"I (Primo)" di Vieri Cervelli Montel: un viaggio per imparare a convivere con le proprie cicatrici

di Edoardo Previti e Marco Anghileri


Martedì 15 marzo, con un post su vari social, è nata Tanca Records. L’etichetta, sub-label di Trovarobato, riprende il nome di una celebre canzone di Iosonouncane che, infatti, ne è il direttore artistico.



Il motivo di questa premessa? Semplice, semplicissimo: l’artista sardo, al secolo Jacopo Incani, è un miracolo nello sciame musicale italiano degli ultimi anni, un qualcosa che, seppur di nicchia estremissima, ha riempito le cuffiette di tanti di noi e si sta ritagliando diverse soddisfazioni, non ultime la partecipazione al prossimo Primavera Sound di Barcellona e la creazione, appunto, di una sua label.



Nel succitato post, era menzionato l’imminente album d’esordio di Vieri Cervelli Montel. Ora, non sarò di certo io a negare di essere andato ad ascoltare il singolo per una sorta di “credito artistico” maturato negli anni da Iosonouncane, ma allo stesso tempo posso giurare di essere stato folgorato all’istante, di aver ascoltato di fila 3-4 volte il tutto per lasciarmi travolgere, di aver bramato il preascolto dell’intero album e di essere qui a parlarne.


È lo stesso autore a raccontare “I” (che si legge “Primo”), un lavoro autobiografico con partenza dalla perdita del padre del musicista, quando Vieri aveva meno di 7 anni, con poche chiarissime parole:

“I fatti narrati potrebbero essere brutali.”

Dopo aver scritto i brani, VCM, che abbiamo intervistato una manciata di settimane fa, in occasione dell’uscita del primo singolo “Risveglio”, li ha rivisitati e, se vogliamo, “distrutti” e “riaggiustati” con l’aiuto di Nicholas Remondino (batteria preparata), Luca Sguera (pianoforte e sintetizzatori) e Alessandro Mazzieri (basso e contrabbasso), ma è stato proprio l’incontro con il musicista Iosonouncane (sintetizzatori, campionamenti, grida, voce) a delinearli e portarli a noi come li sentiamo ora; completano le comparsate Francesca Gaza (voce), Jacopo Fagioli (tromba, flicorno, trombone), Francesco Panconesi (sax tenore), Federico D’Angelo (sax baritono) e l’immancabile Nicola Manzan (viola e violino).


Il risultato sono più di 40 minuti, in cui l’artista si spinge verso strade musicalmente poco battute, oscillando qua e là nella musica elettronica, e provando a sposarla non tanto con il pop, ma piuttosto con il cantautorato più viscerale, quello più vero e sentito.





Il disco si apre con "nebbia", traccia incentrata sulla struggente voce di Vieri accompagnata da un sound spoglio. In questo brano il cantautore mette subito a nudo la tematica principale dell'intero disco, ossia il dolore derivante dalla morte del padre e l'imparare a convivere con questa assenza. Nonostante la sofferenza che gli ha causato, però, questa mancanza, cicatrice l'ha reso la persona e l’artista che è oggi.


"Cerco Parole per te Ti dico Che non sono bravo Che è per questo Che canto" (da "nebbia")

La seconda traccia è la strumentale "maestrale", brano che riprende il sound minimale del brano d'apertura portandolo fino ad un crescendo di sintetizzatori, elementi elettronici e percussioni che ci fa intuire come sarà musicalmente il disco e che a me è sembrato, ascolto dopo ascolto, essere un urlo, sfogo di sofferenza messo in musica.


Il terzo brano è "risveglio", unico singolo estratto dall'album. In questa traccia Vieri rievoca il momento in cui la madre dovette comunicare la tragica notizia al giovane cantautore e a sua sorella. Nonostante la difficoltà nel trovare le parole, la madre per descrivere il lutto utilizzò due metafore derivanti dal mondo naturale la luna, a simboleggiare lei, e il mare con le sue onde, per parlare del padre. Quest’idea di comunicare una così tragica notizia ai propri giovani figli attraverso metafore o elementi naturali, soprattutto quelli legati all’immaginario dei bambini come la luna, il mare o i pesci, penso che sia uno dei filtri più dolci e allo stesso tempo malinconici per cercare di far capire il dolore e il senso di vuoto che un simile lutto crea.


"Bambini correte Venite qui a vedere che luna È piena E sola come me" (da "risveglio")

Il disco prosegue con "stanca", traccia di una dolcezza unica che mostra un altro lato della sofferenza, ossia quello di trovare le forze per riuscire a stare accanto ai propri cari colpiti dalla stessa tragedia. In questo brano Vieri non fa altro che promettere di stare accanto, nonostante la sofferenza e i momenti di difficoltà derivanti da una simile situazione, a sua sorella e, soprattutto, alla sua stanca madre. Quest’ultima venne travolta più di tutti dalla tragedia del padre poiché la madre, improvvisamente, perse la persona che amava di più, trovandosi così il macigno di un’assenza incolmabile, e fu costretta a rimboccarsi le maniche per poter crescere al meglio il cantautore e sua sorella.


"Prometto Di starti accanto se mi insulti Accarezzarti mentre osservi Il vuoto Dentro una foto" (da "stanca")

In "stanza", attraverso il filtro del sogno, Vieri rievoca alcuni suoi ricordi legati al lutto che l'ha colpito come le stanze spoglie o riempite da un letto ormai vuoto, a simboleggiare la mancanza del genitore e l'abisso che essa ha causato, le parole nebbiose di coloro che provarono a spiegargli perché si muore e l'odore del muschio, il quale gli fa venire sempre un nodo alla gola perché lo riporta all’aroma del cimitero in cui giace suo padre.


"Nient’altro Che stanze vuote Nel sogno che faccio C'è un letto vuoto Il suo" (da "stanza")


Il disco prosegue con "scale", il brano più lungo dell’intero album. In questa traccia Vieri sembra voler buttare fuori tutto il dolore e il senso di spaesamento derivante dall’assenza del padre e dai mesi successivi al tragico evento. Il cantautore esprime questa sua sofferenza parlando di un incubo in cui inizialmente, tutto solo, sembra precipitare all’infinito; tutto ad un tratto, però, nel buio che lo circonda sente la presenza di suo padre e sua madre e perciò inizia, vanamente, a chiamarli e a piangere per attirare la loro attenzione. Il cantautore vorrebbe essere svegliato dai suoi genitori, poiché vorrebbe solo alzarsi dal letto e scoprire che la tragedia che ha colpito la sua famiglia non era altro che solo un brutto incubo. Dopo una simile tragedia, il fatto di cadere in un vortice di solitudine e sofferenza, sperando che ciò sia solo uno dei peggiori incubi e non la triste realtà penso sia una fase normale nell’accettazione di un lutto così importante e impensabile soprattutto quando si è piccoli, poiché agli occhi di un ragazzino i genitori sembrano dei supereroi instancabile ed immortali e l’improvvisa assenza di uno dei due crea una profonda e dolorante cicatrice nella propria vita, nella propria storia e nella propria visione del mondo.


"Nell'autunno di una famiglia E nelle stanze buie La paura del mattino Che fa vivere Ancora" (da "scale")

In “alba” un Vieri ormai cresciuto parla a sua madre per prima cosa rievocando il momento in cui, sul lettone all’alba, diede a lui e a sua sorella la tragica notizia del padre e poi dicendo che ormai lui è cresciuto e, di conseguenza, ha imparato a convivere ed accettare la propria cicatrice. In seguito, dopo averci fatto capire di esser tornato nel triste letto con sua madre e la loro fedele compagna, l’assenza, rammenta a sua madre alcuni momenti di sofferenza della sua infanzia, durante i quali sua madre è sempre stata al suo fianco e che gli son serviti per buttar fuori tutto il suo dolore e le sue lacrime. Infine, Vieri conclude la traccia parlando di uno degli ultimi momenti felici prima della tragedia, un'istante dove l’assenza in cui è piombata la sua famiglia era solo uno spettro impensabile schiacciato e scacciato dalla presenza di suo padre durante un felice pranzo in spiaggia.


"E sono cresciuto tanto Tanto che la nonna Non mi riconosce più E a pensarci Neanche io" (da "alba")

Il disco prosegue con “ultimo”, traccia in cui Vieri prova a scavare in sé stesso per ritrovare l’ultimo ricordo legato a suo padre, l’ultima volta che l’ha visto e gli ha detto ciao. Questa volontà di ricordare gli ultimi istanti, le ultime conversazioni con una persona cara che ora non c’è più non sempre è facile, soprattutto se si è piccoli, poiché spesso, soprattutto quando i tragici avvenimenti sono improvvisi, non si è consapevoli di star vivendo gli ultimi attimi al fianco di una determinata persona. Altre volte, invece, si ha paura di ricordare quegli istanti per via del dolore che essi possono causare, anche se ormai si è riusciti a metabolizzare il lutto.


"Dov'è Quel sabato mattina in cui Mi tenevi la mano E io camminavo con te" (da "ultimo")

Questo meraviglioso, personale e struggente esordio si conclude con “primo”, brano che chiude il discorso sulla metabolizzazione del lutto del padre e che è dedicato ad una persona che ha aiutato Vieri a crescere, ad accettare la propria cicatrice e la mortalità intrinseca alla natura umana. Nonostante la sofferenza e la paura derivanti dal fatto che prima a poi anche le altre persone a noi care ci lasceranno per sempre, bisogna essere capaci di accettare la mortalità della vita perché le persone a cui noi saremo più legati, anche dopo la loro scomparsa, faranno sempre parte di noi, della nostra storia, vivranno nei nostri ricordi. Quindi non bisogna pensare sempre e solo al dolore che si proverà una volta che essi moriranno, ma bisogna imparare a vivere la vita, accettare la sua volubile e materiale natura e fotografare nei propri ricordi i momenti felici passati al fianco di queste persone come le vacanze al mare, le canzoni cantate assieme, il gelato di sera davanti alla televisione, le interminabili giornate passate a pescare e i lunghissimi giri in macchina o passeggiate senza una meta precisa alla ricerca di qualcosa come, che ne so, un giocattolo.


"Chiamarti ogni giorno E ogni volta sperare Che ancora non sia l'ultima Per poterti salutare" (da "primo")

Non ci resta che consigliarvi con tutto il cuore di immergervi in "I" e lasciarvi accompagnare e scuotere dalla musica, dalle atmosfere e dalle parole di questo lavoro, sicuramente una delle migliori uscite dell'anno.