Abbiamo intervistato le voci narranti di Michael Venturini in "Popolare Fuori Moda"


“Popolare Fuori Moda” è l’album di debutto di Michael Venturini, uscito il 9 ottobre e distribuito da Costello’s e Artist First, che hanno creduto fortemente nel suo valore artistico. Il cantautore popolare è stato influenzato da sonorità straniere, avendo vissuto all’estero per diversi anni. L’album espone la visione dell’artista sulla società, intrisa di persone che non riescono a trovare la propria strada a causa della confusione e della fretta portate dalla rivoluzione digitale e dalle numerose incertezze della vita. L'eccentrica copertina, realizzata da Veronica Moglia di @facciocosepunto, ci fa visualizzare perfettamente questa crisi portata dalla tecnologia.


Il tutto è rigorosamente accompagnato da ritmi rock'n'roll sixties e seventies, epoche d'oro di cui lui è innamorato.


"Non mi faccio influenzare dal genere, per me conta solo una cosa, la canzone."

Vi riportiamo questa citazione di Michael presente nell'intervista sottostante per esporre un concetto chiave che ci farà addentrare maggiormente nei brani che hanno contribuito al suo incisivo esordio.



Ciao Michael e benvenuto su IndieVision! Ci è giunto all’orecchio che hai vissuto in Australia per ben 6 anni. Cosa ti ha portato questa esperienza all’estero sia a livello personale che musicale?

Ciao ragazzi, mi fa molto piacere parlare con voi. Per la precisione ho vissuto 6 anni all’estero, Londra principalmente ma per un bel periodo anche Australia. Ho lasciato l’Italia nel 2013 per la musica, volevo testarmi in un contesto con molta più qualità e competizione rispetto a quello nel quale mi trovavo ed è stata un’esperienza impareggiabile, certamente dal punto di vista musicale ma soprattutto da quello umano; mi ha maturato, reso un uomo adulto e musicalmente mi ha fatto comprendere appieno quale era la mia identità artistica, che è fondamentale.

“Popolare Fuori Moda” è un disco che consideri prevalentemente autobiografico o una voce narrativa e descrittiva del mondo che ci circonda e delle relazioni umane che lo popolano?

Credo che ci sia sempre qualcosa di autobiografico quando si crea; in “Popolare” però la volontà è stata proprio quella di creare una o più voci narranti che descrivevano la realtà che si trovavano quotidianamente intorno; piccole storie di soggetti che fanno fatica a trovare delle risposte perché sempre più smarrite, schiacciate e messe frettolosamente da parte dalla rivoluzione nella quale tutti ci troviamo; digitale in primis ma che si porta dietro anche tutti gli altri ambiti; sociale, comunicativo, lavorativo ecc.


“Una testa calda, un capellone comunista e sfaccendato” è l’intro di “Alibò” con cui si apre il tuo album di debutto. È una frase che ti sei sentito dire da qualcuno di specifico o vuoi rivolgerti ad una certa tipologia di persona?

No, sai? Nessuno me l’ha mai detta direttamente ma sospetto l’abbiano pensata in moltissimi. E proprio qui nasce l’idea: ogni volta che sentivo qualcuno apostrofare un capellone come comunista e perditempo mi accorgevo che la maggior parte delle volte si sbagliavano clamorosamente; quei classici giudizi lapidari, superficiali e semplicistici che abbondano quotidianamente in ogni parte del mondo. E quindi nella canzone succede proprio questo: vuoi essere uno di quelli che si ferma a questo tipo di analisi della realtà, all’intro appunto o vai a fondo, ti ascolti tutta la canzone e cerchi di capire i motivi reali di determinate azioni? In

Australia avevo un caro amico che veramente aveva vissuto come un hippy nella sua gioventù e quando sentì Alibò (all’epoca in versione demo) rimase folgorato; mi diceva che in poche parole avevo descritto esattamente quello che accadeva, come si sentivano loro e come venivano percepiti dall’esterno. Pensavo potesse essere la canzone perfetta per quella tipologia di soggetti ma più passava il tempo e più la vedevo applicabile ad ognuno di noi perché se ci pensi bene tutti noi ogni giorno compiamo azioni per ragioni che riteniamo lecite ed opportune ma ci sarà sempre qualcuno all’esterno che ti giudicherà con troppa fretta.

La frase “una donna, donna…donna” in “A Modo Mio” mi ha ricordato il verso “Una donna, donna dimmi / Cosa vuol dir sono una donna ormai” presente ne “La canzone del sole” di Lucio Battisti. Si tratta di un riferimento voluto a questo grande maestro oppure solo una piacevole coincidenza?

Bello che lo hai colto! in realtà però è casuale; quando sono entrato in studio questa piccola parte della canzone non c’era, l’ha scritta Luca Di Cataldo che mi ha aiutato a produrre l’album. Poi durante la take vocale non riuscivo a trovare l’interpretazione giusta per quel passaggio e credo, a posteriori, proprio perché quella parte non era mia e non avevo capito bene come trasmetterla. Beh, dopo averla rifatta non so… 5/6 volte, mi è uscito quel “sorriso di una donna, donna… donna!” che istantaneamente ha ricordato a tutti quelli presenti in studio, compreso me, il pezzone di Mogol/Battisti. Inconscio immagino; dopotutto se sei italiano le canzoni di Battisti te le porti nel sangue.


“Dici A poi fai B” ha un ritmo rock’n’roll anni ‘50/’60 davvero pazzesco. Ti sei ispirato a qualcuno in particolare per proporre tali sonorità particolarmente “vintage” presenti in molte delle tue canzoni?

Ah quel pezzo lo amo; ci siamo divertiti un mondo a registrarla perché da suonare è facile ma ha anche la sezione centrale che diventa mega storta e psichedelica. Nessun artista in particolare come ispirazione ma certo, tutto quel mondo sixties e seventies era il mio paradigma e lo è tutt’ora perché è questo al momento il periodo musicale che mi interessa di più; magari un giorno finirà ma al momento sento di essere solo all’inizio, voglio continuare ad approfondire quei suoni, quelle registrazioni così vere e sincere, vorrei tanto provare l’analogico. Sai, sono nato nel digitale (artisticamente parlando) e ormai mi annoia da morire. Tutte quelle ore a cercare il plugin per far suonare la chitarra “come Jimi Hendrix” o il piano “come John Lennon”; credo sia molto più divertente lo spirito di quei anni quando gli effetti strani li creavano loro mettendo non so, delle mollette dentro le corde del piano oppure facendo suonare una chitarra nel Leslie; questo è il tipo di sperimentazione che mi piace e che intendo riprendere perché secondo me ha ancora moltissimo da offrire.


“Associale”, anche se con una S in più, rappresenta una condizione sempre più frequente nella popolazione che sta provando ad uscire dalla pandemia con molta difficoltà per quanto riguarda le relazioni sociali. Parlando di te, come hai affrontato quel periodo e cosa è cambiato rispetto alla persona che sei ora?

Associale ha proprio quel taglio lì, difficoltà a capirsi, comunicare; il protagonista è un po’ cattivo e si prende gioco del suo interlocutore facendogli notare un grossolano errore d’ortografia. Qui però l’incomunicabilità è il risultato di due caratteri e mondi troppo diversi, non c’entra il digitale anche se a riguardo ci si potrebbero scrivere 10 album a parte. Durante la pandemia ho fatto e imparato molte cose in realtà, ma questo è il mio carattere; cerco di imparare e rendermi produttivo in ogni situazione, anche quelle apparentemente tragiche. Quindi ti direi che a livello umano non è cambiato granché, non avevo bisogno di rimanere in casa due mesi di seguito per capire l’importanza della collaborazione e del contatto umano come sento dire spesso; io quelle cose le sapevo già. Forse la cosa che mi sono divertito ad osservare di più sono stati alcuni eventi e decisioni storiche che arrivano silenziosamente ma poi plasmano i decenni a venire e non avevo ancora mai avuto questa sensazione addosso; voglio dire, da quando sono nato, una sola volta mi sono sentito testimone di un fatto che sapevo sarebbe rimasto nella storia per moltissimo tempo, ovvero l’11 settembre. Qualche settimana dopo la prima ondata invece, mi ricordo che dopo qualche ora passata a letto nel pomeriggio a pensare a quello che stava succedendo ho sentito proprio chiara addosso la sensazione che si era tutti dentro a un passaggio epocale, sapevo che nulla sarebbe più stato lo stesso, lo sentivo proprio e già oggi ne vedo i risultati. I prossimi anni sono convinto sarà ancora più chiara questa sensazione.

Nel brano “Le Stanze Della Mente” mi ha colpito particolarmente la frase “sei più fastidiosa di quelli che siedono amabilmente mentre il ristorante cerca di chiudere”, quali sono le cose che ti infastidiscono maggiormente in una persona?

Grazie, anche a me piace molto questa frase! Ricordo di averla scritta proprio in Australia in una di quelle innumerevoli sere in cui sei a lavoro e vuoi andare a casa ma un tavolo di 2 “principini” ti costringe ad aspettare i loro comodi e le loro chiacchiere inutili. E questa è forse la cosa che più non sopporto in una persona, la mancanza di rispetto; i ritardatari ad esempio. Non è una cosa di cui ridere quando si arriva tardi ad un appuntamento, è anzi una terribile mancanza di rispetto verso l’altra persona che invece si è preso l’impegno di organizzare gli eventi della sua giornata al fine di rispettare quell’impegno. E poi mi manda ai pazzi l’arroganza, quasi sempre figlia dell’ignoranza che si è sposata in seconde nozze con Mr. presunzione. Voglio dire, sei ignorante? pazienza, quasi mai è colpa tua e poi ognuno di noi un poco lo è, ma almeno quando non sai qualcosa non parlare. No, piuttosto da quando esiste il professor Google tutti hanno un opinione su tutto e vogliono parlare di tutto, e te lo urlano in faccia, rispettare opinioni diverse non è nemmeno contemplato.

“Santoku Miyabi” sembra a primo impatto – e per i profani - un qualsiasi nome di persona orientale, invece si riferisce a tutt’altro. Cosa rappresenta questa decisione di fare un’intera canzone su un coltello giapponese considerato addirittura un “alleato”?

Volevo scrivere una canzone su un pazzo che sta per compiere una strage, volevo usare poche parole per creare un effetto di tensione e squilibrio mentale. Ho pensato che fosse perfetto descrivere un soggetto che considera un coltello come suo amico e ci ho messo dentro la lista delle persone che vuole punire per cercare di liberarsi dai suoi traumi.

Per me dentro questo testo c’è un sacco di drammaticità e rabbia. La rabbia può portarti davvero alla rovina mentale e/o sociale se non sai come gestirla.

La tua canzone “Il Mondo degli Adulti” racchiude molte attività che hai iniziato a fare da adulto. Da ragazzino quali erano le cose che ti spaventavano di più di questo mondo e quali invece non vedevi l’ora di fare una volta cresciuto?

Bella domanda, perché se ci penso mi vengono in mente tutte cose futili; da piccolo sognavo di diventare adulto per farmi la barba, o guidare la macchina, oppure essere libero di fumarmi una sigaretta come e dove volevo (venendo io da una famiglia di non fumatori); non immagini nemmeno, a quell’età, che crescere significherà tasse, notai, malate, burocrazia, stress, competizione… una serie interminabile di cose stupidissime e nocive. Infatti ricordo che non ero affatto spaventato dall’idea di crescere, sentivo semplicemente che sarebbe stato tutto uguale con qualche leggero cambiamento. Probabilmente ero solo molto ingenuo io, ma per me almeno è andata cosi.

Il tuo album si chiude con “Mr. Moonlight”, canzone che ricorda anche uno dei brani dei Beatles, che personalmente mi sono sembrati in linea con il tuo stile e mi hanno ricordato alcune sonorità presenti nel tuo album. Hai un legame particolare con questa band? Quali sono i gruppi a cui sei più affezionato?

Sono geloso dei Beatles, stupidamente, come se fossero una cosa che possiedo; seleziono scrupolosamente le persone con le quali parlare di questo argomento. Avevo pensato di nasconderla questa mia grande passione perché sentivo avrebbe potuto influenzare quelli che giudicavano le mie canzoni. Da qualche anno per fortuna non è più così, non è un mio problema a cosa o a chi assomiglio per gli altri; non ho più paura di nascondermi forse proprio perché sono andato avanti, sono evoluto e ormai nel mio processo di composizione so che i Beatles sono solamente una delle tantissime fonti di ispirazione e non ho più il timore che avevo all’inizio della carriera che qualcuno avrebbe potuto dirmi che le mie canzoni suonano troppo “beatlesiane”. La verità è che io sono profondamente innamorato di quella band e semplicemente, per me, quello che è successo con loro è un miracolo: 5 geni (perché George Martin va considerato a tutti gli effetti uno dei Beatles) che collaborano tutti insieme è qualcosa che succede solo nei miracoli e i miracoli avvengono poche, pochissime volte nella storia, ma finisce qui; questa è solo una mia opinione riguardo questo specifico argomento. Sono moltissimi i gruppi ai quali sono affezionato, da Country Joe and The Fish ai Nirvana; non mi faccio influenzare dal genere, per me conta solo una cosa, la canzone.


Cosa pensi ti riserverà il futuro dopo questo tuo incisivo debutto? Hai già in mente altri progetti o concerti da fare prossimamente?

Se lo sapessi arriverei preparato :-))) a parte gli scherzi, ho in mente diversi progetti, purtroppo non dipende solo da me vederli realizzati. Portare “Popolare” live però è sicuramente una priorità perché sono convinto che dal vivo renda tre volte di più, credo che si possa creare un bel prodotto da offrire che sia divertente ma anche di contenuto. Anzi, se volete contattarmi per qualche data nel 2022 non vi trattenete, c’è da divertirsi sul serio! Grazie ancora per questo spazio ai ragazzi di IndieVision!