I Te quiero Euridice si raccontano con "Sempre qui", il loro primo album - Recensione

A tre anni dall'EP “Due”, esce per PeerMusic “Sempre qui”, il primo album del duo piacentino Te quiero Euridice, "due liceali con una grande voglia di fare musica" come ci avevano raccontato qualche mese fa.


Sappiamo bene che la parola “album” è sinonimo di disco, raccolta musicale; ma può anche indicare un volume, spesso un grande libro rilegato, dalle pagine bianche, vuote, nel quale raccogliere i propri ricordi. Cartoline, francobolli, ritagli, biglietti del treno… ma soprattutto fotografie. Ecco, “Sempre qui” è un lavoro che riesce a riflettere entrambe queste definizioni: da una parte, ovviamente, è un insieme di canzoni; dall’altra è un libro aperto pieno di istantanee che mostrano le vite di una ragazza e un ragazzo con l’urgenza di raccontarsi.


Ascoltare “Sempre qui” è infatti un po’ come sbirciare nel vissuto di Elena Brianzi e Pietro Malacarne, le due anime dei Te quiero Euridice, che fondendo indie, pop e un pizzico di folk cantano con delicatezza le loro esperienze, fatte di amori, delusioni, litigi, feste universitarie, viaggi, amici… insomma, i loro primi vent’anni, tra gioie e dolori, tristezze ed entusiasmi. E anche se “Sempre qui” ripercorre musicalmente tappe della storia personale di questo duo, è comunque facile ritrovare in ogni brano tracce della propria.


“Eppure vedo te”, che apre il disco, è uno sguardo tenero al passato. Guarda alle vecchie felicità; a quei primi amori per cui perdere la testa – e i treni -, e ai quali ripensare da grandi, con il sorriso e un pizzico di dolce malinconia. “Lampadine”, invece, con il suo arpeggio di chitarra acustica su una leggera base pop, in contrasto con il suo testo fortemente emotivo, canta la crisi di una storia d’amore. Due persone intrecciate – come lo sono le voci di Elena e Pietro - che provano a tenersi strette e salvarsi nonostante le difficoltà. Anche in “Adelphi” le loro voci si alternano e si rincorrono, questa volta per offrirci due punti di vista diversi su una stessa vicenda. Convince l’aprirsi del pezzo dal primo ritornello, grazie ai battiti di mani e il ritmo della batteria, che fa prendere aria al brano e lo lascia crescere, in un’atmosfera è un po’ alla Of Monsters and Men, anche se decisamente meno folk.


È malinconica “shhh”, il primo singolo che ha annunciato il disco, lo scorso febbraio. Parla dell’importanza del silenzio, senza il quale non potrebbe esistere la musica. Il beat che troviamo all’interno del pezzo ricalca quello del battito di un cuore; un rumore che all’improvviso, quando ci innamoriamo, inizia non solo a farsi sentire, ma diventa addirittura impossibile da ignorare. A volte è troppo forte, spaventa, e come canta Elena cerchiamo di nasconderlo “sotto le coperte per attutire”. In “Quello che ci resta” il sound cambia, è più soleggiato e dance: ritmata e sostenuta da un simpatico xilofono, celebra la consapevolezza che, alla fine, siamo tutti come gli altri, che tu sei come me e io sono come te, con i nostri pregi e i nostri difetti, le nostre scelte giuste e sbagliate, e non c’è nulla di più importante di questo. In “Mandorle” e in “Anime”, anche se diverse a livello sonoro – delicata e sussurrata la prima, con un ritornello da cantare a pieni polmoni la seconda -, si lascia più andare la voce di Elena.


“Puoi lasciare una maglietta quando vai via / Sì lo so, vecchio cliché, è colpa mia, però / Io le storie le vivo indossandole / E la tua bocca sapeva di mandorle / Ti chiedo scusa per le mie troppe chiacchiere / Ma in fondo abbiamo tempo da perdere, io e te” (da “Mandorle”)

“Un segreto tra di noi”, allegro e folk pop, è il brano più particolare e completo del disco. Ci ricorda che, a volte, l’unico modo di affrontare i propri dolori e i propri guai è accettandoli per ciò che sono, senza opporre resistenza. È “Casseforti (NSGB)”, una canzone d’amore per i propri amici cantata interamente da Pietro, il pezzo che conclude con delicatezza e devozione questo album. A proposito di amici, e visto che abbiamo aperto l'articolo con la definizione di “album”, è buffo pensare che questa parola, secondo il Nuovo De Mauro, derivi dalla locuzione latina album amicorum, letteralmente "albo degli amici". Una chiosa perfetta, insomma.


“Sempre qui” è un lavoro più nitido, meno sfumato rispetto a “Due”. È un disco molto personale e onesto, che celebra la fragilità e la forza della prima età adulta, tra inesperienza ed entusiasmo, mescolando capacità cantautorali con una buona dose di un pop che a volte si avventura in soluzioni sonore non scontate. C’è sicuramente ancora spazio per crescere per i Te quiero Euridice, ma per ora possiamo tranquillamente lasciarci trasportare dalla dolcezza sincera di questo loro primo album.