Il CEO di Spotify ha appena investito €100mln tramite una sua società in un'impresa di difesa ed AI

È notizia di qualche settimana fa che il CEO di Spotify Daniel Ek abbia realizzato un investimento, per mezzo della società Prima Materia da lui co-fondata, di €100 mln in una società, la Helsing, impegnata a sviluppare strumenti di “intelligenza artificiale al servizio della democrazia” ed operante nel settore della difesa. Lo stesso Ek parteciperà al board direzionale della società.



L'operazione finanziaria di Daniel è diventata il centro di un dibattito a suon dell'hashtag #boycottspotify: a seguito dell’annuncio, infatti, su Twitter una parte di abbonati a Spotify hanno espresso il proprio dissenso e la volontà di abbandonare la piattaforma di streaming per una decisione che di fatto vede Daniel destinare ingenti risorse in un ambito molto lontano e decisamente meno rispettabile di quello in cui Spotify opera.


"We believe that software – and, in particular, artificial intelligence – will be the key capability to keep liberal democracies from harm. Our ambition is to achieve global technology leadership in real-time information processing, turning unstructured sensor data into information advantage for democratic governments." (Helsing.ai)

Più che le abitudini d'investimento di Daniel - che ha tutto il diritto di investire come e dove meglio crede - ciò che non può lasciare indifferenti è il fatto che la stessa persona che dirige la piattaforma di streaming musicale più diffusa e discussa al mondo sia anche impegnata parallelamente in un'impresa che guadagna sviluppando e vendendo tecnologie impiegate in contesti militari e di guerra. Guerre e violenze non sono mai state soluzioni valide a nessun problema di questo pianeta e venire a sapere che qualcuno invece ne sia convinto ci farà pensare qualche secondo in più quando dovremo decidere se ed a quale servizio musicale abbonarci - nonché le tasche di quale miliardario riempire.


Lo stesso Daniel è stato al centro di un'altra polemica lo scorso anno relativamente ad un'intervista rilasciata a Musically in cui aveva espresso discutibili opinioni riguardo la bassa porzione di royalties che Spotify condivide con gli artisti, glissando la questione e spostando l'attenzione dalla Luna al dito: “I feel, really, that the ones that aren’t doing well in streaming are predominantly people who want to release music the way it used to be released”, come dire che se un agricoltore sfruttato nelle campagne foggiane guadagna una miseria è perchè il mercato è cambiato. Non è un segreto infatti che esista una grande sproporzione tra le entrate economiche di un'azienda, Spotify, che vale in borsa oggi quasi cinquanta miliardi di euro, e ciò che viene effettivamente riconosciuto all'artista finale dopo aver distribuito la torta dei guadagni in fette fin troppo generose agli intermediari vari (labels, publishers e distributori): circa $0.004. Di seguito una infografica tratta da Free Your Music che riassume quanto denaro ognuna delle principali piattaforme di streaming riconosce all'artista per singolo stream.


Fonte: https://freeyourmusic.com/blog/how-much-does-spotify-pay-per-stream

Siamo ormai abituati a vivere in un mondo in cui tutto e tutti sono pagati poco e male ma di tanto in tanto non fa male alzare la testa e dire no: il potere dei consumatori e delle loro scelte è molto più importante di quanto crediamo e spesso ha sortito benefici ed effetti tangibili.


Vi lasciamo con una interessante riflessione di Bebo riguardo questo controverso aspetto economico e in generale sulla discutibile sostenibilità delle piattaforme di streaming.



Crediti copertina dell'articolo: "Daniel Ek, Co-Founder & CEO, Spotify @ LeWeb 11 Les Docks-9069"by LeWeb14 is licensed under CC BY 2.0

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