Il nuovo album di Massimo Zamboni è una guida al cantautorato italiano - Recensione

Un “noto” pasticciere italiano (al sottoscritto, e credo proprio di non essere l’unico, noto perlopiù per le comparsate a Masterchef e annessi siparietti), in un Reel Instagram che non riporterò, fosse anche solo per non dare ulteriori immeritate visualizzazioni all’ennesima pagina di “Motivazione/Business/Successo”, ha pronunciato esattamente queste parole: “Se tu non vuoi capire la gente, fai la musica che piace a te. Però non capisci la gente e allora lavori per chi? Lavori per la gente o per applaudirti? Perché il discorso è tutto lì: se lavori per applaudirti fai quello che fai, fai tutte le stronzate che vuoi, che non sbagli. Però devi pensare a una cosa: se rincorri il successo o se rincorri il cesso. Perché se rincorri il cesso fai cagare in continuazione.”.


C’è chi, senza farsi troppi problemi di cosa piacesse “alla gente”, ha fatto la storia della musica alternativa italiana a suon di dischi, progetti, viaggi in Mongolia, colonne sonore e libri.



A più di dieci anni dall’ultimo progetto solista, Massimo Zamboni, classe ‘57 ed ex CCCP/CSI, torna con un album intitolato “La Mia Patria Attuale”, lo fa facendo centro e dedicando dieci canzoni al nostro paese, come dice lui stesso:


“Un album dedicato all’Italia in un momento in cui prevale -giustificata- la mancanza di fiducia e di affezione e il sentimento della speranza non è mai stato così flebile nella coscienza dei suoi cittadini. Eppure, esiste un’Italia che sogna, lavora, si offre, studia, sorprende, ci prova. Soprattutto, che non ascolta l’urlo generale.”

Mi piace immaginarlo così Massimo, quieto, penna e chitarra, mentre scrive questi brani, senza pensare a cosa vuole la gente, più propenso a creare qualcosa di intimo e sincero.

“Ma forse proprio in questo risiede lo spirito dell’album: nella solitudine di un viaggio lungo l’Italia, affollando quel vuoto con presenze a me care e uguali.”

Affiancato in produzione da Alessandro “Asso” Stefana, già chitarrista di Vinicio Capossela e nel disco in veste di polistrumentista (chitarre, bouzouki, pianoforte, mellotron, organo…), alla realizzazione hanno partecipato vecchi compagni di viaggio dell’ex CCCP/CSI, quali Cristiano Roversi (basso, tastiere, orchestrazioni), Erik Montanari (chitarre), Gigi Cavalli Cocchi (batteria) e Simone Beneventi (percussioni).


Premo “play” e mi immergo, a suon di armonici, delay e riverberi, in “Gli altri e il mare”: due chitarre acustiche “una contro l’altra” accompagnano una poesia odio et amo dedicata al Mediterraneo.


“C’è qualcosa che mi placa in queste onde Dove senti i gabbiani urlare Dove senti i cani urlare” (da “Gli altri e il mare”)

Terminata, un coro introduce il surreale “Canto degli Sciagurati”, che, con le sue percussioni affiancate ad una stratificazione di chitarre elettriche, risulta senza dubbio uno dei brani più ritmati ed interessanti. “Ora ancora”, che lo stesso Zamboni nello splendido documentario “30 anni di ortodossia” ha definito “una sorta di ninnananna partigiana”, ci porta ad “Italia chi amò”: tempo dispari, testo contro i finti eroi nazionali, distorsioni e tremoli, si gioca in casa, insomma.


“Mano sul petto, pronto alla morte Un farabutto con la consorte Cosa diceva l’urlo? Italia chi amò? La caduta tendenziale di ogni verità assodata Non smettiamo di cantare Non siamo Dei” (da “Italia chi amò”)

Il giro di boa dell’album inizia con “Il Nemico”, riferita, molto verosimilmente, ai menzionati nella canzone (e relativa citazione) precedente, e si conclude con la gucciniana e spensierata “Tira ovunque un’aria sconsolata”: chitarra e voce che auspicano un futuro nel quale, finalmente, ci chiederemo per quale assurdo motivo siamo diventati nemici gli uni degli altri.


“E di blu, dipingiamoci di blu Per sfuggire ad Equitalia Per salvare la famiglia Rimandare la bottiglia Cedo l’oro di mia figlia” (da “Tira ovunque un’aria sconsolata”)

“Nove ore”, uno dei migliori brani per arrangiamento, lascia spazio alla title track, nella quale è dominante il pianoforte: un quadro semi-critico sulla nostra Patria che si chiude con una boccata di speranza per quello che potrebbe essere un futuro cambiamento.


Le tracce che ho preferito, però, sono senza dubbio le ultime due. La prima di queste è “Fermamente Collettivamente”, nella quale il mood cambia quasi drasticamente rispetto a quello che si era costruito nelle canzoni precedenti (sia ben chiaro, per quanto riguarda il sottoscritto, questo continuare a mutare l’atmosfera è qualcosa di tanto raro quanto magnifico). A rendere ancora più marcata la differenza vi è l’accompagnamento, quasi interamente d’archi, al quale si affianca un testo, quasi una preghiera, della quale mi tocca spoilerare qualche verso, perché merita davvero.


“Conviene compagni lasciare cadere Le mani serrate alle belle bandiere Conviene compagni le nuove frontiere Le icone dorate, le splendide sfere Conviene compagni tornare a temere Le croci uncinate, le scure galere Le spade sguainate, le strofe guerriere Le mani annodate alle lunghe candele Conviene compagni forzare a tacere I sepolcri imbiancati le acquasantiere Le voci ufficiali, le vie parallele Tra le ronde armate e le sagome nere Conviene” (da ”Fermamente collettivamente”)

Se il brano precedente muove un piccolo passo verso lo “spoken word”, con “Il modo emiliano di portare il pianto”, si entra nel genere a piè pari, ed è bellissimo chiudere questo lavoro così, con Massimo che recita su una base ambientale per poi portare il tutto ad esplodere nel ritornello, quasi epico.


Massimo Zamboni è una colonna portante della musica alternativa italiana, queste dieci canzoni non possono che dimostrarlo, ma c’è qualcosa di più: in questa nuova veste, il nostro, ha dato alla luce quello che è un bignami del meglio del cantautorato del nostro paese in senso lato, da Guccini a Capossela, da Pietrangeli a Canali, dagli, immancabili, CCCP e CSI (sarebbe stato assurdo non sentirceli) a Rino Gaetano. Siamo di fronte al primo grande disco del 2022? La risposta è sì!