Tutti Fenomeni e il suo "disco borghese": "Lunedì" segna un nuovo inizio - Recensione
- Marco Anghileri

- 16 ore fa
- Tempo di lettura: 6 min
Sta andando un sacco questo trend, nel quale si postano foto e highlights del 2016. Come ogni trend che si rispetti, ognuno cerca di adeguarlo al proprio settore, e quindi via sulle varie pagine e account social con: “i migliori film del 2016”, “che libri leggevamo 10 anni fa”, “vi ricordate l’indie del 2016?”. L’occhio, inevitabilmente, casca sull’ultimo dei titoli che ho scritto, e, a ripensare al 2016, vengono veramente in mente una manciata di album che hanno definito quello che da lì in poi sarebbe passato ad essere l’indie italiano, o meglio, la trasformazione finale dell’indie italiano in it-pop.
Vengo dalla provincia, e si sa che in provincia le mode, le sottoculture e tutto il resto, arrivano dopo. Dieci anni fa, ad ascoltare gli Zen, Motta, i Cani, Lo Stato Sociale, Le Luci e Calcutta, magari quest’ultimo un pochino di più, qui eravamo veramente in quattro gatti. Ricordo anche di addetti ai lavori, gente che come me suonava, produceva, organizzava, che quasi arrivava a denigrare, sfottere quel mondo lì, quella scena che con tutte le sue contraddizioni chiedeva il suo pezzettino in quel marasma che era ed è la musica italiana. Com’è andata a finire? Che 10 anni dopo non solo questi artisti si sono ritagliati, chi più chi meno, il loro spazio ed i loro ascoltatori, ma la cosa assurda, inimmaginabile, è che di quelli che lo sminuivano, beh, molti sono finiti a suonarlo l’itpop, a produrlo e a strizzare l’occhio all’indie italiano, sempre ammesso che esista ancora.
Come pressoché per ogni genere che “funziona”, parlo quantomeno descrivendo le dinamiche che vedo da vicino ormai da una quindicina d’anni a questa parte, negli anni immediatamente a seguire di cloni ne sono nati tanti, e non starò nemmeno a fare i nomi, perché la stragrande maggior parte di questi è tornata nell’oblio dal quale è venuta, e soprattutto perché sono qui per parlare dell’altra faccia della medaglia. Quel micro universo, infatti, ha avuto modo di abbracciare nuovi artisti provenienti da altri panorami creativi, uno su tutti è quello di cui sto per parlare.

Tutti Fenomeni, al secolo Giorgio Quarzo Guarascio, nasce a Roma nel ‘96, dapprima promesso alla scena trap romana nei Tauro Boys, nel 2019 decide di mettersi in proprio. Di lì a poco nasce la collaborazione con Niccolò Contessa, leader maximo del sopra citato progetto I Cani, nonché padre spirituale di tutti noi, col quale verranno realizzati due splendidi album: “Merce Funebre” (2020) e “Privilegio Raro” (2023).
L’attesissimo ritorno, venerdì scorso, con il terzo lavoro “Lunedì” (42 Records / Epic Records Italy), che segna l’inizio della collaborazione artistica con il cantautore Giorgio Poi, di cui personalmente sono un detrattore, ma adesso mi spiego meglio. Novarese prestato alla “scena romana”, all’anagrafe Giorgio Poti, è arrivato al quarto disco da solista, “Schegge”, col quale ha avuto un meritato successo tra critica e pubblico. Musicista eccezionale, scrive, suona ed arrangia davvero bene, il problema è solo uno: ho sempre avuto l’impressione che tutto quello che passa per le sue mani, un po’ per i suoni onirici, un po’ per la patina vintage, un po’ per i riverberini, avesse lo stesso sapore, ed i primi due singoli di “Lunedì” non hanno fatto che farmi temere questa deriva anche in questo caso.
Come sempre, mi sbagliavo. Quella di Poi è una produzione lucida, delicata e attenta a lasciare Tutti Fenomeni ricamare riflessioni, sentimenti ed emozioni in uno scenario nuovo, solo apparentemente più leggero e pacato. Guarascio era e rimane una delle migliori penne del panorama, spietata, ironica, caustica, malata di un citazionismo sanguigno che porta a nominare nel giro di pochi versi Nico dei Velvet Underground ed Elon Musk, Berlusconi e Mozart. Mi dà veramente noia vederlo scomodato per caso, ma qui lo faccio io, perché ci credo: non ne faccio una questione musicale, quanto più meramente poetica, Tutti Fenomeni è l’erede più credibile di Battiato della nostra generazione. Track by track e ne parliamo meglio.
Synthini in fade-in, e si parte. Non se ne andranno più per tutta la traccia d’apertura, “La ragazza di Vittorio”, e per fortuna. Ritmo compassato per un brano che denuncia la spettacolarizzazione del sesso, travestito da ballata dell’amore digitale, anche perché:
“L’intelligenza artificiale ruberà la ragazza a Vittorio Il lavoro all’operaio E il nostro ultimo bacio Ma nel male che resiste Tra il Big Bang e l’Apocalisse Qualcuno crede ancora Che l’amore esiste”
“Col tuo nome”, che sarà parte della colonna sonora del nuovo film di Susanna Nicchiarelli, alza i bpm, e complice il ritornello molto più orecchiabile arriva più diretta. Groove alto, stop and go e una storia d’amore che non esiste più.
“Sopravvivo senza te Ma da quando non ci sei Il mio cibo preferito mi fa schifo Sembra il cibo dei gatti”
Continuità con la precedente dal punto di vista musicale, seppur muovendo un piccolo passo nel territorio di Giorgio Poi, “Mao” è ancora più apprezzabile, per via di un paio di bridge che all’ascolto risultano davvero piacevoli. Sullo sfondo, le difficoltà nelle relazioni, sentimentali o meno.
“Silvia piange tutto il giorno mentre i gatti fanno miao E si ordina il cinese ma poi non arriva Mao Fa l'amore col presidente nel suo mondo onirico Ma forse è solo uno strano tipo di complesso edipico”
“Morire vista mare” vede il nostro muoversi in modo più simile ai primi album su un brano dance lo-fi. L’alchimia funziona molto bene, insieme al testo in cui è la post ironia a spadroneggiare.
“Dentro i lager tedeschi Non si leggeva Dostoevskij”
Quando alla round table l’autore ci ha raccontato di aver scritto “un disco borghese”, ho pensato esattamente a questa traccia. Su quello che tra tutti è il pezzo più Giorgio Poi, ha scolpito un testo smielato sì, ma perfetto in ogni sillaba.
“Essere magre, essere grasse È diventata la lotta di classe Il buddhismo delle farfalle L’anarchia delle piante Come non so eppure è così Pubblicità più belle dei film Male lo scritto bene l’orale L’amore è uno schema piramidale”
Ad aprire la seconda metà di “Lunedì” è uno dei brani che ho preferito. "La felicità del cane" è un pezzo spoken in cui è la voce di un bambino a leggere quello che è fil testo più spietatamente cinico dell’album. Meraviglia.
“Chissà cosa penserebbe Freud della sessuologa di TikTok, dei calciatori coi capelli rosa, dei gin tonic, delle cene wannabe Carmelo Bene”
Segue “Vanagloria”, forse il pezzo meglio riuscito in tutto e per tutto. Schitarrate, synth eterei, una linea bellissima, ritornellone e anche in questo caso un testo che supera un’asticella già molto alta come quella dell’autore: non te la togli più dalla testa, e va più che bene così.
“Chi ti dà consigli cerca solo vanagloria L'amore è mettersi davanti in una sparatoria La mente è una vagina Il clitoride è nell'orecchio E mentre te lo dico già mi sto facendo vecchio”
Il mood si incupisce quando parte “Formentera”, un testo brevissimo che lascia spazio ad uno splendido intermezzo, piazzato perfettamente in tracklist e fondamentale per farci tirare un po’ il fiato ed elaborare quello che abbiamo sentito fino ad ora. Resta solo una domanda: ma Nico non era morta ad Ibiza?
“Chi vuole la vita eterna sogna la dittatura Cellule staminali e riso con verdura”
“29 febbraio” riporta alto il beat e ci accompagna, con la sua cavalcata e con quell’occhiolino strizzato a Rossini, verso la fine. Nel dubbio, anche qui una manciata di frasi che se fossero di quasi chiunque altro sarebbero le migliori del disco, ma qui passano quasi inosservate.
“A volte la follia più libera ti fa sembrare un saggio I baci sono morsi addomesticati da ventun secoli di civiltà”
“Squadra vincente non si cambia”, si dice nel calcio, e così Giorgio sceglie di chiudere anche questo lavoro con un lentone (gran bella mossa). La quasi orchestrale “Love is not enough” è la migliore delle chiusure che “Lunedì” potesse desiderare: “Libido e senso di colpa esplodono / la centrale idroelettrica può aspettare / l’obiettore di coscienza si può sbagliare / la principessa sul pisello se lo può aspettare”. Se sei arrivato fin qui e ti ricordi quello che ho scritto su Battiato a inizio articolo, ecco, rimetti in play quest’outro e dimmi se mi sbaglio.
“Il mio pensiero va Veloce come un elettrone In cerca di stabilità E il miracolo si sa È la pigrizia di Dio E non certo la sua generosità”
Salvezza e sopravvivenza, citazionismo maniacale e giochi di parole, alla fine di questa schizofrenica trentina di minuti l’unica cosa che resta da fare è ricominciare, d’altronde è “Lunedì”, no?










Commenti