L'atmosfera incantata di "Sling", nuovo album di Clairo - Recensione

Niente lo-fi, niente electro-pop. Nel suo nuovo disco, Sling (Fader e Republic, prodotto con Jack Antonoff), Clairo ci fa immergere in un universo completamente nuovo, accogliente, armonioso, fatto di sonorità folk e vintage-pop, addobbato di chitarre acustiche e sezioni d’archi, di legni e di fiati, che danno quel tocco jazz in più. Il risultato è un album barocco, stratificato, ma estremamente delicato, dall’atmosfera incantata e fiabesca. Se con Immunity (2019) la giovane cantautrice americana era stata eletta icona della Gen Z, Sling non strizza più tanto l’occhio alla sua generazione, piuttosto agli anni ’70, e ci fa camminare con lei in un percorso di scoperte e dolore, ma soprattutto di guarigione.



Le sonorità sono cambiate, ma la disarmante sincerità di Claire Cottrill è rimasta la stessa. Diventata famosa praticamente all’improvviso, a sedici anni, grazie a un suo singolo diventato virale su YouTube, l’artista si è ritrovata catapultata quasi senza avere il tempo di rendersene conto nel mondo dell’industria musicale: un mondo fatto di contratti, di scadenze, di tour snervanti e di incontri più o meno piacevoli. In Sling c’è tutto questo, raccontato attraverso testi che sembrano essere presi direttamente dal suo diario segreto, dalle sue note del telefono o da un messaggio inviato a un’amica, tanto sono onesti e diretti – bellissimi, ma privi di ricami, a differenza della complessa tela musicale che gli è stata tessuta attorno.


Nel brano introduttivo, “Bambi” – che fa davvero pensare a un cerbiatto che si avventura nei boschi, portandoci a seguirlo in silenzio, in punta di piedi, per non spaventarlo – Clairo ci parla del momento in cui ha pensato di lasciare per sempre la musica. Questo concetto viene approfondito e sviluppato nel brano seguente, “Amoeba”, una canzone che parla del dare priorità alle cose sbagliate tralasciando quelle veramente importanti – come la famiglia e il proprio benessere – pensando di dover dedicare anima e corpo solamente a ciò che l’artista definisce un hell in disguise, un inferno travestito da paradiso, cioè il mondo del successo, della fama, che agli occhi di chi non lo vive in prima persona può sembrare privo di difetti.

“Aren't you glad that you reside in a Hell and in disguise? / Nobody yet everything, a pool to shed your memory / Could you say you even tried? / You haven't called your family twice / I can hope tonight goes diffеrently / But I show up to the party just to leavе” (da "Amoeba")

In “Amoeba”, inoltre, troviamo ciò che è stata l’ispirazione dell’album: la normalità. La tranquillità. Cottrill si è accorta di quanto le mancasse questo stile di vita durante la quarantena, passata con la sua famiglia ad Atlanta, Georgia. Questo pieno di domesticità e l’adozione di Joanie, la cagnolina che troviamo anche sulla copertina dell’album, l’hanno portata a riflettere e a capire che cosa le mancasse per poter star bene.


In “Zinnias”, il quarto brano dell’album, Cottrill si abbandona a questo sogno domestico. Anche le sonorità sono diverse: più dance, più solari. L’artista s’immagina con un* bimb* in braccio, avvolt* appunto in una sling, una di quelle fasce porta bebè – curiosamente, ma di certo non per caso, sling è anche il nome delle fasce che fanno da supporto alle rotture per le quali non serve il gesso –, in una casa a pochi passi da quella di sua sorella Abigail. Il sogno ad occhi aperti, però, viene bruscamente interrotto. La musica si ferma di colpo, in modo netto; una minuscola pausa vuota prima di “Blouse”, che riporta Clairo e chi ascolta alla realtà. Il suo singolo (uscito l’11 giugno 2021, con Lorde alle backing vocals, come in “Reaper”), descrive quella che dovrebbe essere una conversazione professionale, rovinata da uno sguardo dell’interlocutore giù nella camicetta dell’artista. Ciò che spezza davvero il cuore, però, è questa frase: If touch can make them hear / then touch me now. Come se, pur di essere ascoltata, Cottrill decidesse di arrendersi a questo trattamento. Come se fosse del tutto inevitabile. A ricordarci l’estrema concretezza di questo brano sono anche i suoni che possiamo sentire in sottofondo, di pagine sfogliate, di passi leggeri, come se la cantautrice l’avesse registrato in piedi, camminando e tenendo il testo tra le mani, interrompendo per un attimo questo viaggio onirico con uno stralcio di mondo reale. Il che lo rende ancora più affascinante.



“Wade” e “Just for Today”, il sesto e l’ottavo pezzo, affrontano il tema dei disturbi mentali. Dell’ansia, della depressione, dei pensieri suicidi. Di quei giorni in cui non riusciamo ad alzarci dal letto e rimaniamo “vestiti solamente delle lenzuola”. Tuttavia, essendo malattie invisibili, le altre persone hanno difficoltà a riconoscerle, e spesso dicono frasi come passerà, serve solo tempo. In una frase struggente del testo, Cottrill si chiede quando questo aspettare giorni migliori sia divenuto tutta la sua vita.


Poi, improvvisamente, la strada verso la guarigione. “Joanie”. Il nono brano, del tutto strumentale, sofisticato e vagamente psych, è interamente dedicato alla sua cagnolina. Possiamo sentirle divertirsi e giocare sullo sfondo del pezzo. È il punto pivotale dell’album, la svolta. Come accennato in precedenza, è proprio Joanie – chiamata così in onore di Joni Mitchell – ad averla portata a riflettere su tante cose: sul prendersi cura di sé, sulla bellezza del pensare a qualcun altro prima che a te, per il suo bene. Sulla maternità e tutte le aspettative sociali che la rivestono, come canta in “Reaper”. Brutalmente condivisibile la frase I can’t fuck it up if it’s not there at all. Non posso rompere qualcosa se non lo possiedo. In questo caso, non posso trasmettere a mi* figli* tutte le mie paure e le mie fragilità, se non l* metto al mondo. Sicuramente una delle cose che spaventa di più del decidere di diventare genitori. “Management”, il pezzo conclusivo, è il riassunto perfetto di tutto il percorso fatto attraverso questo splendido concept album.


Sling è un viaggio al contempo complesso e lineare. Complesso, perché scava nelle paure tipiche dei vent’anni, quell’età in cui capisci che dovrai avere un posto nel mondo e inizi a chiederti quale sia. Lineare, perché fatto di tappe ben individuabili: nasce da riflessioni intense, anche spiacevoli, per concludersi con uno sprazzo di luce; perché nonostante tratti molto di malattia e sofferenze, Sling è in realtà un’ode alla guarigione. E se il secondo album è la vera prova che dimostra il valore di un artista, con questo disco Clairo l’ha superata alla grande.