erano spontanei, veri, capaci di trascinarci in un vortice di immagini potenti ed efficaci pur se in abito da musica leggera: penso a pezzi come "Nei treni la notte" o "Fare su" di una bellezza semplice ma trascinante. Brani che raccontavano perfettamente un mondo vissuto da tanti dei suoi ascoltatori, senza edulcorazioni o luoghi comuni. Di quella spontaneità, in questa prima parte del nuovo album, non c'è più traccia: sebbene dopo anni di silenzio fosse lecito aspettarsi una maturazione artistica che giustificasse l'attesa, si è fatta largo al suo posto una cattiva abitudine a riciclare temi e attitudini, ad inseguire e cantare ciò che gli ascoltatori si aspettavano di sentirsi dire o cantare, senza più voglia di dettare nuovi standard. Forse si salva una componente sonora variegata e piacevole, ma da sola questa non basta a rilanciare la banalità del resto del prodotto.


Questa recensione potrebbe concludersi qui, invitandovi a impiegare altrove i 30 minuti di tempo che ci vogliono ad ascoltarlo, persino prendere il sole sul balcone potrebbe essere un modo migliore di farlo. Ma ho deciso che no, stavolta sarò analitico nello spiegare perché questo album e tutto ciò che rappresenta non merita di essere aggregato alla “musica italiana”, genere inventato al momento che raccoglie però solo il meglio della cultura musicale nostrana, da Vivaldi a Brunori.


In quest’album non c’è nulla, letteralmente nulla, se togliamo l’autocelebrazione, l’alcol, vocoder in quantità da mal di pancia e quella fatua moda di vantarsi delle donne che si sono frequentate, lasciate o tradite.


L’intro quasi riesce a convincerci che, magari, tra i temi dell’album ci sarà un po' di sana autoanalisi dei momenti “scuri” a cui si fa accenno, come contrapposti a quelli di sereno e di arcobaleno. Macchè, ci basta già il secondo brano per far crollare quel piccolo castello di speranze costruito in aria.


Sfruttando l’effetto spaesamento dato dalla sperimentazione del falsetto, per qualche aspetto ben riuscita, “Buio di giorno” in realtà non ha molto altro da offrire. L’autoanalisi in cui speravamo si riduce a qualche strofa di autocelebrazione in salse leggermente diverse ma tutte ugualmente frivole e buone solo da canticchiare mentre passano in radio. Magari è “colpa” della natura da singolo che ha investito questo brano a renderlo così superficiale, per cui dai, vedrai che dal terzo migliora.


S’introduce in “Lambada” il tema dell’alcol e delle notti brave che faranno da sfondo a gran parte delle restanti tracce di questo album. Qualche accenno alle lenzuola, alla cotta storica dei tempi di scuola, alla religione del “ogni sera il mio sabato sera” già istituzionalizzata da Sfera Ebbasta, e niente più. Illegale sarebbe dimenticare l’accenno alla ex a cui pensa ancora, fuori di testa non pensare di inserircene almeno una vagonata di questi riferimenti.

Chanel” è l’ennesimo corteggiamento finito a luoghi comuni, fumo, borse costose, cuori spezzati “come una siga”. Fine, avanti il prossimo.


Due ali” è l’inno all’erba che ci mancava, nel senso che ancora nell’album non avevamo trovato abbastanza accenni alla nostra Maria preferita. “Quello che so è che dietro a quella schiena c'hai due ali per farmi volare lontano per un po' ”. Una vita in vacanza su una spiaggia con una chitarra, una canna e sesso finché ce n’è. E anche con questo mi ci lavo i denti, avanti un altro.


Nel caso aveste dimenticato quanto sia bello essere Frah, non preoccupatevi, “Contento” è qui per ricordarvelo. Qualche accenno ad una luce in fondo al tunnel che si fa sempre più vicina e i tempi bui lasciati alle spalle. Non sapremo mai come e perché sono arrivati e come sono andati via. La narrazione, come sempre, è puramente didascalica e radiofonica. Le bionde trecce, il ritornello catchy e poi?


Amarena” oltre a ricordarci i bei tempi di un certo cantautore di Latina, non è molto più di un mix dei pezzi precedenti in ordine diverso: amore, spiaggia & luna piena, alcol, discoteca. “Non è sangue ma ripieno all’amarena”, non è musica ma un jingle da pubblicità Sammontana. Ma se le sai fare anche quelle possono emozionarti. Non è questo il caso, scusa Mecna.


Ma ne abbiamo già parlato di donne e tradimenti? E di quanto vado forte sia con le prime che con i secondi? Ah no?! Soccia! Dobbiamo rimediare. Ecco “Le cose sbagliate”, niente di più, niente di meno.


Tocca all’unico featuring dell’album, “Allucinazioni” con Irbis 37, lanciare una ventata di novità in questi pezzi ormai tutti uguali. Infatti, la penna di Irbis segna un notevole salto di qualità non tanto nei temi, anche qui gravitanti nell’orbita di donne belle e di notti brave, quanto nello stile narrativo, già più elaborato e originale. Dopo tanta mediocrità lessicale, un accenno di alba. Grazie ad Irbis non potrò dire che di questo album non salvo nemmeno un pezzo.


“Pago tutti i vizi

Mi ripagano i feelings

Una notte delirio

Ti parlo come De Niro

Non hai più voglia di essere la cura mia

Non posso vivere tutta la vita nella stessa via

E ricordarti un po' di noi col mondo intorno

Tarantelle in moto in un cortile vuoto

E dopo mille cattiverie

Ancora non sono cattivo

Io voglio sapere

Quello che nascondi, voglio vedere bene”

(Irbis 37, strofa in "Allucinazioni")


In un attimo di lucidità inattesa, tra un cocktail e una siga, Frah riesce a darmi l’illuminazione su come definire questo genere musicale. “In tele' ancora Striscia La Notizia”: ecco, questa musica qua è l’equivalente musicale di striscia la notizia. Musica mediocre, fatta per intrattenere nei momenti morti, per creare una finta sintonia tra gli ascoltatori che si sentono coccolati dal nulla che la circonda. Si, è proprio la stessa sensazione che provavo io quando in casa non c’era nulla da guardare se non striscia la notizia. Sentivo la mia mente piangere e autoisolarsi, un po' come dopo questi brani.


Voglio sperare che questo lato blu sia solo il primo e più superficiale dei due o più lati che andranno a comporre l’album intero. Nel frattempo, non si può dire che questo lato dell’esperimento sia ben riuscito.


Forse sono io che pretendo di leggere nella musica pop ogni volta un minimo di senso, forse sono io vecchio dentro ed esigo che la musica mi faccia emozionare ogni volta, altrimenti non la chiamo musica. Forse sono io.


Ma questa è esattamente il motivo per cui il presidente del consiglio semplifica l’emergenza che affonda cultura e arti in Italia definendo gli artisti di oggi come quelli “che tanto ci fanno divertire”. E c’ha pure ragione, qualche volta.

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