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"Semplice" di Motta è semplicemente un capolavoro - Recensione

di Eccenico e Ludovica Petrilli

Semplice è una parola che da sempre oscilla tra il pregio e il difetto: è immediata e comprensibile da tutti ma allo stesso tempo è avvolta da quell'aria di sufficienza che la lascia in un limbo tra il merito e l'indifferenza. Motta l'ha scelta come manifesto del suo nuovo album, "Semplice".


Quest'ultimo lavoro rappresenta per il cantautore un ulteriore passo in avanti in termini di qualità e incisività, senza deludere le altissime aspettative che gravitavano intorno alla sua uscita. Le dieci tracce sono un vero e proprio racconto della quotidianità in cui si dà importanza ad ogni momento vissuto e a quelle piccole cose che di solito nella vita si danno per scontate. "Semplice" è un album che probabilmente brillerà al massimo in live. E' potente ed energico con una grande cura dei dettagli, anche grazie al lavoro del percussionista brasiliano Mauro Refosco e il bassista Bobby Wooten.


Il disco si apre con "A te", brano in cui gli archi iniziali disegnano un'atmosfera epica e travolgente sulla quale si stagliano una serie di riflessioni sul passare degli anni e di tutte le persone che abbiamo incontrato e incontreremo lungo il nostro viaggio. Persone che potranno arricchirci internamente oppure no, l'importante è viversi la vita che si sceglie, come il mare, che alla fine fa quello che gli va. La canzone proprio come il mare ci culla tra queste dolci onde sonore verso una terra lontana senza sapere cosa ci riserverà il futuro.


"E come il mare alla fine, vai dove vuoi andare. E come il mare alla fine fai quello che ti va" (da "A te")

Il secondo brano è "E poi finisco per amarti", il perfetto biglietto di visita di questo album. Un accompagnamento musicale degno di una piece teatrale serve ad affrontare quegli inevitabili compromessi che devono esserci in amore. Nessuno dei due può cambiare per l'altro, ma ci si mette in discussione per trovare un equilibrio rimanendo ciò che si è.



"Non sono mai riuscito a cambiare niente, figuriamoci cambiare me. E poi finisco per amarti" (da "E poi finisco per amarti")

Il pianoforte ci introduce in "Via della luce", dove il cambiamento è il protagonista indiscusso. Quando ci si ritrova in una nuova casa arriva il momento di capire cosa tenere e cosa bisogna lasciare, per Motta il suo trasloco mentale gli ha permesso di tracciare un segno preciso tra queste due categorie: c'è la voglia di cambiare tanto da mettere in discussione ciò che si è sempre stati e c'è anche la voglia di lasciarsi alle spalle un bisogno morboso di attenzioni degli altri e di fobie sociali. Via "dalla parte di me che distrugge tutto quello che ha creato [e] via con te, per diventare quello che non sono ancora stato".

"Da questa finta guerra che faccio ogni volta per poter scrivere una canzone" (da "Via della luce")

L'unico featuring del disco è "Qualcosa di normale". Motta dopo aver fatto ascoltare il brano a Francesco De Gregori, quest'ultimo gli consiglia di cantarla con una voce femminile. Già complice nell'esperienza con i Criminal Jokers, Alice Motta, torna ad accompagnare la voce del fratello in una canzone d'amore. Si celebra Roma, fra sampietrini e caffè, ricordi e calzini e quel senso di normalità da cui si è sempre scappati in attesa fervente di un futuro carico di aspettative. In un intervista a Rolling Stone l'autore stesso ha rivelato "Il fatto che fosse mia sorella infatti ha cambiato tutta l'interpretazione e il senso del pezzo, ha creato una vertigine che non è scontata: parlare d'amore con mia sorella è diverso dal parlare d'amore e basta, e anche i mondi di normalità a cui la canzone si riferisce cambiano, per esempio entra in gioco la famiglia e anche la mancanza della famiglia."


"E alla fine non ho più paura di stare a cantare qualcosa di normale" (da "Qualcosa di normale")

Viene il turno di "Quello che non so di te", un brano che nasce in ricordo dei tempi in cui per Motta suonare era principalmente un piacere, lo faceva in strada guadagnando poco o niente, e quel poco gli bastava, anzi, era tutto. Un ritorno sonoro e stilistico alle origini dei Criminal Jokers, sua storica band degli esordi.


"E nessuno ci capiva e nessuno ci guardava. Non avevamo niente ma niente ci bastava" (da "Quello che non so di te")

La title track "Semplice" cresce ogni secondo fino a lasciarsi andare in una coda strumentale impetuosa. La voglia di distinguersi, la complicità di uno sguardo, la paura di conoscere se stessi, la paura di impazzire e di credere in qualcosa che non durerà per sempre, assumono la loro semplicità solamente dopo averli assimilati. La semplicità non si trova solo nelle cose piacevoli della vita ma assume il suo vero significato quando si è consapevoli di ciò si è in un preciso momento.


"Semplice come la paura di conoscere me stesso, come ripetere una cosa che ho già visto" (da "Semplice")

La canzone d'amore di questo album è "Le regole del gioco". Quando si trova la persona giusta si ha la voglia di rimanere e di affidarsi ad essa abbandonandosi alle regole del gioco: amare e farsi amare. Non serve nient'altro che serenità mentale e un anima fidata affianco per godersi il meglio della vita.


"Sai che c'è? Che non riesco a non pensarti via da me" (da "Le regole del gioco")

Arriviamo poi a "L'estate d'autunno": siamo il frutto di un destino che non abbiamo scritto, e senza scegliere siamo diventati ciò che siamo oggi, non sapendo come sarebbero andate le cose se avessimo scelto diversamente. Siamo il risultato di origini, destini, appartenenze e decisioni che non possiamo controllare. Sono quindi le nostre contraddizioni, come un'estate d'autunno, a renderci speciali e non dovremmo vergognarcene, al più gioirne.


"Sono un diario che nessuno ha scritto. Sono fedele e mi tradisco" (da "L'estate d'autunno")

"Dall'altra parte del tempo" è una dichiarazione d'amore dove musica e parole trovano un equilibrio perfetto. Un amore oltre i confini temporali che non trova pace, in cui la colpa più grande è stata quella di perdere se stessi fino a sembrare irriconoscibili. Colpe e meriti si mescolano in modo indistinguibile fino a diventare un unico racconto di una storia che ormai è già stata scritta.


"E' colpa mia per tutto quello che è successo. E' colpa mia anche quando è stata colpa tua" (da "Dall'altra parte del tempo")

L'ultimo brano, "Quando guardiamo una rosa", scritto con Dario Brunori, racconta di periodi bui e persone splendenti che quel buio lo squarciano. Anime abissalmente diverse si parlano e si riscoprono uguali nella speranza riposta in un futuro così in bilico da perdere ogni accezione positiva. Un ritornello che sintetizza perfettamente due visioni del mondo diametralmente opposte che spiegano la vita da prospettive diverse eppure così simili: "Quando tu guardi una rosa, tu pensi a qualcuno, io penso a qualcosa".


"Salvami anche quando ti accorgi che non c'è niente da salvare" (da "Quando guardiamo una rosa")


Motta con "Semplice" mostra una nuova parte di sé, si mette a nudo puntando tutto sulla semplicità. Elimina il superfluo, fino a non mostrare il suo volto nella copertina. Si abbandona attraverso contaminazioni sonore che creano quei precari equilibri che affascinano l'ascoltatore. Semplice è un racconto che va ascoltato per intero per perdersi e per poi ritrovarsi con la consapevolezza di aver ascoltato l'album di un Artista con la maiuscola. La sua voce fendente e le sue strofe a bruciapelo ti stordiscono per l'efficacia e la profondità con cui colpiscono.


Se nei suoi precedenti album non aveva mai lesinato in innovazione e sfide a se stesso, "Semplice" raggiunge l'apice della sua sensibilità artistica. Motta resta al momento tra i pochissimi cantautori ancora in grado di segnare i trend musicali e nuove tendenze senza inseguirle o assecondarle. Come racconta lui l'amore, la vita, gli errori e le conquiste, non lo fa nessuno. Una sensibilità unica unita ad un talento e una raffinatezza da fare invidia anche ai suoi colleghi dai capelli grigi (che poi sollevano fieri a trofeo vuoto e vanesio, come denunciava in "Vivere o morire"). "Semplice" è il suo album più sincero e lacerante, indifeso e al contempo fiero di ogni debolezza che lascia trasparire. Semplicemente un capolavoro.