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Il viaggio epico da Mario a Tedua ne "La Divina Commedia" - Recensione

Ciò che mi lega alla musica di Tedua è un ricordo tra i più importanti nella vita di ciascuno di noi: il primo lavoro. Correva l’anno 2017, la mia primavera, 16 anni sulle spalle e tornavo a casa dopo la mia prima giornata passata in un negozietto della provincia pugliese riparando cellulari e computer. Mi sentivo finalmente capace e realizzato in qualcosa, apprezzato per quella passione per la tecnologia che prima di allora era agli occhi degli altri solo una velleità costosa e da nerd. Malgrado quel lavoro non sia durato che una manciata di settimane – prima di realizzare che la paga ridicola che mi sarebbe rimasta in tasca non sarebbe valsa il tempo e la vita sprecati dietro un bancone nell’anno che si sarebbe rivelato poi il più cruciale della mia adolescenza – ciò che è da allora rimasto impresso nella mia mente e nel mio cuore era ciò che suonava in cuffia sulla via del ritorno in quel preciso momento: “Orange County California”, salvato da alcuni giorni per ascoltarmelo poi appena avessi avuto un po’ di tempo libero.



Sebbene quei genovesi parlassero di realtà lontanissime da me geograficamente, il mio caos adolescenziale attingeva a pieni polmoni dalle loro storie di disagio, emarginazione e insicurezza. Pezzi come “Telefonate”, “00” e “Fifty Fifty” mi avevano aperto la mente non solo ad artisti dal talento incredibile e fino ad allora a me sconosciuti come Rkomi, Ghali ed Izi ma soprattutto ad un approccio ai problemi e alle difficoltà della vita tutto centrato sull’autorealizzazione e all’indifferenza verso le anime tossiche e vuote che spesso ti gravitano intorno e cercano di tirarti giù nella speranza di adeguarti alla loro mediocrità. Testa bassa e occhi aperti sui sogni, costi quel che costi, malgrado tutto, questo mi stava dicendo Mario all’alba dei suoi vent’anni.


“Non permetterò mai che quest’hype mi dia alla testa, sto rincorrendo dei sogni, quei soldi son conseguenza” (Ci vuole poco – Tedua, Laioung)

Mario, avanguardista fin dagli esordi, aveva le idee chiare già allora anche dei pericoli del mondo dello spettacolo e dei rischi dell’hype, un fenomeno ad onda che quando investe qualcuno nella musica (e altrove) spesso non lascia poi molto dopo il ritorno dell’acqua e delle attenzioni verso il mare magnum del web e dei trend virali. Una carriera tutta in salita a livello di qualità e consapevolezza che non ha mai deluso le aspettative di una fanbase tra le più affezionate e fiere che mi vengano in mente nella scena rap. Insomma, è proprio vero che “sono passati gli anni e non è morto l’hype per Tedua” come canta nell’intro esplosivo che apre il nuovo album “La divina commedia”, per me l'album più atteso fin da quando fu annunciato quel lontano 2 gennaio 2020 caricando sul suo instagram una sorta di trailer sonoro in freestyle. A distanza quindi di più di tre anni e dopo una parentesi dettata dai due mixtape “Vita vera” e “Don’t panic”, all’alba di questa estate tutto il mondo ha potuto finalmente ascoltare il terzo album in studio di Mario Molinari, in arte Tedua.


“Anche un angelo ha il suo inferno” (Angelo all’inferno - Tedua)

Un riferimento nel titolo chiaro e diretto all’opera magna di Dante Alighieri che si riflette in una struttura del disco divisa in tre parti, inferno, purgatorio e paradiso (quest’ultima non ancora rilasciata). Già dall’intro sentiamo forti e chiari alcuni dei temi che saranno poi ulteriormente sviluppati nel corso del disco: consapevolezza, autenticità, soldi e il rapporto tra questi tre elementi. A seguire, la prima collaborazione del disco: “Paradiso artificiale” con Baby Gang e Kid Kugi: un pezzo serratissimo e dai toni pessimisti, infernali appunto, tra le strade di una Milano malata e notti spietate. Continuiamo il viaggio infernale con “Malamente”, una ballata che riprende il refrain iniziale di “Sangue Misto” ma ci porta immediatamente dopo a goderci una risposta agrodolce alla domanda “come stai?” che in molti avranno voluto porre dopo anni di silenzio al rapper di Cogoleto. E la risposta non tarda a farsi convoluta e stratificata, a dispetto della sintesi fatta nel titolo: i tempi della strada sono passati, le incertezze si fanno più inafferrabili e l’autoanalisi è l’unica strada per arrivare ad un equilibrio che ci trascini via dalla mediocrità della massa.


È il turno poi della prevedibile hit dell’album, al momento in cui scrivo ancora prima in classifica Spotify top 50 Italia, il cui ritornello è affidato a Sfera Ebbasta. Un pezzo leggero e radio friendly con nel mirino tutti coloro che lo stile di vita tratteggiato nelle strofe lo ostentano senza poterselo permettere fino in fondo. Una delle collaborazioni meno ispirate del disco che non fa altro che accentuare la differenza sostanziale di spessore tra lo stile di Mario e una certa ripetitività che attanaglia lo stile di scrittura di Gionata pensato quasi solamente per finire in classifica. A risollevare l’asticella ci pensa “Angelo all’inferno” con Salmo e Federica Abbate. Un pezzo fitto e denso impreziosito da un Salmo che morde come ai tempi di Hellvisback e dal ritornello con la voce stellare di Federica. Angeli all’inferno lo si diventa quando la consapevolezza del proprio talento supera la paura di mostrarsi per quello che si è, esattamente come Tedua.


"Fratello studia e impara che la strada fa da scuola ma non è una buona madre" (Malamente - Tedua)

“Mancanze affettive” evoca invece quelle mancanze a cui la vita ai margini spesso sottopone, magari con genitori assenti e cicatrici nell’anima difficili da rimarginare. Quale migliore interprete di queste difficoltà di Geolier, che porta questo brano tra i più incisivi e reali del disco. A chiudere idealmente la parte infernale dell’album ci pensa “Red Light”, un pezzo pop che porta l’amore coi piedi per terra “con scarpe di cemento” a misurarsi con le sfide di una coppia persa in direzioni opposte pur conoscendo la precisione con cui i loro contorni si incastrano.


"Mi occuperò di voi quando finisco con me stesso" (Diluvio a luglio - Tedua, Marracash)

Approdiamo in purgatorio con “Volgare” un pezzo a cento all’ora in collaborazione con un Lazza in splendida forma e “Scala di Milano”, con Guè, che vorrebbe riportare ordine tra ciò che è apparenza e ciò che invece è attitudine autentica. Arriva finalmente il momento di godersi il primo feat ufficiale di Marracash e Tedua: “Diluvio a luglio”, un pezzo denso che sposa la poetica dell’incertezza esistenziale e ricorda proprio l’aria di spaesamento che lascia un diluvio torrenziale a luglio. Barre di Marra che sembrano un proseguo della narrazione dei suoi ultimi album, il pezzo scorre inesorabile e si staglia tra i più belli e riflessivi dell’album a mani basse. “Soffierà” diventa ben presto un pezzo d’amore come solo Tedua poteva scriverne: mischiando i dubbi e le speranze che leggiamo negli occhi delle persone che amiamo, si distingue per una scelta particolarmente raffinata di figure retoriche e riflessioni da notti insonni.


"Ricorda che non vediamo le cose come sono ma come siamo" (la verita - Tedua)

Ci avviamo verso la conclusione dell’album e i toni non accennano a farsi più fiduciosi, quasi come se con l’allontanarsi dall’inferno la lucidità pessimista prenda il posto della tagliente spietatezza che le fiamme impongono di sfoggiare. Arriva dunque “La verità” con Bnkr44 a interrogarci sul rapporto controverso tra la verità, così difficile da dire, accettare, ascoltare e nascondere, e l’autenticità che ci salva da una vita di finzione. Chiude il sipario delle collaborazioni “Anime libere”, con Rkomi e Bresh: un fischiettio e una chitarra a dettare il tempo di un brano leggero e spensierato per anime senza troppi bagagli, libere di godersi la loro ora d’aria. “Lo-fi for U”, unico singolo già rilasciato dell’album, è una pagina di ringraziamenti per fare il punto di una fitta rete di amicizie e mentori per Mario nel corso della sua vita. Si fanno nomi e cognomi (cit) e fa sempre piacere leggere dei riconoscimenti così trasparenti e sinceri, in una scena in cui spesso si fa a gara per spiccare anche a discapito degli altri e in cui raramente ci si ferma a dire semplicemente grazie, chiarire i malintesi e puntare alla vetta in compagnia.


"I bagagli che si porta appresso chi è depresso spero vengano imbarcati" (Bagagli - Tedua)

Chiudono l’album due pezzi che sono un testamento lucido e da lacrime agli occhi di rimpianti, sconfitte e vittorie, piccole e grandi. Con “Bagagli (improvvisazione)” in particolare i protagonisti diventano gli stessi mostri e momenti difficili che in questi ultimi anni hanno spinto Tedua ad una ricerca profonda e impavida di ciò che voleva essere, diventare e lasciare indietro, sia in musica che nella vita: la paura del successo, le paranoie da notte fonda, i silenzi e le attese, il fuoco da tenere vivo. Una parentesi solenne prima di chiudere il cerchio con “Outro (purgatorio)” dove invece ad emergere saranno tutta la voglia di spingersi oltre, superare i propri limiti senza la paura di cadere e prendersi cura di sé stesso in primo luogo. Ed è con la promessa di rivederci in paradiso che il disco si chiude, lasciandoci un retrogusto di vittoria e realizzazione oltre alla voglia di sapere dove ancora potrà spingersi il 29 enne ligure.


L’attesa è valsa sicuramente la pena di essere vissuta, “La divina commedia” è un album stratificato e ponderato, che consacra Tedua al “mainstream” come lui stesso riferisce in un’intervista a GQ. Si sente la voglia di aprirsi ad un pubblico più vasto e trasversale, si sente la voglia di uscire dalla nicchia urban che gli sta stretta e la volontà di mettersi alla prova nel conquistarsi uno spazio sempre meno esclusivo e più inclusivo nella musica italiana. Forse del lavoro ancora c’è da fare sul piano della scrittura, che per certi aspetti ancora soffre una certa ingenuità nelle scelte lessicale, tematiche e strutturali dei periodi, ma questo ragazzo è sicuramente destinato a grandi cose. Un'artista così umile e autentico, ambizioso e determinato, non lo vedevamo nel rap italiano da tempo e siamo felici di essere nati in tempo per godercelo in tutto il suo splendore. Ha deciso di fare le cose in grande, partendo dalla stessa copertina a cura di David Lachapelle, e siamo certi che con il tempo il talento di Tedua levigato a dovere, saprà regalarci svariate sfumature di paradisi musicali.



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