Phill Reynolds con "World on Fire" ci trasporta in un mondo di oscura delicatezza - Intervista

Phill Reynolds, all’anagrafe Silva Cantele, è un moderno cantastorie dalle mille sfumature.


Musicista a tutto tondo, con alle spalle più di 500 concerti tra palchi europei e statunitensi (che ha condiviso, tra gli altri, con Sigur Rós, Micah P. Hinson e Timber Timbre), con un caleidoscopio di influenze musicali e parte di numerosi progetti artistici dagli stili anche molto diversi tra loro, il cantautore vicentino fa confluire tutto questo proprio in Phill Reynolds, il suo progetto solista nato nel 2011, mostrandoci il suo lato più personale, ma anche più politico e auto-terapeutico, lasciando che la sua voce di deserto, allo stesso tempo cupa e dolce, e la sua chitarra ci trasportino in storie di amore e di rabbia, di luce e di ombre.


“World on Fire” (Hoodoo, The Orchard) è il suo ultimo singolo, uscito lo scorso 19 novembre. Frutto della collaborazione con Iosonouncane, registrato e mixato al TUP Studio da Bruno Barcella e masterizzato da Maurizio Baggio (The Soft Moon, Boy Harsher), è un brano intimo, che riflette l’intrinseca complessità di questo artista nel suo essere sia delicato che oscuro – una sommessa richiesta d’aiuto nel cuore della notte.


Nell’intervista qui sotto, abbiamo parlato con lui del singolo, dei suoi progetti futuri, della recente esperienza a X Factor 2021 e di molto altro ancora.



Ciao Phill, benvenuto su IndieVision! Iniziamo parlando di “World on Fire”, il tuo ultimo singolo, uscito lo scorso 19 novembre. Raccontaci la sua storia: come nasce, di che cosa parla e cosa vorresti che comunichi a chi lo ascolta.

Ciao IndieVision! Partiamo dalle basi. La parte armonica nacque diversi anni fa appoggiando le dita ad un pianoforte presente in una delle aule dove insegnavo; come spesso mi accade, la linea melodica vocale è scaturita molto presto come conseguenza delle note al piano. Il testo però è decisamente successivo, dato che ho poi inserito il brano in un concept album (stay tuned!) ed è uno specifico capitolo narrativo.

“World on Fire” è una richiesta d’aiuto, una supplica lanciata da un oblio onirico nel quale però il protagonista, un fuggiasco, prega di poter rimanere il più possibile, distante dalle fiamme delle macerie tutto attorno.

Credo che il brano riesca a comunicare questa urgenza, questa tensione, pur rimanendo scuro e pacato, trasmettendo a chi ascolta la dimessa delicatezza di questo SOS notturno.


“World on Fire” è stato realizzato in collaborazione con Iosonouncane (synth, cori). Forse anche per questo le sonorità del pezzo si allontanano dalla tua "comfort zone di matrice folk", per citarti. Parlaci di questo featuring, e di come è stato collaborare con questo artista.

Ho avuto il grande piacere di aprire ad Iosonouncane per tre date, durante il tour di “DIE”. Questo mi ha permesso di trascorrere del tempo con l’artista sardo, entrarci in sintonia e capire che su diverse cose si era sulla stessa lunghezza d’onda. Data la buona alchimia, qualche mese dopo l’ultima data assieme gli chiesi un parere su questo brano - in fase di raffinazione - che tanto si differenziava da ciò che avevo scritto fino ad allora, azzardando anche che sarei stato estremamente onorato da un suo qualsiasi suggerimento o intervento. Spontaneamente qualche settimana dopo mi inviò un gran numero di tracce, e ne utilizzai buona parte, tanto da eliminare dal mix i miei cori e lasciare solo i suoi.


Facciamo un passo indietro: Phill Reynolds, il tuo progetto solista, nasce nel 2011. Raccontaci meglio chi è. Che cosa lo contraddistingue da Silva Cantele? Che poi Silva Cantele mi sembra già di per sé un fantastico nome da cantautore nomade…

Phill Reynolds è una cospicua parte del mio operato artistico. È il mio tratto più legato ai viaggi negli States, alle canzoni di matrice politica, ad una certa delicata intimità; è la mia vocazione chitarristica più esplicita, la mia principale terapia, il mio mestiere. Silva sono io, con tutto ciò che non ha a che vedere con me da solo su un palco. Per un periodo ho pensato che quando sarei stato soddisfatto delle mie canzoni in italiano (ebbene sì, sono in lavorazione) le avrei proposte con il mio nome, che in effetti ha un suo esotismo; ora invece le farei confluire in ciò che faccio a nome Phill. Di certo cambierò nuovamente idea tra poche settimane…


Hai recentemente partecipato ad X Factor, dove hai raggiunto lo step degli Home Visits. Quando hai deciso di partecipare e perché? Soprattutto, come è stata la tua esperienza e qual è l’insegnamento più importante che porti con te ora?

Ho deciso di partecipare perché dopo i durissimi mesi senza poter suonare avevo assoluto bisogno del maggior numero di esperienze musicali possibili, e soprattutto di mettere alla prova la mia comfort zone. Cosa portata a termine con grandissima soddisfazione. La mia esperienza è stata più piacevole di quel che credessi: ho incontrato molte persone estremamente professionali e contemporaneamente piacevoli. Alcune stanno diventando amiche, e non c’è quasi nulla che mi dia più gioia. Mai fermarsi all’apparenza, ai preconcetti: investigare, lasciare spazio, agire, reagire.


A X Factor hai portato le tue versioni di “Ring of Fire” di Johnny Cash, “Girls Just Wanna Have Fun” di Cyndi Lauper e di “I Fought The Law” dei The Clash. Il tuo ultimo album “A Sudden Nowhere”, uscito a gennaio 2021, si conclude con una cover di “Seems so long ago, Nancy” di Leonard Cohen. Anche il tuo nome d’arte è un omaggio a Malvina Reynolds e Phil Ochs. Parlaci delle tue influenze, e di quanto sia importante per te, se lo è, celebrarle nei tuoi concerti e nei tuoi lavori.

Ciò che ascolto varia tantissimo. Posso passare nell’arco di pochi minuti dai Disfear a Laura Marling, dal vecchio rocksteady della Trojan agli AC/DC di Bon Scott, da Phoebe Bridgers a Vivaldi. Di certo senza The Tallest Man On Earth, i due artisti che hai citato, Blind Willie Johnson, il primo Bon Iver, Joni Mitchell, Springsteen e Tom Waits non avrei mai composto un singolo brano. Il mio essere scorpione mi spinge ad essere iconoclasta e al contempo tradizionalista: ed ecco l’esigenza di pagare un tributo a brani che considero fondamentali, ma a modo del tutto mio.


Sei parte di numerosi progetti, i cui generi variano dal punk rock, al post hardcore, al rock’n’roll, al folk oltreoceanico: Miss Chain & The Broken Heels; Radio Riot Right Now; Hearts Apart… Come fai a portare avanti quasi contemporaneamente cose così diverse tra loro? Questa ricchezza di esperienze così variegate ha delle influenze anche nel tuo stile solista?

Anzitutto, noi RRRN siamo pressoché sciolti, bisogna ammetterlo subito. Il grosso del lavoro legato a Miss Chain è ottima opera di Astrid e Franz, e anche per quanto riguarda i neonati Hearts Apart il lavoro di squadra è fondamentale.

Sin da ragazzino ho percepito la musica come un linguaggio, e mi è sempre risultato soffocante ed alieno focalizzarmi su di un unico genere. Come mi sarebbe possibile parlare soltanto e per sempre di un argomento solo?

Chiaramente il tutto mi influenza un bel po’, basti pensare che ho conosciuto Malvina Reynolds grazie ad Astrid e Townes Van Zandt attraverso Franz. Comporre con altre persone porta a scardinare le proprio abitudini di stesura, ad ampliarle ed arricchirle. Ho sempre trovato i purismi assolutamente sterili, per non dire nocivi.


Tornando a Phill Reynolds, ti sei esibito su tantissimi palchi, in Italia e all’estero, in particolare negli States. Noti delle differenze relative alla cura dell’arte e della musica tra queste realtà?

La differenza lampante che si nota subito suonando negli States è l’altissima qualità media delle band, ovunque. Non meno della pressoché totale assenza di soundcheck, nei locali medio piccoli: chi fa i suoni conosce così bene la venue e chi vi sta per suonare che un linecheck di pochi minuti risulta efficacissimo. Poi salta all’occhio la cultura pionieristica ancora ben presente in molti ambienti: siamo al bancone di un diner, ti sento ordinare con un accento straniero, ti interrogo gentilmente sulla tua provenienza e scopro che sei un musicista italiano in tour attualmente a pranzo nel mezzo del Missouri? Bene, mi complimento e ti offro ciò che hai appena bevuto, perché mi sta simpatico chi si sbatte, ci prova e ci crede. Keep the dream up.

Istituzionalmente poi la musica, tutta la musica, è cultura. Non esattamente come qui.


Parlaci del tuo processo creativo. Come nasce una tua canzone?

Spessissimo un mio brano nasce da un’improvvisazione chitarristica, sebbene siano molteplici le canzoni dalla genesi avvenuta alla guida, abbozzate vocalmente lì per lì sul registratore del telefono. Una cosa è certa: non ho mai composto prima il testo. Non mi ci sono nemmeno mai cimentato. Qualche volta l’ispirazione è avvenuta da fatti di cronaca, come per "Dacca" o "Officer", o dalla letteratura, come nel caso di "To Agata".


I temi che tratti sono di ampio respiro. Non canti e scrivi tanto della realtà provinciale, piuttosto di avvenimenti e situazioni che coinvolgono il mondo intero (come ad esempio appunto in “Officer”, dell’album “A Sudden Nowhere”, o la stessa “World on Fire”).

Ti confesso per assurdo che esporre in una lingua internazionale degli avvenimenti o elle descrizioni esplicitamente provinciali mi risulterebbe molto bizzarro. Inoltre credo che se chi ascolta percepisce un margine di immedesimazione il brano acquisti un valore superiore. Adoro immaginare, come è accad