• Marco Anghileri

Endrigo: dagli Iron Maiden al nuovo album in Garrincha - Intervista

Gli Endrigo sono quella band a cui non puoi non voler bene. Sono tre ragazzi della provincia di Brescia, i fratelli Gabriele (voce e chitarra) e Matteo (voce, basso più una serie di altri strumenti), più Ludovico alla batteria. Suonano insieme da qualche anno e un loro concerto è un'altalena d'emozioni incredibile. Abbiamo ascoltato il loro nuovo album, che, però, vi racconteremo successivamente, e abbiamo parlato un po' del loro percorso musicale dalla sala prove della loro cantina al recente ingresso in Garrincha Dischi.

Ciao ragazzi, benvenuti su IndieVision! Come prima domanda vi chiedo, oltre al motivo della scelta del vostro nome “rubato”, vi è mai capitato che qualcuno venisse ad un vostro concerto convinto di sentire Sergio Endrigo?

Ciao ragazzi, grazie per lo spazio. Il nome è nato completamente a caso, scritto su un foglio in mezzo a tanti altri. È capitato che qualcuno NON venisse a un nostro concerto convinto di sentire Sergio Endrigo: dopo uno dei nostri primissimi live ci arrivò una mail di protesta su facebook in cui un tizio si lamentava perché si era presentato per vedere il presunto tributo a Sergio, il locale era chiuso e non aveva trovato nessun avviso del concerto cancellato. Peccato che avesse sbagliato a leggere la data e ci fosse andato il giorno prima. Non gli abbiamo mai risposto, troppe cose da rivelare in un colpo solo.


In “Ossa rotte, occhi rossi” parlate molto, addirittura intitolandogli una canzone, del vostro paese: quanto è rimasto nei vostri lavori successivi Villaggio Sereno?

In realtà è un posto in cui non c’è nulla, l’abbiamo messo nel titolo perché siamo nati e cresciuti lì e facciamo ancora oggi le prove in cantina, quando riusciamo a ritrovarci (da qualche tempo viviamo tutti in città diverse). Però non ci siamo affezionati, abbiamo smesso di uscirci appena abbiamo imparato a salire su un autobus. Sono quei posti in cui i ragazzini diventano mezzi vandali e fanno anche bene visto che l’alternativa è la parrocchia.


È da poco uscita la vostra data a Diluvio Festival, la prima dopo il lockdown: come sarà tornare sul palco per voi?

Suonare live è la cosa che ci piace di più in assoluto, però dopo tante date magari perdi un po’ il polso di quanto sia una fortuna, diventa un po’ un’abitudine, per quanto bellissima. Sicuramente stavolta sarà un momento con un sapore nuovo. Tra l’altro siamo contenti di poter portare un live un po’ diverso, acustico, con il pianoforte. Era una cosa che volevamo fare da un po’ e le contingenze per quanto tragiche ci hanno favorito.


Sempre parlando di quarantena, come avete vissuto questo periodo di reclusione forzata? Vi ha portati, immagino individualmente, a lavorare su del nuovo materiale?

Due di noi l’hanno passata insieme ed effettivamente abbiamo scritto tantissimo. Il disco che uscirà in autunno per noi in realtà ha quasi un anno di vita, quindi era già cominciato un nuovo periodo di composizione. Siamo molto molto ansiosi di portare avanti alcune nuove idee che sono saltate fuori, ma ci prenderemo tutto il tempo necessario.


“Infernino” vede la partecipazione di Nicola Manzan (Bologna Violenta), com’è nata la collaborazione? Apprezzate i suoi lavori solisti?

La collaborazione è nata tramite l’etichetta, Nicola registra spesso parti per dischi che escono dal Donkey Studio, dove abbiamo inciso. Però lo conoscevamo molto bene artisticamente, l’abbiamo visto live con Bologna Violenta più di una volta, adoriamo. Pensa che il cesso del nostro primo appartamento da universitari aveva un buco nella porta, e l’avevamo coperto con il faccione di Nicola presente su un manifesto di un suo concerto in città. Non so quanto la cosa possa garbargli, vabbé. Comunque, nel disco sarà presente in diversi pezzi e ne siamo molto contenti.

In “Smettere di fumare” non si può non notare una citazione nostalgica agli Iron Maiden, come si sono evoluti i vostri ascolti musicali dall’adolescenza ad oggi?

Il metal e il punk sono stati i primissimi generi che abbiamo suonato da bambini. Del secondo abbiamo mantenuto l’attitudine, del primo decisamente nulla, anzi, rigettiamo parecchio una certa mentalità col paraocchi della scena. L’indie italiano anni novanta-inizio duemila ci ha segnato molto nella scrittura, cose classiche come gli Afterhours, gli Scisma, i Verdena, i Baustelle. Tanti altri gruppi degli anni successivi ci hanno insegnato molto, però in modo diverso perché erano già gente a cui potevamo aprire i concerti e imparare sul campo. Gruppi da cui abbiamo comunque preso tantissimo, come i Ministri, i Fask e tanti altri, con cui non avremmo mai immaginato di poter diventare amici.

L’ultimo grande amore è stato l’r’n’b e in generale tutto il calderone hip hop degli ultimi vent’anni, che ha fatto un salto incredibile (anche se il suono classico dei ‘90s resta fondamentale). In italia tra le cose degli ultimi anni ci piace molto la trap.

“Anni verdi”, invece, parla di un periodo passato: positivamente o meno, è rimasto in voi e nelle vostre canzoni?

Sì, è una canzone che parla del nostro passato più recente, quindi ancora fresco. Ci sembra di essere cresciuti un po’, di aver rimediato ad alcuni eccessi. Speriamo. O magari no.

Da poco avete fatto il vostro ingresso in Garrincha Dischi, è un passaggio veramente importante, come vi sentite?

Bene, è stato molto naturale. Le persone che lavorano nell’etichetta sono le stesse con cui abbiamo costruito il disco, e l’idea di registrare insieme nasce proprio dopo un concerto che avevamo fatto a Bologna, quindi è stata la conclusione più logica per tutti. Virginia, ad esempio, è sia l’assistente di studio che la nostra fonica dal vivo. Inoltre, molti gruppi del roster sono amici. Non vediamo l’ora di farvi sentire tutto, specialmente sul palco.


Vi siete spesso espressi su temi d'attualità quali la situazione dei rifugiati in Italia, che vi riguarda abbastanza da vicino, oppure supportando la comunità LGBT+: quanto ritenete importante per una band, a prescindere dal genere, esporsi su questo tipo di argomenti?

Pensiamo che ognuno dovrebbe fare come crede. Noi abbiamo scelto di usare il piccolissimo megafono che la musica ci concede per far arrivare altro a chi ci ascolta, magari cose che nelle canzoni non siamo nemmeno riusciti a raccontare. La cosa non deve passare come un dovere morale delle band, anzi spesso è molto peggio veder cavalcare dei messaggi tanto perché sembra un dictat del momento. Si può fare arte senza comunicare niente di più che i cazzi propri, se è fatto con sincerità, non c’è nulla di male.


Siamo arrivati alla fine, mi lascio scappare una domanda sul prossimo album: qual è il brano a cui siete più legati?

Sotterriamo la risposta e andiamo a riesumarla insieme quando è uscito, promesso.


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