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Intervista a Cassio: "il punk è l'unico modo di vivere che mi riesce"

“Mercoledì” è il titolo del nuovo singolo di Cassio pubblicato il 28 febbraio per Fenix Music & The Orchard e prodotto insieme a XXXXL che si pone continuità con i suoni, i testi e l’attitudine dell’album d’esordio “19 Luglio 1944”. L’ex membro del gruppo La Maison abbandona qualsiasi suono riconducibile ai suoi progetti precedenti, fonde generi molto diversi tra loro attingendo da varie scene musicali nazionali, ma lasciando trasparire l’origine cantautorale dei suoi pezzi.


I temi del disco sono caratterizzati da un particolare individualismo: sono personali, ma mai veramente egoisti. La vita di Cassio fa da propulsore alle varie sfaccettature di un malessere endemico. Le questioni familiari, le tossicodipendenze, il senso di solitudine e inadeguatezza sono le colonne portanti dei lavori del musicista toscano presente tra i finalisti dell’edizione di Musicultura di quest’anno.



Ciao Simone! Parto subito con una domanda indiscreta: nei tuoi pezzi metti tutta la tua vita (i tuoi sentimenti, la tua famiglia, il tuo indirizzo di casa); non ti fa mai paura metterti così a nudo?

Ciao a te! Rispondo subito con una risposta indiscreta: credo che se esiste un modo di scrivere dei pezzi sinceri è quello di scrivere senza paura, mettendosi a nudo come un verme. Altrimenti scriverei di politica.


La consapevolezza di essere piccoli mozziconi dentro a un mare infinito (“Sparo”) quanto aiuta in questo senso?

È il punto di partenza. La consapevolezza di essere piccoli, di essere gli ultimi regala qualcosa che difficilmente puoi comprare, ti solleva quasi da tutte le aspettative che il mondo può reclamare. È fondamentalmente il concetto base del punk, non perdi perché da perdere non hai niente.


Ho avuto la sensazione che molti dei brani di “19 Luglio 1944” i messaggi di scuse, il tentativo di raccontare la depressione e le dipendenze siano stati il nascondiglio perfetto per una dura critica sociale, che il rimpianto in realtà sia uno spiccato senso di rivalsa nei confronti del mondo esterno. Questa mia impressione può essere in qualche modo fondata?

È una visione tanto acuta quanto esatta. Io non sono un tipo da scuse e tragedie, essendo cresciuto a Livorno faccio fatica a non fare ironia su tutto, anche sulle cose serie. Anche qui la consapevolezza di essere niente di più di una macchia sulle mutande della società mi regala una visione tanto bella quanto disinteressata del mondo che ho intorno, mi permette di criticare me stesso e al tempo stesso di mandare affanculo tutto il resto con la stessa facilità, e ho notato che mi riesce pure bene.


In “Last One” canti: Vorrei dirti che oggi sono un uomo; cosa vuol dire per te essere un uomo? Credo di non saperlo bene neanche io. Per me gli anni passano e il corpo cresce, ma dentro non mi sento tanto diverso da quel bambino cicciottello con il grembiule e la paura dell'abbandono… Immagino che essere uomini sia un concetto che cambia tanto velocemente quanto si cambia noi, e finché siamo piccoli si pensa che un uomo sia un'entità senza macchia e senza paura, solo crescendo si capisce che un uomo, rispetto a un bambino, è solo più irrisolto. Sia in “Sparo” che in “Vetro” utilizzi la stessa metafora della sigaretta; come mai?

Si vede che fumo molto. Anche un verso di “Schifo” (Vivo in un Paese che premia a tagliarsi le palle per buttarle a mare) rimanda ad un’altra traccia del disco, ad “Italia”; i temi dei due brani sono legati tra loro?

Sono due pezzi dello stesso momento storico, uno di quei momenti dove ti guardi intorno e sembra che tutto vada alla rovescia, che le teste di cazzo che conosci sembrano trovare il loro posto nel mondo e che per te il posto in questo mondo non esista proprio.


Hai un background punk e al tempo stesso in alcuni dei tuoi brani, in particolare nell’ultimo singolo “Mercoledì”, è centrale un senso di inadeguatezza; pensi che questi due aspetti della tua discografia siano collegati in qualche modo?

Credo che potrei scrivere un trattato sul senso di inadeguatezza, gli do da mangiare da quando avevo il moccio al naso e immagino che il punk abbia semplicemente dato una casa a quel malessere. Per come l'ho vissuta io il punk non è soltanto un genere musicale ma è un'attitudine, è l'unico modo di vivere che mi riesce.

A tal proposito, a livello sonoro utilizzi diversi elementi riconducibili all’ambiente trap dal quale spesso emergono figure che affermano di rifarsi al punk. Cosa ne pensi? Secondo te è possibile fondere questi due generi e queste due attitudini?

Certo che lo sia, ma sinceramente non era mia intenzione farlo… Ho approcciato alla costruzione di beat come un bambino che si mette in bocca ogni tipo di roba che trova per terra. In quel momento il figlio diciassettenne della mia compagna cominciava a produrre e smanettare con i programmi quindi ho rubato da lui tutti i suoni e i samples che sono in "Via 19 Luglio 1944". In realtà è stata più necessità che scelta, a parte una chitarra io non avevo niente. Comunque sono felice che sia andata così e confesso che oggi continuo a rubare i suoni da lui.


Mi ha colpita “Marti”, uno dei due brani che hai presentato alle audizioni di Musicultura; uscirà come singolo?

Immagino di sì, “Marti” è un pezzo ancora in versione embrionale, è stato scelto da Musicultura tra una rosa di pezzi ancora non usciti e adesso credo che dovremo farlo uscire davvero.


Siamo arrivati al termine dell’intervista. Quando e dove potremo sentirti dal vivo?

Il disco è uscito da poco e il booking sta organizzando tutto quanto. Attualmente non so quando partiremo, ma so che partiremo a breve.




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