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"Miss Americana": il documentario su Taylor Swift

Di Martina Strada


Lo so che se vi dico Taylor Swift il vostro naso si storce e un brividino vi scorre per la schiena ma mettete da parte per un momento i vostri gusti personali e i pregiudizi e provate a darmi retta.

Presentato al Sundance Film Festival il 23 gennaio 2020, approda su Netflix il 30 gennaio e fidatevi se vi dico che "Miss Americana" sono ottantacinque minuti della vostra vita ben spesi. Non è la storia strappalacrime di una cantante country che ha raggiunto l’apice e poi è stata dimenticata.

"Miss Americana" è il passaggio di crescita di Taylor Swift da ragazzina piena di sogni a donna disillusa e fiera, è la conquista della consapevolezza da parte di un’artista riguardo non solo a chi è, ma che coi suoi mezzi a disposizione può usare la voce non solo per cantare.

Non è un caso infatti che il documentario abbia un riferimento poco velato a “Miss Americana and the Heartbreak Prince” - una delle canzoni di "Lover" (2019) - e che il brano in questione sia una critica alla politica americana, a Trump, alla disuguaglianza nella società e alla sua esperienza in tribunale per aggressione sessuale…il tutto raccontato come se fosse una storia smielata tra teenager e una base ballabile.



Taylor parla della sua infanzia, di come cantare e scrivere canzoni sia sempre stato il suo sogno. Racconta del fattaccio degli MTV Video Music Awards del 2009 quando Kanye West sale sul palco, le ruba il microfono e la umilia (perché non c’è altro termine) in diretta mondiale dicendo a tutti che lei non merita il premio. Ammette pubblicamente di aver lavorato il triplo per dimenticare i fischi che erano effettivamente per West, la fatica del convivere con i media e le immagini che condividevano. Parla del cancro della madre, dei suoi disturbi alimentari, delle scuse inventate per non ammetterli e la gioia del vedersi ora perché “meglio sembrare grassa che malata” (cit.)


Fa tanti ragionamenti che sono grandi spunti anche per il pubblico sul divano, soprattutto riguardo la politica e il prendere posizione. Prendendo come esempi le Dixie Chicks che nel 2003 durante un loro concerto avevano dichiarato di vergognarsi del presidente Bush e che vennero accusate di tradimento allo spirito americano, l’entourage di Taylor cerca di fermarla da quello che sembra essere un suicidio mediatico. Si rivela invece una mossa ottima al punto da vedere l’iscrizione ai seggi da parte dei giovani di una percentuale considerevole.


I grandi successi della Swift sono la colonna sonora dell’intero documentario, successi che non ci sarebbero stati se non avesse vinto la causa cruciale della sua vita contro i due produttori che le avevano fatto firmare un contratto a quindici anni per cui detenevano ancora tutti i diritti delle prime canzoni della cantante.


Passate un’ora e venticinque minuti a vedere quanto crescere sia faticoso e quanto però sia bello e commovente (sì, un piantino ve lo farete) il percorso di una cantante che si è rinnovata e si rinnoverà per sorprenderci, che ha trovato il suo posto nel mondo e che da quel punto esatto ripartirà per far valere i diritti di tutti, soprattutto quelli delle donne e della comunità LGBTQ+.

Guardatelo e non ve ne pentirete.

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