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Jacopo Et, «mi piace il mondo che cambia, meno il mondo che corre» - Intervista

a cura di Michela Ginestri e Martina Strada.


Jacopo Et, all’anagrafe Jacopo Ettorre, inizia a scrivere le sue prime rime da giovane adolescente per poi prendersi sempre più spazio nella scena musicale di Bologna e dintorni collezionando importanti collaborazioni con numerosi artisti del panorama più mainstream contemporaneo (tra i quali Annalisa, Fedez, Gaia e Max Pezzali, per citarne alcuni) e firma alcune hit di successo, dai tormentoni delle ultime estati come "Dove e Quando" di Benji e Fede, passando per "Qualcosa di nuovo" di Max Pezzali, ma anche brani per il Pagante e la Dark Polo Gang. Nel 2019 rilascia “Night Club”, il suo primo EP auto-prodotto e un anno dopo firma un contratto discografico con Garrincha Dischi.


Dopo “La Vecchia Guardia” in featuring con Jake La Furia, qualche giorno fa pubblica il suo nuovo capitolo musicale, unendosi al carisma dei regaz de Lo Stato Sociale nel nuovo singolo "Gli racconteremo"; un brano a metà tra una collezione di ricordi dei “migliori anni della nostra vita” volendo essere nostalgici, e una sorta di presa di “coscienza”, una riflessione in cui vengono tirate le somme del passare del tempo per capire alla fine cosa resta davvero.


Da autore e cantautore, scegliere le giuste parole per se stessi o da concedere alla voce di qualcun altro non è cosa semplice, ma brano dopo brano Jacopo Et riesce in tutto e per tutto a trovare il modo giusto per farlo, passando attraverso generi e artisti diametralmente opposti tra loro. Quale? Glielo abbiamo chiesto.

Ciao Jacopo e benvenuto su IndieVision! Sei un autore con la A maiuscola, nel tempo hai firmato grandi hit, collaborando con diversi artisti da Annalisa a Max Pezzali passando per DPG, Stato Sociale e Benji e Fede. Cosa ti ha spinto a passare “dall’altra parte”?

Bella regaz! Le maiuscole lasciamole in pace dai, diciamo che faccio l’autore e che ho avuto la fortuna di lavorare con artisti molto bravi. Sulla questione “dall’altra parte” dipende cosa intendi: io ho sempre cantato quello che scrivevo da quando ero piccolo, è stata la parte unicamente autorale della mia musica che ho scoperto col tempo. Cioè io non la sapevo sta cosa che si poteva scrivere e basta senza cantare, l’ho scoperta solo un po’ di anni fa quando per una serie di ragioni (che adesso non sto a spiegare per non annoiarvi) non mi andava più di cantare. Ma adesso mi è tornata voglia e quindi eccomi qua, a ricominciare tutto da zero come mi piace spesso fare.


È da poco uscita “Gli racconteremo”, il tuo nuovo singolo cantato insieme ai regaz de Lo Stato Sociale, che ho letto sia come una collezione di ricordi dei “migliori anni della nostra vita” volendo essere nostalgici o sorcini, sia come una sorta di presa di “coscienza”, una riflessione in cui vengono tirate le somme del passare del tempo per capire alla fine cosa resta davvero. Rappresenta effettivamente una sorta di accettazione della realtà? Ci racconti com’è nata?

Esatto, secondo me ci hai preso in pieno. Io sono un po’ nostalgico, ma forse anche in senso positivo. Cioè a me piace il mondo che cambia, mentre mi piace meno il mondo che corre. E quindi mi capita spesso di chiedermi se tutta la roba che mi bombarda ogni giorno ha davvero senso o se, come alla fine finisco a fare, serva fare uno sforzo ancora più grande per scremare e riconoscere quello di cui mi importa davvero. Detto questo poi, senza fare troppo il pesante, ti dico che la canzone è partita dalla frase “Questa è una cosa che racconteremo ai nostri figli” con il chiaro intento di distruggerla; se ci fai caso, con i regaz abbiamo fatto una discreta lista di cose da non raccontare ai figli (e magari neanche ai nostri genitori).


Nel brano citi la trap, genere spopolato nell’ultimo periodo, in relazione al punk e ad altri generi musicali che hanno caratterizzato diverse epoche e che continuano in realtà a coesistere con i loro picchi di popolarità. Cosa, secondo te, gli artisti emergenti potrebbero imparare dalla vecchia guardia e cosa la vecchia guardia dovrebbe attingere dalle nuove generazioni?

Non so, mettere a confronto diverse generazioni di musica è una cosa che non mi viene naturale. Penso che ogni generazione abbia vissuto coi suoi idoli, giusti, sbagliati o insipidi che fossero. Quindi mettersi a tirare delle somme per me è sempre rischioso. E forse è proprio la cosa che la vecchia guardia non dovrebbe fare, ovvero dire “ai miei tempi la musica…”. Boh che importa, se le persone che ascoltano si prendono bene vuol dire che il messaggio passa e per me abbiamo già finito di parlare.

L’ultimo artista o band che hai scoperto e che ti ha sorpreso? (piacevolmente o negativamente, vale tutto)

Sai che forse Ariete? Non è una scoperta recentissima, ma sicuramente quella che nel breve periodo mi ha coinvolto di più. Penso che dica delle cose facili, come è bello che sia, e che però le riesca a colorare col suo modo di cantare. Che alla fine è quello che cerco, non sono un fan delle cose particolaroidi. Per me alla fine complichi solo quando c’hai poco da dire.


Tornando un attimo al tuo “lato autore”, so che hai scritto per molti artisti di generi e età diverse. Mi chiedevo, c’è qualcosa che secondo te li accomuna tutti? E c’è stato qualcosa che ti ha fatto sentire di avere un punto d’incontro con loro? Beh sicuramente il punto d’incontro è la musica. Sarà la risposta più ovvia che posso dare, ma quando si è in studio a scrivere ci si gasa su quello, c’è poco da fare. Quando una canzone gira, alla fine di una sessione di scrittura ce la spariamo al volume più alto possibile e, sostanzialmente, godiamo.


In molti paesi fuori dall’Italia il ruolo dell’autore è considerato in modo – a mio avviso – diverso e a tratti visto con più professionalità. Probabilmente anche in relazione a come viene visto in generale il ruolo della musica nella società. Spesso qui l’autore di una canzone, quando non coincide con il cantante stesso, passa più da ghost writer o è una mia percezione? Cosa credi che alimenti questa credenza e come la si potrebbe sdoganare?

Mah, secondo me dipende eh. Cioè, la percezione che ho è che tra gli addetti ai lavori la figura dell’autore sia assolutamente riconosciuta ultimamente, anche in Italia. Sì, magari all’estero c’è un’altra scuola e a volte alcuni autori sono anche più popolari degli artisti, ma non è una questione di professionalità. Che brutta parola ghost writer tra l’altro, mi fa subito pensare allo schiavismo. Non diciamola dai! Se vogliamo parlare di cambiamento ti cito più volentieri l’attività di The Pact, che da qualche tempo si batte per i diritti degli autori e per disincentivare artisti, manager, etichette e chi più ne ha più ne metta a chiedere royalties che non gli spettano. Se cambiamo quello abbiamo già vinto, anche senza diventare delle star come gli americani.


Nei tuoi brani c’è un costante velo di malinconia dei tempi andati, cosa che personalmente mi rimanda molto agli 883: quanto ti ritrovi nel progetto di Pezzali e quanto credi possa averti influenzato? Mi ci ritrovo talmente tanto che a 6 anni vinsi un concorso di canto cantando “Come Mai”, quindi figurati… Direi che è sempre stato centrale, quel modo lì di raccontare le cose per me è l’essenza della canzone italiana. E poi sono canzoni che mi fanno stare bene, dentro ci ritrovo i miei amici, i miei posti (anche se sono canzoni in buona parte scritte a Pavia, io San Ruffillo e i paesi della provincia bolognese ce li ritrovo lo stesso) e anche buona parte di me.


Per salutarci vorrei chiederti, c’è un brano o un album volendo, che sia della tradizione o uscito ieri, che ritieni essere particolarmente interessante per il suo messaggio? Quel testo poetico in cui perdersi ascoltandolo.

Forse contro ogni previsione ti dico Padania, degli Afterhours. È una canzone magica, con poche parole semplicissime dice tutto.