• Michela Ginestri

Cinque uomini sulla cassa del morto: pirati in un viaggio senza confini - Intervista

Avete presente quelle canzoni che sono talmente potenti da farvi cambiare umore in meno di 3 minuti? Ecco, oggi vi presentiamo un gruppo che vi farà sorridere già dalle prime note: i Cinque Uomini sulla cassa del morto. Già dal nome ci ritroviamo con l'immaginazione in un'ambientazione quasi cinematografica: pirati, mare, vento e onde. Non è un caso in realtà, ascoltandoli vi ritroverete direttamente in spiaggia a qualche falò a cantare, (nel mio caso stonare), le loro canzoni.


Il loro primo disco "Blu" è un vero inno alla leggerezza, al vivere la vita con spensieratezza senza cadere nel falso mito della superficialità, lo stesso messaggio che si ritrova nel loro secondo album "Kairòs", affrontato però con una vena più intima e introspettiva. Il tutto raccontato con un mix di strumenti e generi musicali: dalla musica popolare al cantautorato italiano passando per il folk-rock sia inglese che italiano, dai Modena City Ramblers ai Mumford & Sons.


Abbiamo avuto il piacere di farci raccontare il loro mondo piratesco proprio da loro, ne è uscita non un'intervista, ma un piacevole discorso sulla libertà, sul mare e sul profumo di casa. Non vi dico altro, i Cinque uomini sono tutto ciò che vi serve per sorridere in questi giorni un po' surreali, quindi buona scoperta!

Ciao ragazzi! Sicuramente ve l’avranno già chiesto decine di volte ma penso sia impossibile non iniziare con una curiosità: da dove nasce il nome “Cinque uomini sulla cassa del morto”?

Non ci stanchiamo mai di raccontare questa storia. Il nostro nome nasce da una passione che ci accomuna, ovvero il mondo dei pirati, del mare, del viaggio senza confini, della libertà! Originariamente, la band era orientata verso un genere folk da noi definito “piratesco”, e di conseguenza volevamo che anche il nome richiamasse questo aspetto. Ci siamo quindi riuniti e abbiamo iniziato, dopo una pizza e molte birre, a proporre nomi a sfondo piratesco, e il più votato è stato ‘Cinque Uomini sulla Cassa del Morto’. L’idea deriva dal famoso libro di Stevenson “L’Isola del Tesoro” in cui viene citata la canzone piratesca “Quindici uomini sulla Cassa del Morto, yo-oh-oh, e una bottiglia di Rum!”.

Ascoltando le vostre canzoni emergono vari stili e generi musicali, dalla musica popolare al cantautorato italiano passando per qualche brano più folk-rock sia inglese che italiano. Non a caso ascoltandovi per la prima

volta vi ho immaginati subito come la versione italiana dei Mumford & Sons. Da dove nascono tutte queste influenze e in che modo coesistono nei vostri album?

Siamo veramente contenti che si possano cogliere tutte queste sfumature stilistiche nei nostri lavori. Le influenze in questione nascono da un aspetto molto citato nella storia delle interviste alle band di tutto il mondo, in cui anche noi ci ritroviamo: ognuno di noi ascolta, ama e sperimenta generi musicali diversi, e di conseguenza porta un pezzettino di sé e del proprio gusto musicale all’interno del processo compositivo.

Queste diverse influenze coesistono nei nostri album grazie al nostro essere una vera e propria democrazia (con tutti i possibili “contro” del caso). Tutti vengono ascoltati, nessuno ignorato, e finché un’idea musicale può servire al brano e alla sua elevazione ci impegniamo a fondo affinché trovi un incastro nel tutto.

Proprio i Mumford in un’intervista hanno dichiarato: «se le canzoni non sono vere non serve a nulla». Definireste la vostra musica “vera”? Ma soprattutto, cos’è la musica vera per voi?

Condividiamo pienamente, pensiamo che la musica sia “vera” se è lo specchio di quello che hai o che senti dentro. Scrivere significa esteriorizzare quello che senti, che pensi, che vivi o anche che osservi (non è necessario essere i soggetti delle proprie canzoni). Bisogna scrivere sempre di qualcosa in cui si crede per poter essere completamente immersi in ciò che si suona e canta, e questo pensiamo si rifletta anche in ciò che poi arriva al pubblico. Suonare è mettersi a nudo, noi cerchiamo sempre di farlo quindi in questo senso possiamo dire che la nostra musica è vera.

Sole, luna, folletti, stelle, estati, mare, montagne, sogni, sorrisi, tulipani, vento e onde. L’elemento naturale e l’immaginazione sono spesso presenti, e attraverso queste dolci immagini -a tratti fantastiche- si sviluppano le

vostre canzoni. Da dove nascono queste descrizioni e quindi i vostri brani?

Siamo nati e cresciuti in questo sperduto angolo d’Italia che è il Friuli: una terra ricca di storia, di tradizioni, di popoli intrecciati e di leggende, con un fortissimo legame con la natura. Da bambini abbiamo giocato nei campi, da ragazzi abbiamo passato le estati al fiume. Tuttora abbiamo la fortuna di vivere quotidianamente a contatto con la natura, dove troviamo quella purezza e semplicità che poi in qualche modo si riflette in ciò che scriviamo. Negli anni ci siamo creati un immaginario fatto di campi e tramonti, con le nostre montagne sempre ad abbracciare l’orizzonte. In questo scenario prendono vita le nostre storie, che inevitabilmente finiscono per tingersi di quel colore ‘popolare’ che è spesso tipico della musica folk in generale.

“Blu” è stato il vostro album d’esordio, un disco che racchiude temi profondi, intimi e personali (come amore, natura, vita, paura e felicità), raccontati con allegria, spensieratezza e ottimismo in un preciso equilibrio. E’ una contrapposizione voluta?

C’è una frase di Italo Calvino che riassume con poche parole l’idea di fondo che accomuna tutte le canzoni di "Blu", richiamando anche l’idea del volo, inteso metaforicamente come percorso di crescita e di scoperta (vedi "Il Piccolo Aeroplanino Blu pt II e III"). "Prendete la vita con leggerezza. Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore." Proprio alla luce di questa particolare leggerezza abbiamo voluto posare il nostro sguardo su quel preciso momento delle nostre vite (allora eravamo poco più che ventenni), cercando di non appesantire il nostro spirito e quello di chi ci avrebbe ascoltato. ‘Bon’ è forse l’esempio migliore di questo approccio: avere una visione ottimistica delle cose ci risultava forse più semplice a quell’età, ma è una lettura della vita che cerchiamo di portare avanti ancora oggi, come singoli e come gruppo con la nostra musica.

“Battono il tempo le stelle intorno a noi, che in questa vita i dolori sono tanti; ma questa notte me ne frego e ballerò” ma anche “Bacia ama abbraccia mordi, senti il vento fra i capelli”, le vostre canzoni sono un vero inno alla vita, c’è un invito continuo a ricercare il lato positivo di ogni singola parte di noi e di ciò che ci circonda, ci svelate come si fa?

Ricercare il lato positivo delle cose non è sempre facile, è una scelta da portare avanti giorno per giorno. Si è diffusa l’idea che frasi come quelle citate siano banali e scontate, che non siano veramente d’aiuto, e a volte risultano addirittura fastidiose. Il fatto è che troppe volte sono state usate senza convinzione e forse senza un consistente fondo di verità. Se c’è una cosa che abbiamo imparato in questi anni insieme, è che se invece le dici, le gridi, le canti credendoci davvero, allora funzionano! Per fortuna siamo sempre riusciti a trovare nel gruppo la positività che a volte ci sfugge nel nostro essere singoli. Se capita di salire sul palco carichi di pensieri, magari dopo aver discusso o litigato per qualche questione organizzativa, bastano poche note per ritrovarci a sorridere e a saltare sul palco come se niente fosse, forse per la magia che si genera quando suoniamo insieme (sicuramente il genere che suoniamo in questo aiuta). Poi senza volerlo trasmettiamo al pubblico la nostra gioia di suonare insieme, la gente se ne accorge ed è come contagiata da questa ventata di energia.


“Kairòs” è il nome del vostro secondo album ma è anche una parola greca che potremmo tradurre con “il momento giusto”, il tempo vero che si contrappone e qualifica il “Chronos”, il tempo cronologico. Ma esiste davvero il momento giusto per ogni cosa secondo voi? O siamo noi ad essere giusti per qualcosa (o qualcuno) in un determinato momento?

Kronos è uno scorrere quantitativo, Kairòs ha invece carattere qualitativo. Nel Kairòs succede qualcosa di speciale, non è un minuto che scorre verso un altro minuto. È qualcosa che accade, ma anche che CI accade. Siamo protagonisti e spettatori allo stesso tempo. Cogliamo l'Occasione nel momento in cui lei ci abbraccia. Per ognuno di noi questo disco è stato un momento opportuno: per essere colti dal dubbio, per mettersi in gioco, per sbagliare per poi sbagliare meno, per vivere profondamente; un momento di passaggio a un'età diversa della vita, un momento di cambiamento che arriva quando non siamo ancora del tutto pronti, un momento che cristallizza tutte le contraddizioni dell'età nella quale ci siamo trovati a scrivere quest'album. È un disco di contraddizioni, imperfetto, per questo è veramente nostro.

Kairos è un disco che, rispetto al precedente “Blu”, si presenta con una sonorità più melodica e delicata, con testi intimi e introspettivi. E’ un cambiamento voluto o un effetto di sperimentazioni musicali?

Ci è sempre venuto molto naturale rappresentare attraverso la nostra musica quello che effettivamente attraversa le nostre vite. Kairòs è sostanzialmente diverso perché con lo scorrere del tempo gli ascolti e i gusti di ognuno di noi si sono trasformati e arricchiti ed insieme a loro la strumentazione a disposizione è aumentata permettendoci di avere una più ampia gamma espressiva. Mentre Blu è stato il disco della nostra spensieratezza neoventenne, Kairòs è l’espressione di un momento di riflessione dove si guarda con più realismo al mondo con uno spettro più ampio di emozioni, frutto anche dei cambiamenti nelle vite di ognuno di noi. Questo ci ha spinto verso sonorità più intime, più turbolenti e forse anche meno dirette.

Inoltre mentre in Blu gli autori dei brani, che poi venivano comunque sostanzialmente smembrati e riassemblati insieme in sala prove, erano sostanzialmente due, in Kairòs sono tre.

Ne “Il Profumo di casa” cantate “Il sorriso di perla che hai / E ti direi che tutto quel che serve è qui / E ti darei La chiave per non uscire mai”. Il profumo di casa è in effetti quella sensazione che si traduce molto spesso in un sentimento e che ci riporta in un porto sicuro -che sia un posto fisico o una persona- facendoci sentire salvi. Quando si può essere sicuri che un odore sia proprio il profumo di casa? Qual è il vostro profumo di casa?

Di tutte le sensazioni fisiche che possiamo provare, il profumo è forse la più eterea ed evanescente, e dunque affascinante. E’ una parola che porta subito a calarsi in un’atmosfera. Il profumo di casa è quel qualcosa che tutti cerchiamo - chi in un luogo, chi in una persona - e che quando troviamo cerchiamo di conservare. Il brano è nato proprio con l’intento di raccogliere nella forma canzone questo profumo tramite una serie di immagini e sensazioni: così una canzone può diventare porto sicuro per i momenti difficili, ed evocare ad ogni ascolto questa sensazione così importante e preziosa. Perciò forse il profumo di casa è diverso per ciascuno di noi, e ognuno sa "conoscere e riconoscere" il proprio.

“Non ti fermare mai, anche se sei lontana / Non ti fermare mai, anche se il mondo sta scherzando”, in questo momento in cui il ci sembra davvero tutto quasi surreale, le distanze fanno male e il mondo sembra in effetti

scherzare, qual è il futuro in cui si può sperare per voi?

A parte ovviamente sperare che la pandemia si arresti, ci auguriamo vivamente che questo surreale momento storico promuova una presa di consapevolezza sulle sfide future che ci attendono, tra cui per esempio il pericolo del cambiamento climatico. Si può vivere in modo diverso, si può vivere in modo più sostenibile, si può ricominciare ad abitare quelle campagne che sono state abbandonate per stringersi in edifici che si spingono verso il cielo nelle grandi città, recuperare la dimensione orizzontale, quella della terra, sviluppare un senso di comunità sano. Riflettendo invece in maniera meno ampia su ciò che ci aspetta come gruppo, ci auguriamo di poter riprendere presto l’attività concertistica che è così importante per noi: per ritrovare la possibilità non solo di esprimerci ma soprattutto di trasmettere a chi ci segue la forza di un messaggio semplice, la positività che troviamo nel nostro stare insieme.

Chiudiamo con una domanda alla quale -secondo me- non esiste risposta giusta o sbagliata, riguardo un tema spesso presente nelle vostre canzoni: Cos’è la libertà?

Ne abbiamo parlato spesso tra noi, cercando di analizzare la differenza tra ‘libertà di’ e ‘libertà da’. Mentre nelle nostre prime canzoni compare un concetto di libertà più ingenuo e inconsapevole - il senso di leggerezza di chi si affaccia al mondo con uno zaino in spalla e la voglia di vivere la propria storia, il proprio cammino - nel corso del tempo abbiamo imparato dal quotidiano confronto reciproco che la libertà è anche altro. E’ in modo molto più sottile ad esempio l’opportunità di trovare il proprio posto all’interno di un gruppo, è ricevere l’aiuto necessario per imparare a mettersi a nudo ed esprimersi. In questi giorni stiamo tutti rivalutando aspetti delle nostre vite che non avevamo mai concepito come libertà, come nel caso di chi suona la possibilità di esibirsi dal vivo. Per quanto ci riguarda, in un certo senso abbiamo sempre compreso l’importanza di poterlo fare: ognuno di noi, concerto dopo concerto, su quel palco si è sentito vivo, vero, felice, e in un certo senso libero. Libero di essere qualcosa o qualcuno senza vincoli, senza paura di mostrarsi al mondo, di dire ciò che pensa e sente intimamente, di apparire così com’è. Vivere questa forma di libertà per noi è stato possibile avendo trovato persone con cui condividere il proprio essere. Siamo riusciti a creare momenti di coesione e unione sia tra noi del gruppo che tra il gruppo e chi ci segue. E per questo siamo e sempre saremo grati.

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