“Con permesso”: il nuovo disco di Cecco e Cipo, due "assurdi professionisti” – Recensione

Sono passati ben 8 anni dal loro indimenticabile provino ad X-Factor 8. Cecco e Cipo, rispettivamente Simone Ceccanti e Fabio Cipollini, entrambi di Vinci, avevano lasciato il segno con il brano “Vacca Boia” e con la loro presenza sul palco: buffa e divertente, proprio come la loro canzone.

Ora, Cecco e Cipo sono tornati con un nuovo album: “Con permesso” (BlackCandy Produzioni / distr. Believe), uscito il 21 gennaio 2022. Anticipato dai singoli “Ancora un’altra volta” e “I due eschimesi dell’isola di Baffin”, il quinto lavoro discografico del duo toscano rappresenta una sterzata nel loro percorso artistico.


“Con permesso” arriva a tre anni di distanza da “Straordinario” (2019), e ci mette all’ascolto di una poetica rinnovata. Non manca certo lo stile sincero, acuto e burlone dei due, e nemmeno la loro propensione per lo storytelling, ma il distacco da un cantautorato più puramente ironico, caratteristico del loro esordio, è evidente: se questo era già avvenuto in parte con “Straordinario”, in “Con permesso” il cambiamento è decisamente più importante e dà vita a pezzi curati e delicatamente personali, che passano dall’indie-folk, al pop, al synth psichedelico.


Il messaggio di questo quinto lavoro in studio è chiaro: Cecco e Cipo sono sempre gli stessi ironici, leggeri e divertenti che amano ancora scherzare, prendere e prendersi in giro, ma adesso vogliono essere presi sul serio. Perché sono assurdi, sì, ma sono anche adulti, professionisti, e soprattutto sono stanchi della situazione pandemica che continua a tenerli lontani dai palchi e che, come hanno scritto loro stessi, li ha stimolati a livello artistico, ma li ha anche portati a dover “cercare qualche lavoretto che ci garantisse piccoli extra”. Questo ultimo disco allora ci accompagna (ovviamente “Con permesso”…) in un mondo diverso, con una precisa dichiarazione d'intenti che inaugura una stagione compositiva del tutto nuova.


“Con permesso” è una lunga serenata, un mix di dichiarazioni d’amore per cose diverse. Primo fra tutti l’amore per la musica, cantato in “Che fine ho fatto”, la traccia che apre l’album. È un divertente prologo in cui Cecco e Cipo ci raccontano appunto di che cosa gli sia successo in questi ultimi anni, attraverso il dialogo tra loro e un (presunto) fan incontrato per strada, che li bombarda di domande e supposizioni fastidiose, del tipo "ma chi è Cecco e chi è Cipo, mi chedo?“ oppure "non ti vedo più in televisione, / non dev’esser facile!”.


“La canzone che tu non mi chiedi, te la rappo così non ci credi, ti fa strano perché “Cecco e Cipo di solito cantano come due scemi!” (da “Che fine ho fatto”)

Poi c’è l’amore per la vita e per le sue sorprese, come nella romantica ballad dal ritornello folk-pop “Ancora un’altra volta”. È una dichiarazione d’amore anche “Il comportamento degli esseri umani”, ma in questo caso per l’ambiente, che nonostante l’importanza che ci attribuiamo e tutti i danni che continuiamo a recargli, andrà avanti tranquillamente senza di noi quando spariremo (“Sote tutakufa”, “moriremo tutti”, canta un coro in lingua swahili). E poi, ovviamente, l’amore per un’altra persona, quello più celebrato all’interno del disco: è così in “Meteora ‘98” – uno dei pezzi meno convincenti, ma decisamente molto estivo –, “Tieni il passo con l’amore”, “Il Circo delle Pulci”, “Ossigeno”... C’è anche l’amore per la poesia, la scrittura e l’ispirazione in “Ragno tessitore”. “I due eschimesi dell’Isola di Baffin", invece, è un pezzo che vuole sfuggire all’amore e alla tentazione, ma è in realtà solo un modo di auto-convincersi di poterci effettivamente riuscire.



Il disco si conclude con “Crudo e Zabaione”, una traccia psichedelica che ci rassicura del fatto che la follia di Cecco e Cipo non è affatto andata perduta, anzi: è viva e vegeta.


“Con permesso” è un album particolare per il duo di Vinci: a un primo ascolto possono sembrare ormai lontani i tempi di “Fantacalcio” o “Vacca Boia”, ma l’allegria è parte di loro, e, benché meno esplicita, non viene davvero a mancare neanche in questo lavoro. Ed è anche estremamente coerente con la loro evoluzione, perché ci mostra due musicisti cresciuti, sia a livello personale che artistico e compositivo, con una gran voglia di continuare a fare musica, di mettersi in gioco, di rinnovarsi, per arrivare ad un pubblico più vasto del solito, per suonare su palchi ancora mai calcati, e soprattutto per essere considerati ciò che veramente sono: degli assurdi professionisti.


"Ma per questo lavoro in particolare abbiamo una forte dichiarazione d'intenti: prendeteci sul serio. Perché in fondo, “quando si scherza bisogna esse’ seri!” [...] Abbiamo voglia di farci capire, di arrivare a chi non siamo mai arrivati, di suonare dove non abbiamo mai suonato. Vogliamo essere degli assurdi professionisti" come loro stessi raccontano.