• Melania Rosati

Latlong, un'escursione nella natura (anche psichedelica) dei Campos

Suoni che sembrano combinarsi con l’ordine degli astri, l’elettronica che si mescola all’acustica, il cantautorato scandito a tempo di synth ed accordi di chitarre si rinchiudono in melodie provocatorie di un immaginario che simula scenari tra verosimile e realismo. Un immaginario in cui, chiunque abbia voglia di rifocillarsi con buona musica, facilmente potrebbe inciamparci dentro o magari ci casca proprio intenzionalmente per capirne l’essenza e scoprire che suono ha il risveglio dopo aver creduto di essere stati in “paradiso” pensandosi già morti quando invece, era solo semplicemente “sonno”.

Si intitola Latlong, ed è il nuovo album dei Campos (band pisana giunta al terzo lavoro discografico) quello che mi conduce in un’ escursione ipnotica fatta di ricercati suoni analogici, risonanze internazionali e una narrativa che si ispira a storie di esploratori del passato, di aeronautici e di vulcanologi, che inneggia all’acqua e ad orizzonti bucolici prevalenti anche nella precedente pubblicazione “umani, vento e piante”, con la riconferma della lingua italiana che sostituisce l’inglese d’esordio della band con l’album “viva”.

Sono undici i brani di cui si compone Latlong nei quali si sviluppa tutta la creatività geniale dei Campos e tra la prima ed ultima traccia c’è una connessine percepibile solo una volta giunti alla fine del disco che rilevava nella chiusura una liberazione psichedelica dell' io. È un percorso in lungo e in largo, tra latitudine e longitudine da cui ne deriva il titolo dell’album, risultato della coesione tra mente e spirito dei tre componenti della band ovvero, Simone Bettin (già co-fondatore dei Criminal Jokers), il musicista e producer Davide Barbafiera e il bassista Tommaso Tanzini.

Apre il disco un mechup che assomiglia ad un vortice di suoni sintetici che fa da intro al brano “sonno”, prima traccia. È come un magnete che attira i miei poli discordi e mostra il sonno come un luogo in cui rifugiarsi per non affrontare se stessi, sembra quasi essere un rimedio alle paure ma in verità, a volte, è solo un modo per ottenere risposte o la giusta soluzione.

“Figlio del fiume” è una ballad che tra le corde di una chitarra incoraggia il suo protagonista a trovare risolutezza e a lasciar cadere le incertezze per andare incontro alla vita che lo sta aspettando. C’è la figura spirituale della protettrice della musica “Santa Cecilia“ da cui prende il titolo la terza traccia in cui ritornano prevalenti synth e sequenze di suoni che si spezzano, rotolano e si accartocciano. In “Ruggine” l’atmosfera si fa più cupa con sonorità deep, un argine si è rotto e vengo trascinata nelle acque più calme del fiume “Arno”, traccia strumentale a metà del disco. Tutto si sussegue in modo puramente non casuale ed è un concatenarsi di elementi naturali che rappresentano la vera identità della band. “Blu” è uno sguardo verso l’alto che si sofferma sulla linea sottile che separa l’orizzonte dal cielo mentre in “addio” sembra ritornare il figlio del fiume che trova il coraggio di abbandonare la riva sicura. “Mano”, invece, è un’immaginazione presente sin dalle mie prime cognizioni, arriva alle mie paure, alle mie origini, a un territorio alle pendici del Vesuvio che prima o poi esploderà, ma la morte qui è molto più dolce di quella che ho in mente. Segue “lume” introdotta dall’eco in sottofondo di un carillon in cui emergono insicurezze e voglia di sparire. “Dammi un cuore” è un brano in cui c’è la richiesta di riscatto di una vita piena, quella vera, quella senza alcuna patina né sconti, quella che insegna a diventare persone migliori. Il “paradiso” è infine l’ultima traccia del disco, una rinascita o un risveglio da una morte quasi sicuramente non fisica in cui il passaggio finale che segna il ritorno alla realtà è decisamente punk.


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