Gli Arctic Monkeys tornano sulla Terra con “The Car” - Recensione

Dopo il divisivo “Tranquility Base Hotel & Casino”, con “The Car” (Domino Records) gli Arctic Monkeys lasciano il loro fantascientifico hotel sulla Luna per fare ritorno sul pianeta Terra.


Uscito il 21 ottobre 2022, “The Car” non prende alla sprovvista come il suo predecessore in quanto a cambi di rotta, ed è quasi inaspettato non rimanere scioccati dal nuovo album di un gruppo che ha fatto della destabilizzazione dei fan il suo tratto distintivo. Il settimo lavoro in studio della band originaria di Sheffield, infatti, segue la linea chic di “Tranquility Base Hotel & Casino”, sebbene i synth spaziali siano stati sostituiti da archi cinematografici e la psichedelia abbia lasciato spazio a un’eleganza tutta baroque-pop.



Qualcosa però lo distingue nettamente dal loro penultimo lavoro: i testi. Come mai prima d’ora, Alex Turner (al singolare perché gli Arctic Monkeys sembrano sempre meno una band e sempre più la sua band) non li usa per mascherare la sua vulnerabilità, ma per puntarle i fari addosso, amplificarla. Scrive di insicurezze, ripensamenti e what ifs, guardandosi spesso indietro e facendo l’occhiolino al sé di “Whatever People Say I Am, That’s What I’m Not”, l’album pubblicizzato su MySpace che nel 2006 li ha catapultati in vetta alle classifiche come enfants-prodige dell’indie rock.


Registrato tra un monastero nel Suffolk, lo studio La Frette di Parigi e i RAK di Londra, dove la band ha lavorato agli arrangiamenti con un’orchestra di 18 archi, “The Car” è un disco fatto di inquadrature perfette, millimetrali, e brani che sembrano provenire da colonne sonore di film di generi diversi: dalla romantica e agrodolce opener “There’d Better Be A Mirror Ball”, al funk di “I Ain’t Quite Where I Think I Am” che ci trasporta su uno yacht sulla Riviera di Cannes, circondati da champagne, sorrisetti, silenzi imbarazzanti, conversazioni vuote e invitati che più che individui sembrano dei segnaposto, per poi passare all'atmosfera western di “The Car” il cui sound è così poco connesso al testo da funzionare, fino all'oscura “Sculpture Of Anything Goes”, che a tratti ricorda l’iper-celebrato sound di “AM” (2013), croce e delizia del quartetto inglese che li ha definitivamente consacrati al successo. “Help me to get untied from the chandelier”, canta Turner, che vorrebbe essere liberato dalle aspettative dei fan e del music business e invece si ritrova circondato da black canvases, tele nere sulle quali non sembra esserci più spazio per dipingere qualcosa di nuovo, di diverso.


Passato e presente, realtà e finzione si mescolano nella soffusa ballad art-pop “Body Paint”, singolo fortemente visuale che sembra raccontare un tradimento (se ricevuto, commesso o verso sé stesso, non ci è dato davvero sapere) e nel bridge fa raggiungere all’album il suo apice orchestrale.


"The Car” lascia anche spazio a teneri momenti di introspezione. È il caso di “Hello You”, dove nonostante la sostenuta voce da crooner che a tratti risulta stucchevole e noiosamente artefatta, Turner ripensa al ragazzino che non si faceva scrupoli a suonare live in tuta e polo e frequentava il Rawborough Snooker Club, e si chiede se basterebbe rasarsi e dormire un po' di più per dimostrare di nuovo diciassette anni; oppure di “Mr. Schwarts”, pezzo semiacustico alla Paul McCartney nel quale il songwriter ci prende bonariamente in giro, svelando tra metafore e arpeggi che per quanto ogni volta abbiamo tentato di incasellarlo, di decifrare il suo personaggio, non ci abbiamo proprio mai preso. Non ci siamo mai riusciti.


Ed è buffo, perché in realtà è una cosa sulla quale insiste dal 2006. Dall’intricato titolo del primo, dirompente album degli Arctic Monkeys, alla lettera: “Ciò che dice di me la gente, è ciò che non sono”. A distanza di sedici anni costellati di successi, premi e platee gremite in tutto il mondo, vale ancora.


Affermazione di quanto “Tranquility Base Hotel & Casino” non sia stata una elegante svista ma un maturo cambio di prospettiva artistica, nonostante abbia barattato canzoni sulle pomiciate nei pub e vestiti che sanno di birra per completi di velluto e champagne in barca, "The Car" è un album che nella sua ricercata eccellenza ritrova dentro di sé la deliziosa incoscienza di quegli anni, che gli attribuisce quella crepa fondamentale, quella sacra rottura in grado di spezzare una perfezione che altrimenti avrebbe pericolosamente rischiato la noia.


Meglio preparare i fazzoletti per chi incrociava le dita sperando in un'inversione di rotta. Con "The Car" gli Arctic Monkeys hanno dimostrato che non hanno alcuna intenzione di scendere a compromessi e fare retromarcia. Al contrario; vogliono continuare a sfrecciare verso direzioni nuove, percorrendo le strade sonore più complesse, meno battute, e far sì che i fan a fine ascolto possano soltanto pensare: a presto. Alla prossima trasformazione.