L'eterno Giorgio Canali e l'asticella alzata ancora una volta


"Isolati e confinati nei nostri rispettivi ambienti domestici, rifiutandoci di partecipare alle farse consolatorie dei miniconcerti in streaming e alle balconate pomeridiane, abbiamo iniziato a registrare, ognuno con i propri mezzi, spunti e idee e abbiamo cominciato a scambiarceli. È un album figlio dei nostri tempi disgraziati e delle connessioni internet ad alta velocità.”

Con queste parole Giorgio Canali racconta come è nato “Venti”, nuova fatica insieme ai suoi inseparabili Rossofuoco, con voci e chitarre registrate a Bassano del Grappa, i bassi di Marco Greco a Bologna, Stewie DalCol, bloccato a Miami, ha registrato lì altre chitarre, mentre le batterie dell’inconfondibile Luca Martelli sono state riprese in Sardegna, tra studio di registrazione e orto.


Dopo svariati lavori la vena artistica dei quattro non dovrebbe più stupire, eppure i Rossofuoco alzano ulteriormente l’asticella: venti canzoni scritte in un anno, a voler dimostrare che quando si hanno dalla propria la qualità e l’amore per la musica le difficoltà sono più che arginabili. Percorrendo l’ora e venti di ascolto (sì, per fortuna che esistono ancora i dischi così lunghi!) si ha l’impressione di viaggiare dal cantautorato al rock, dal country al folk, da 40 anni fa al 2020. Menzione a parte la meritano i testi, sia chiaro, non scopriamo oggi Giorgio Canali, sappiamo che la sua ricetta è “semplice”: in queste canzoni, oltre a svariati riferimenti alla canzone d’autore degli anni sessanta/settanta, non c’è una parola fuori posto, perciò nei prossimi paragrafi ho deciso di inserire un verso per ogni brano per mostrarvelo.

“E siamo noi, siamo noi che continuiamo a precipitare per un vuoto d’aria, un vuoto di memoria, un vuoto più vuoto del vuoto qui dentro”

“Eravamo noi” apre le danze e siamo già di fronte ad uno dei migliori pezzi di “Venti”: a proposito di viaggi nel tempo, questo continuo crescendo musicale accompagna il racconto dei sessant’anni dell’artista.


“Morire perché? Morire d’amore, che quando poi resusciti ti chiedi chi te l’ha fatto fare, che ci sono altri mille modi per farsi male: catene, bastonate, chirurgia sperimentale Morire com’è? Morire come muore il giorno, meravigliosamente, in un tramonto rosso inferno”

Il secondo brano, nonché primo (e unico) singolo estratto è “Morire perché”, nel quale spiccano i ritornelli in spagnolo verso un finale strumentale.


“Nell’aria due colpi di pistola: è la falsa partenza di un’altra maledetta primavera, c’è la luna nera ma, se alzi gli occhi in su le stelle sembrano di più”

I ritmi si fanno un pochino più calmi (per poco) con “Nell’aria”, nella quale troviamo una linea vocale spensierata contrapporsi ad un testo che lo è molto meno.


“Ora che regnano ordine, igiene e pulizia nuovi amici in divisa ti fanno compagnia”

“Inutile e irrilevante” corre velocissimo, è quasi un pezzo punk, scappa senza che nemmeno te lo accorgi e merita qualche ascolto in più per trovare le tante perle che nasconde.


“Vieni a vedere la morte ogni fottuto giorno sempre puntuale Vieni non ti deluderà anche se al mondo è solo la seconda cosa più spettacolare Ma un’aurora boreale c’è quando c’è E non si può prenotare”

Arrivati a “Wounded Knee” è tempo di una splendida ballata, quel mood in cui Canali sa perfettamente come muoversi e come muovere i nostri sentimenti.


“Sono un maestro di equilibri instabili, dammene un altro me lo merito”

Prima delle due “drunken song” dell’album, “Tre grammi e qualcosa per litro” è la classica “canzone da momento no”, tutti ne abbiamo un po’, questa entrerà sicuramente nel mio cuore quando ne avrò bisogno, e sono sicuro che sarà lo stesso anche per voi.


“L’amore in un mondo distratto che non si ferma davanti a niente, perché l’amore vince tutto e tu perdi sempre”

Sedicente canzone d’amore, “Acomepidì” è un’altra ballata davvero ben riuscita.


“Si smarca sulla destra il cantautore dei miei coglioni, non lo fa apposta: è che non riesce ad imitare Prevert e allora copia Baglioni”

Con “Circondati” il mood cambia totalmente con la sezione ritmica a farla da padrona.


“E il vento si porta via nebbia e pensieri, in un accesso di poesia ti porta nuovi amori, poi ti spettina un po’ e mi sembri più bella di ieri, mentre soffia e canta fra le foglie e bacia i fiori Abbracciami ancora, come quando questo vento non c’era”

“Meteo in cinque quarti” chiude la prima metà di “Venti”: su un giro di basso, come da titolo, in 5/4, Giorgio canta quello che è senza alcun dubbio uno dei migliori testi dell’album.

“C’è qualcuno qui che non sia solo sopravvissuto?”

Oltre ad avere un titolo stupendo, “Vodka per lo spirito santo”, con il suo arrangiamento spaziale tra una chitarra slidata e un’armonica ci porta direttamente al nostro bancone preferito.


“A forza di fargli perder tempo, il vento l’hanno fermato”

“Dodici” è la classicissima canzone Rossofuoco: base dritta, semplice, perfetta e incisiva, testo infuocato, consigliato l’ascolto dopo “Undici” dal disco precedente.


“Chissà perché riesco sempre ad attirare i fulmini Chissà perché non riesco mai a scrivere canzoni semplici Chissà perché riesco a prenderle solo negli angoli Non so perché ma fottiti”

“Canzone sdrucciola” mantiene la promessa contenuta nel titolo: tutti i versi terminano con una parola con l’accento sulla terzultima sillaba.


“Semplice come una randellata, semplice come un vaffanculo, sente fischiare più in là, non è il vento, si rende conto di non essere solo”

Non lasciando spazio a grandi fraintendimenti, “Viene avanti fischiando” è il racconto di una “rivoluzione ignorante” come la definisce lo stesso Canali.


“Come quando il fulmine cade vicino Come quando hai quello sguardo che rompe gli specchi Come quando il silenzio fa più paura del tuono Come quando mi specchio nei tuoi occhi Come quando esplode una stella Come quando finisce una guerra”

Siamo quasi arrivati all’ultimo quarto di “Venti”: “Come quando non piove più” è una ballata, nella quale si percepisce, nonostante tutto, un clima di serenità grazie anche al bell’intervento al violino di Andrea Ruggiero.


“È una notte di quelle che i cani si mettono a guaire e non si sa perché Una notte che non si trova niente, condannata a una lucidità deprimente”

Se si vuole dividere il disco in quarti, come abbiamo fatto nel paragrafo relativo al brano precedente, “Requiem per i gatti neri” apre indubbiamente quello migliore: malinconica al punto giusto, un inedito piano e voce porta l’album per l’ennesima volta in una direzione inedita (con grande successo).


“Speravi fosse una canzone d’amore da ascoltare al tramonto guardando il mare È una canzone di merda, che ci vuoi fare ma mi è venuta così C’est la vie”

I Rossofuoco ci hanno abituato alle montagne russe in questo lavoro, e così, dopo il pezzo precedente, decidono di piazzare “CDM (te la devo)”, probabilmente il più pop di “Venti”.


“E ha regalato il suo cuore a una donna che dentro i suoi sogni, ogni notte, lo uccide, così si sveglia ogni mattina un po’ più morto del giorno prima”

“Cartoline nere” riprende il filone della canzone appena passata con un testo ancora più bello, indubbiamente nella top 3 di questo disco.


“Batte il tamburo veloce, corre come il tempo e la radio che dice che non abbiamo scampo, noi, aborti senza dio, anime impossibili da salvare, che il fiume porti i nostri miseri resti a disperdersi nel mare”

Perché effettivamente il tamburo di Luca Martelli batte, veloce ed energico, per dare il marchio di fabbrica a tutti i lavori dei Rossofuoco: è merito anche suo se il finale di “Proiettili d’argento” arriva così forte dentro di noi.


“Dai che si sa che non sono sincero quando dico in giro che non cerco la felicità”

La cavalcata di “Venti” si conclude con “Rotolacampo”, una canzone incredibile che, con il suo arrangiamento dylaniano, accompagna l’ascoltatore fuori da questo vortice di parole e musica. Ho avuto la fortuna di sentirla per la prima volta live quest’estate al Parco Tittoni, inutile dire come un’anticipazione del genere possa aver alzato le mie aspettative, assolutamente attese, nei confronti di questo nuovo lavoro.


Passati questi 80 minuti ci si sente appagati, ma la voglia di ricominciare da capo è davvero tanta: complimenti giganteschi a Giorgio Canali e ai Rossofuoco, non era facile alzare l’asticella ancora dopo il lavoro precedente, in particolare producendo un disco così lungo in così poco tempo, ma il quartetto è arrivato (ancora) alla propria vetta, dimostrandoci ancora una volta di essere tra le formazioni migliori del panorama nazionale.