In BRIGATABIANCA Samuel si perde e si ritrova continuamente

Non tutte le ciambelle riescono col buco. A distanza di 4 anni dal suo esordio solista, “Il codice della bellezza”, Samuel, frontman dei Subsonica, torna col suo secondo disco, “BRIGATABIANCA”. Nel frattempo molte cose sono successe, e il panorama musicale si è ovviamente modificato ed evoluto. Samuel sembra proprio seguire, forse un po’ troppo alla lettera, la musica che “va”, come hanno fatto e stanno facendo altri artisti italiani che hanno alle spalle molti anni di carriera (ad esempio i Negramaro con il loro ultimo disco). “BRIGATABIANCA” è infatti un mix di generi, che danno vita a un disco curato e armonico dal punto di vista della produzione, nonostante abbiano lavorato alle 15 tracce produttori provenienti da aree diverse del mondo musicale: Michele Canova (pop), Machweo e Mace (urban), Federico Nardelli (indie) ecc.


Interessante il concept visivo del disco, pensato dall’Art Director Marco Rainò e tradotto nelle grafiche di BRH+, che presenta Samuel nella veste di "ussaro contemporaneo" con giubba e bandiera su cui sono riportati dei simboli geometrici, ognuno dei quali identifica un brano del disco, come fossero dei "segni espressivi" con cui raccontare le emozioni legate a questa nuova impresa musicale.



Colpisce sicuramente il numero dei featuring, ben 5: in “Giochi Pericolosi” con Willie Peyote e “BUM BUM BUM BUM” insieme ad Ensi, i due rapper rubano però un po’ troppo la scena a Samuel, che sembra essere ospite in casa sua, cantando solo i ritornelli e i bridge; "Felicità", la collaborazione con Fulminacci, che aveva tantissimo potenziale, risulta invece già sentita e sotto tono. Meglio riusciti il feat. con Colapesce, “Cocoricò”, che con la sua elettronica ci trasporta sulla riviera romagnola, e quello con Johnny Marsiglia, “Palermo”, dalle sfumature spagnoleggianti. Interessanti sono i ritmi tropicali di “Gira la testa” (di cui è molto bello anche il testo) e “Vorrei”, entrambe prodotte da Machweo e che sembrano un po’ le cugine di “La statua della mia libertà”, singolo di “Il codice della bellezza”. “Nemmeno la luce”, invece, è un pezzo techno intenso e danzereccio (con qualche eco di Cosmo), tra i più riusciti del disco.


Le canzoni restanti non rimangono impresse e sono caratterizzate da una scrittura non particolarmente incisiva, che spazia dal pop un po’ anonimo di "Se rimani qui" al reggae "autotunato" di "Dimenticheremo tutto". Insomma, non ci sono canzoni memorabili, a differenza invece di alcune hit contenute nel primo disco da solista, aventi grande personalità (come "La risposta" e "Rabbia").


Si tratta quindi di un disco pop ben armonizzato e composito quello a cui dà vita la “brigata” con cui Samuel condivide i microfoni e i mixer, che però risulta spesso abbastanza dispersivo. Perso tra le varie suggestioni del panorama musicale odierno, sembra mancargli qualcosa: forse, un’impronta un po’ più personale.