• Marco Anghileri

"Child in Time" e il delitto perfetto che fece nascere un genere - Sunday Vision

Questa domenica ci porta indietro di 50 anni esatti. Il 3 giugno 1970, infatti, usciva "Deep Purple in Rock", una pietra miliare della musica che sarebbe diventata di lì a poco, appunto, il rock. Il gioco di parole che sta dietro il nome dell’album si basa sia sul genere musicale che sulla bizzarra copertina, che vede i volti dei componenti scolpiti sul Monte Rushmore al posto dei quattro storici presidenti americani. Questo lavoro è il primo della Mark II (la band, grazie all’eclettica personalità soprattutto del chitarrista Ritchie Blackmore, ha attraversato vari cambi di line-up, tanto da portare alla catalogazione delle formazioni in questo modo), probabilmente quella che ha consegnato alla storia il quintetto inglese.

Il pezzo che ho scelto per la rubrica “Sunday Vision” di questa domenica è “Child in Time”. Lunga una decina di minuti, tantissimo per noi, ma in realtà di lunghezza accettabilissima per i canoni del genere, soprattutto negli anni ‘70, è considerabile una delle canzoni più rappresentative dell’hard rock di tutti i tempi.

Fai partire questo brano, ti aspetteresti di sentire fin da subito le chitarre graffianti in pieno stile, e invece iniziano le sorprese: la prima parte della canzone è dolce, l’ho usata per diverso tempo come sveglia, giuro. Sul tema introduttivo è bene spendere due parole: il cantante Ian Gillan confesserà successivamente che il giro è nato durante un’improvvisazione su “Bombay Calling” degli It’s a Beautiful Day, ai giorni nostri si sarebbe gridato al plagio a suon di storie Instagram, ma quelli erano i ‘70s, ci si metta anche che tra le due band, a quanto pare, è sempre corso buon sangue, e il delitto perfetto è commesso.

“Perfetto” è la parola giusta, e te ne rendi conto anche solo sentendo i primi 50 secondi. Prosegue il tema e sale in cattedra Ian Gillan, che inizialmente, con voce pulita e precisissima, sussurra queste frasi:

“Sweet child in time you'll see the line The line that's drawn between good and bad See the blind man shooting at the world Bullets flying, ohh taking toll If you've been bad, oh Lord I bet you have And you've not been hit, oh by flying lead You'd better close your eyes Ooohhhh bow your head Wait for the ricochet”

Le parole sono rivolte ad un bambino, probabilmente da un soldato in Vietnam, a giudicare dalla collocazione nella storia del brano, sicuramente da un adulto, che vuole mettere in guardia il giovane sulla “linea che sta tra il bene e il male”; inutile dire quanto questo testo si possa considerare attuale, in un periodo nel quale la “linea” sembra essersi veramente troppo assottigliata.

L’iperbole da qui in poi è leggenda. Gillan trasforma la sua voce in uno strumento musicale, inizia a cantare un tema semplicissimo sul crescendo della strumentale, trasformandolo pian piano in urli, quasi a spaventare il piccolo destinatario dell’avvertimento. La prestazione del cantante è da record per estensione ma soprattutto per potenza: non ho trovato fonti certe, ma in molti riportano (mamma Wikipedia compresa) che, nel tour di Made in Japan (1972), la voce, insieme all’amplificazione, generò una quantità di decibel pari a quella di un aereo al decollo. È finalmente esplosa la canzone, ed è il momento dei musicisti. Probabilmente in tutti gli altri casi si parlerebbe di assolo di chitarra, ma nel caso della band inglese sarebbe un errore: gli strumenti dialogano perfettamente, indubbiamente svetta la chitarra del virtuosissimo Ritchie Blackmore, ma Jon Lord alle tastiere armonizza divinamente, e la sezione ritmica formata da Roger Glover (basso) e Ian Paice (batteria) non si limita al tappetone o al groove, è un continuo dialogare, è come se tutti e quattro facessero un assolo contemporaneamente. Sul punto dinamicamente più alto, si blocca tutto, di colpo. Termina così la prima parte.

Si ritorna immediatamente al tema soft, come all’inizio. La voce ripete le parole precedenti ed inizia il secondo crescendo. La versione live in Giappone già citata presenta un’altra leggenda che, seppur falsa, vale la pena che vi racconti. Sul crescendo della seconda metà, infatti, si sente un rumore, riconducibile ad uno sparo: inizialmente attribuito alla pistola di uno spettatore suicida, si tratta in realtà del riverbero a molla di un amplificatore. Storielle a parte, quando tutti si aspetterebbero un finale violento, i Deep Purple piazzano l’ultimo colpo di scena: accordo lungo, e l’atmosfera cambia. Inizia così una marcia in continuo aumento di velocità che porta l’ascoltatore, dopo una piccola pausa, alla fine del brano.


Fatelo, prendete 10 minuti di questa domenica, mettetevi questa canzone in cuffia e fate qualcosa che vi impegni fisicamente ma non vi distragga dall’ascolto: solo così potrete gustare quella che ritengo essere una delle canzoni più belle di sempre, anche a 50 anni di distanza dalla sua pubblicazione.


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