• Giulia Gallo

"E vissero feriti e contenti": la rivincita dell'R'n'B all'italiana, secondo Ghemon - Recensione

Ogni volta che mi capita di ascoltare Ghemon, che si tratti di un nuovo disco o di una partecipazione a Sanremo, mi ritrovo sempre a dire ad alta voce, con ammirazione, la stessa cosa: “che voce che ha”. Forse sarò di parte, perché amo le cosiddette voci black. Poi, se un artista ha un timbro vocale di questo tipo e la sua musica d’elezione è proprio di origine afroamericana, il risultato non può che essere convincente.



“E vissero feriti e contenti” è il settimo album in studio del cantautorapper (si dice così ora, no?) di Avellino, uscito il 19 marzo per Carosello Records. Ghemon torna dopo nemmeno un anno dal suo sesto disco di inediti, “Scritto nelle stelle”, anch’esso caratterizzato da forti influenze urban; influenze che del resto arrivano da molto lontano nel suo percorso artistico, dal momento che il rapper dall’hip-hop dei primi album si è progressivamente spostato verso un cantato più arioso, svelando tutte le sfumature della sua voce. Inoltre, in questo settimo album Ghemon si è potuto esprimere non solo come cantante e autore dei testi, ma anche nella produzione e nella supervisione artistica, intrecciando generi musicali diversi ma molto armonizzati tra loro. Il team di musicisti e produttori che lo hanno accompagnato nel processo creativo è composto da Simone Privitera, Claudio La Rocca, Fabio Brignone e Giuseppe Seccia.


Il disco si compone di 15 tracce (inclusi un’intro, un’outro e un paio di interludi), tra cui è compresa anche “Momento perfetto”, la canzone che il rapper ha portato al festival di Sanremo di quest’anno (la quale si era assai molto ingiustamente piazzata 21esima nella classifica finale). In queste canzoni troviamo tutto il Ghemon che conosciamo: la sua penna brillante ed introspettiva unita alla sua passione per la black music. Il disco, che forse vede meno il mondo “con il filtro rosa” rispetto al suo predecessore, ha un mood più equilibrato: si sente la consapevolezza guadagnata nell’affrontare la vita, interiorizzando il fatto che se anche le cose non vanno sempre come si vorrebbe, non importa: così è, per tutti. Tutte le esperienze che abbiamo fatto, le persone che abbiamo incontrato, quelle che sono andate via e quelle che sono rimaste, hanno fatto di noi quello che siamo oggi. Del resto, è il titolo dell’album a suggerirlo: bisogna accettare la vita in tutte le sue sfumature e trovare il proprio personalissimo modo di essere felice.



Le due tematiche che reggono la narrazione del disco sono quelle dell’autoanalisi personale e del sentimento d’amore (declinato sia al positivo che al negativo), e le canzoni sono equamente ripartite in questi due filoni: al primo afferiscono “Piccoli brividi”, in cui c’è un abilissimo passaggio dal cantato al rap che rende il pezzo davvero interessante, “Tanto per non cambiare”, incentrato tutto sul cambiamento visto come motore della vita, il pezzo retro-soul con sfumature swing “Non posso salvarti”, e l’intima “Sparire”, il brano posto in chiusura, definito “dannatamente autobiografico e reale”:

Sai le notti in cui il mio lato complicato si rivela La mia testa spera sia una nuvola passeggera Ma allora perché dei momenti belli di una vita intera adesso mi ricordo solamente chi non c’era?

Al secondo appartengono la romantica “Nel mio elemento”, l’interessante sperimentazione soulfoul-house di “La tigre”, il reggae di “Difficile”, poi ancora “Infinito”, incentrata sui piccoli battibecchi di coppia, il fantastico groove di “Puoi fidarti di me” e l’hip-hop “artistico” di “Trompe l’Oeil”, tutta giocata sui francesismi, in cui sembra che Ghemon dipinga dei quadri che possiamo quasi vedere attraverso barre davvero suggestive:

Nuda sembravi come un quadro di Tolouse-Lautrec Un’opera da esporre al Louvre o nel Petit Palais Una corsa a perdifiato tra i vicoli del Marais In cui ti sei divertita a prenderti gioco di me

Insomma, un mix di generi davvero riuscito. L’unico appunto che si potrebbe fare a “E vissero feriti e contenti” è che, togliendo il brano sanremese, non ci sono altri pezzi davvero memorabili. È un ottimo disco R’n’B, cantato, suonato e scritto bene, ma manca forse un quid in più. C’è chi considera questo disco un capolavoro e chi solamente della musica da sottofondo: nella mia personalissima opinione, sarebbe un’esagerazione da entrambe le parti. In ogni caso, con questo album Ghemon si riconferma uno degli artisti più interessanti del panorama italiano odierno.



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